起
yìqǐ significa insieme.
Palm fu ricoverato d'urgenza nello stesso ospedale in cui Tanya lottava tra la vita e la morte. Nuengdiao scortò la barella fino alla soglia del pronto soccorso, dove i medici lo spinsero indietro. Quella tragica notte si era già lasciata alle spalle una scia di sangue e tre cadaveri sul marmo della villa: Supakit, uno dei suoi sicari e uno degli agenti di scorta. Palm, un secondo scagnozzo dello zio e l'altro poliziotto erano invece sopravvissuti, ma versavano in condizioni disperate. Nei corridoi asettici della clinica, l'ultimo erede dei Kiattakulmaetee si muoveva come una formica su una piastra rovente, misurando il pavimento a passi rapidi e ossessivi. Tentava disperatamente di respingere i sensi di colpa, ma i pensieri gli artigliavano il cervello senza dargli tregua. Se non fosse stato per lui, non sarebbe finita così. Se Palm fosse morto, come avrebbe potuto continuare a vivere? Con quale coraggio avrebbe guardato Chanon negli occhi per dirgli che suo figlio era morto per colpa sua? Il solo pensiero della parola "morte" gli provocava dei brividi violenti lungo la schiena.
«Nuengdiao!» Il ragazzo sobbalzò, risvegliato di colpo da quella nebbia di terrore. «Calmati, ti prego.»
Voltandosi, incrociò lo sguardo di Ben che tentava di infondergli coraggio, mentre Chopper gli stringeva forte la mano.
«Palm ce la farà», disse Ben con assoluta fermezza. Quelle parole, per quanto semplici, gli permisero finalmente di lasciarsi cadere su una sedia e iniziare a pregare l'universo.
Vi prego... salvate Palm.
Dopo ore che parvero un'eternità, la luce rossa sopra la sala operatoria finalmente si spense. La porta si aprì e il chirurgo ne uscì con i camici ancora macchiati. Nuengdiao balzò in piedi, il cuore che gli batteva in gola.
«Dottore... la prego, mi dica come sta.»
Il medico tese i lineamenti in un cenno grave ma rassicurante. «Il proiettile è penetrato nella cavità addominale, lesionando alcuni organi interni e provocando un copioso versamento di sangue. Siamo riusciti a fermare l'emorragia e a rimuovere il frammento metallico. Ora, però, dobbiamo monitorare costantemente i parametri vitali. Dobbiamo aspettare che superi questa fase critica.»
Quelle parole furono come lame che gli trapassarono il petto. La voce del medico continuò a spiegare i dettagli del decorso clinico, ma nella testa di Nuengdiao il suono si spense, sostituito da un ronzio sordo. Ben e Chopper continuarono a fare domande al suo posto, mentre lui si accasciava di nuovo sulla sedia, svuotato di ogni energia. Se Palm fosse scivolato oltre quella linea, non sarebbe più tornato. E se non avesse avuto la forza di combattere? Quell'interrogativo atroce gli toglieva letteralmente l'ossigeno.
«Respira, Nueng.» Quando riacquistò una parvenza di lucidità, il medico si era già allontanato lungo il corridoio. Ben gli teneva saldamente il gomito per impedirgli di scivolare a terra. Il dolore al petto era così acuto, così fisico, da mozzargli il fiato. L'unica prospettiva che la sua mente riusciva a partorire era un futuro senza Palm. Chopper si chinò verso di lui, parlandogli con dolcezza. «Vai in bagno a lavarti il viso. E fatti medicare quella ferita prima che si infetti.»
Solo in quel momento Nuengdiao prese davvero coscienza del proprio stato. Davanti allo specchio del bagno si trovò a fissare un riflesso che faticava a riconoscere come suo. Il volto era spettrale, gli occhi cerchiati e il naso arrossato dal pianto; filamenti di sangue ormai secco gli incrostavano le labbra. L'uniforme scolastica era devastata da ampie macchie scarlatte. Provò a strofinarla sotto il getto del rubinetto, ma il sangue non voleva saperne di andarsene, limitandosi a sbiadire in un rosa chiaro. Fradicio e tremante, si sfilò i vestiti bagnati che gli aderivano alla pelle come una seconda pelle fredda. Guardandosi nudo nello specchio, la memoria lo proiettò d'impatto a quella notte a Surat Thani, all'intimità che aveva condiviso con Palm. Abbassò gli occhi sul proprio riflesso. Anche il tatuaggio sul collo era in parte coperto da una scia di sangue secco. Si sentiva un bambino maledetto, un portatore di sventura: chiunque osasse stargli vicino finiva per essere distrutto. Palm. Chanon. La madre di Palm. Sua madre. Artigliò la pelle del collo con le dita proprio sopra il tatuaggio, stringendo fino a farsi male, come se volesse strapparsi via quel marchio e il destino che ne derivava. Con gli occhi pieni di lacrime, rivolse un ultimo sguardo d'odio al proprio riflesso, poi si infilò di nuovo la camicia macchiata e uscì nel corridoio. Camminava come una fiammella fragile sul punto di essere inghiottita dal buio. I ricordi lo braccavano senza tregua, proiettando nella sua mente, come una vecchia pellicola logora, la stessa infinita sequenza di tragedie. Non seppe dire quanto tempo trascorse sul tetto dell'ospedale. Il vento gelido della notte di Bangkok gli sferzava il viso, mentre le mani stringevano convulsamente il corrimano metallico della ringhiera. Quella morsa fredda, in qualche modo, leniva il fuoco che gli bruciava dentro. Guardò di sotto. La mente corse al tetto dell'edificio abbandonato, ma allora c'era stato un abbraccio caldo e solido a strapparlo al vuoto.
Non avevi promesso che saresti rimasto con me per sempre...?
L'immagine di Palm gli si materializzò davanti, sorridente. «Saremo amici per tutta la vita, Nueng. In vita e in morte.» La sua voce roca sembrava sussurrargli all'orecchio, trasportata dal vento.
Palm... tu hai mantenuto la promessa. Allora perché io sono qui e tu stai morendo?
Le mani presero a tremargli in modo incontrollabile. Un brusio incessante gli invase i pensieri, cancellando il confine tra il sogno e la realtà. Sollevò lentamente una gamba oltre la balaustra, credendo quasi di sentire Palm che lo chiamava dall'altra parte del vuoto.
«C'è una pista da ballo che ci aspetta. Ti insegnerò a nuotare. Ti insegnerò a combattere.»
«Uno... due... tre...» sussurrò Nuengdiao, contando sottovoce proprio come faceva da bambino con suo padre, durante il gioco del nascondino. Pronto a scomparire.
«Fermatelo!» Un grido disperato squarciò l'aria alle sue spalle. Un attimo dopo, Nuengdiao si ritrovò scaraventato a terra, con la schiena premuta contro il cemento grezzo e gelato del tetto. Il corpo gli doleva per l'impatto. Sopra di lui, tre medici lo tenevano fermo; muovevano le labbra, ma Nuengdiao non riusciva a decifrare alcun suono, come se fosse immerso sott'acqua. Poi, una voce più nitida delle altre riuscì finalmente a squarciare quella barriera di ghiaccio, dritto al suo cuore.
«Palm è fuori pericolo!»
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Palm si svegliò due giorni dopo, quando la prima luce del mattino filtrava appena attraverso le fessure delle tende. Nuengdiao si era appisolato sul divano posizionato accanto al letto, sfinito da ore di veglia. Fu una carezza leggera, quasi impercettibile sulla guancia, a farlo sobbalzare. Aprì gli occhi di scatto e, nel vedere Palm dritto in piedi di fianco al materasso, sgranò le palpebre per lo shock.
«Perché diavolo ti sei alzato?!» sbottò, la voce ancora impastata dal sonno e dal panico. «Torna subito a letto!»
«Volevo solo guardarti più da vicino», rispose Palm, regalandogli quel sorriso che a Nuengdiao era mancato come l'aria.
Prima ancora che la mente potesse elaborare un qualunque pensiero logico, Nuengdiao gli gettò le braccia al collo, stringendolo con tutte le forze che gli rimanevano in corpo. Senza di lui, quegli ultimi giorni erano stati un inverno polare, una nuotata solitaria in un oceano nero e sconfinato, senza la minima speranza di intravedere la riva. Solo in quell'istante, premendo il viso contro di lui, Nuengdiao comprese l'entità spaventosa di quella mancanza.
«Non ti permetterò mai più di rischiare la vita. Mi hai sentito, Palm? Mai più.» Le lacrime ripresero a rigargli il volto. Palm, sebbene ancora debole per l'operazione, si risedette sul bordo del letto, lo attirò a sé facendolo accomodare sulle proprie gambe e prese ad accarezzargli i capelli con dita lente, rassicuranti. Questa volta, però, Nuengdiao piangeva di pura felicità. Si sentiva come un uomo rimasto intrappolato sott'acqua per un tempo infinito che, d'un tratto, riemerge e torna finalmente a respirare.
«Ma non sono morto, no?» lo punzecchiò Palm, intuendo dal modo in cui il ragazzo nascondeva il viso contro il suo petto quanto avesse sofferto in sua assenza.
«Ero preoccupato.»
«Cosa hai detto? Non ho sentito bene», lo provocò Palm, allontanandolo di qualche centimetro per poterlo guardare in faccia, un lampo di divertita malizia negli occhi scuri.
Nuengdiao mise il muso. «Ho detto non devi azzardarti a morire.»
«No, non quella frase. Quella dopo.»
«Che mi hai fatto morire di paura!» ringhiò Nuengdiao, ma cedette alla richiesta.
«Davvero qualcuno si è preso così tanta pena per una semplice guardia del corpo?» continuò Palm, stringendo la presa attorno alla sua vita.
«Sì, io! Io, io e solo io! Ti basta come risposta?» Palm scoppiò in una risata, e lo serrò di nuovo contro il proprio petto, incurante dei tubi delle flebo che si intrecciavano goffamente tra le loro braccia.
«Nuengdiao.»
«Mh?»
«Ho dormito per due giorni interi e ho la bocca completamente secca...» si lamentò Palm, incrociando il suo sguardo con aria furbesca. «Hai del burrocacao? Ti dispiacerebbe mettermelo?» La sua voce era ancora roca per via dell'anestesia. C'era qualcosa di incredibilmente tenero nel vedere un ragazzo così alto, robusto e abituato a combattere, implorare attenzioni con una dolcezza quasi infantile. Nuengdiao decise di stare al gioco, fingendo un'assoluta ingenuità.
«Vuoi davvero che te lo metta?»
Palm annuì, il sorriso che gli illuminava i lineamenti stanchi. «Sì. Ma assicurati di spalmarlo bene su tutte le labbra.»
Nuengdiao non se lo fece ripetere. Si sporse in avanti e annullò la distanza, premendo delicatamente le proprie labbra contro quelle secche e calde di Palm. Il ragazzo rispose all'istante, approfondendo il bacio con un'urgenza trattenuta a stento, come se avesse agonizzato per giorni nell'attesa di quel preciso contatto. Quando finalmente si separarono, a un millimetro di distanza l'uno dall'altro, Palm sussurrò contro la sua bocca.
«Mi sei mancato.»
Nuengdiao si raddrizzò, scoccandogli un'occhiata di finto rimprovero per nascondere il rossore sulle guance.
«Chi passa le giornate a dormire in un letto d'ospedale non ha il diritto di parlare», lo redarguì, incrociando le braccia al petto. «Non mi avevi promesso che mi avresti protetto per sempre? Com'è che ti sei fatto piantare un proiettile in corpo così facilmente, eh?»
Palm lasciò andare una sommessa risata, che gli fece contrarre leggermente i muscoli dell'addome.
«Sei fortunato che io sia ancora vivo», scherzò. Allungò una mano per pizzicargli dolcemente la guancia, tesa nel solito broncio adorabile, poi fece scivolare il pollice per sfiorare le labbra di Palm, ancora lucide e umide dopo il loro bacio. Un istante dopo, però, ogni traccia di ironia svanì dal suo volto. Lo sguardo di Nuengdiao si fece serio.
«Non morire, Palm. Questo è un ordine», sussurrò, la voce incrinata da un'intensità quasi disperata.
Detto questo, si chinò di nuovo su di lui, dimenticandosi per un istante dei punti di sutura, della ferita all'addome e del contesto ospedaliero. In quel momento, cercava solo il calore rassicurante del suo corpo; un bisogno viscerale, impossibile da arginare.
«Per una persona come me, vivere è davvero difficile. A essere onesti... la mia vita è stata un incubo. Chiunque mi sia mai andato vicino, alla fine, se n'è andato. Mi hanno abbandonato tutti.»
Palm lo strinse più forte a sé, tenendolo accomodato sulle proprie gambe. Con la sua mano grande e calda prese ad accarezzargli i capelli, un gesto lento che sapeva di casa. «Lo sai che ti amo, vero?»
Posò le labbra tra le sue ciocche scure, sussurrando quelle parole con una delicatezza infinita. Eppure, la sua voce vibrò di un'intensità tale da penetrare dritta nelle crepe dell'anima di Nuengdiao, curando e nutrendo quella parte del suo cuore rimasta arida per troppo tempo.
«lo ti amo di più. E su questo non si discute.»
«Non ho alcuna intenzione di farlo. Ma voglio chiederti una cosa... ci credi sul serio, adesso?»
Nuengdiao si allontanò di qualche centimetro dal suo petto, lasciando che i loro sguardi si fondessero nel silenzio. Palm, sebbene ancora spossato dai farmaci e dalla flebo, lasciò andare una risata sommessa.
«Voglio dire... io ti amo perché sei tu, Nuengdiao. Non per senso del dovere, non perché sono la tua guardia del corpo.» Gli regalò un sorriso luminoso, che però si smorzò quasi subito, come se un'improvvisa consapevolezza lo avesse colto alla sprovvista.
«Se vuoi che ti creda fino in fondo, allora dovrai dimostrarmelo.»
«E sentiamo... quanto tempo ci vorra prima che tu ti decida a credermi?»
«Almeno trent'anni.»
«Sei davvero crudele. Perché ti riesce così difficile fidarti delle mie parole?» Palm sospirò con quella sua voce bassa e ancora roca, ma i suoi occhi sprizzavano un calore e un buonumore.
«Anzi, ripensandoci... trent'anni sono decisamente troppo pochi.»
«Allora quanto?»
«Per sempre.»
Nuengdiao gli prese il viso tra le mani, i pollici a sfiorargli gli zigomi, e rimase a fissarlo in un silenzio solenne, come se volesse imprimere quel verdetto dritto nel suo cuore, ordinandogli tacitamente di non dimenticarlo mai e di non provare a infrangerlo.
«E quale sarebbe la mia ricompensa? Ti avverto che la tua guardia del corpo si fa pagare molto cara.» Palm gli pizzicò la guancia, scuotendola da una parte all'altra con un affetto ruvido. Dopo essere scampato alla morte, sembrava aver finalmente smantellato ogni barriera: non c'era più traccia del ragazzo rigido, sottomesso e riservato di un tempo. Per questo si limitò a sbuffare con finto disappunto, lasciandosi viziare da quei gesti.
«La ricompensa è tutto», rispose Nuengdiao.
«Tutto quanto, sul serio?»
Mentre lo chiedeva, la mano di Palm scivolò lungo la sua schiena, tracciando cerchi lenti e caldi sul tessuto della camicia. Nuengdiao, esasperato e con le guance in fiamme, gli diede un pugnetto scherzoso sul braccio sano, facendolo scoppiare a ridere.
«Lo sai che ti amo, vero?»
«Lo so da un'eternità, Nuengdiao. Ho solo fatto finta di niente per non impazzire.»
Palm lo attirò di nuovo verso di sé, annullando lo spazio, desideroso di baciarlo ancora per colmare la nostalgia che si era accumulata. Nuengdiao si chiese, divertito, come avesse fatto quella sua ombra protettiva a diventare così sfacciata e sicura di sé dopo essere resuscitata in quel letto d'ospedale. O forse era sempre stato così, e si era solo limitato a nascondere quel lato fin troppo bene dietro i protocolli di servizio. Ma in quel momento non aveva importanza. Ogni bacio, ogni respiro condiviso e ogni sfiorarsi della pelle sembrava lavare via, strato dopo strato, tutta la sofferenza che avevano dovuto attraversare per arrivare fin li.
«Non provare mai più a nascondermi nulla, Palm. Se mi abbandoni di nuovo... sarò io stesso a ucciderti.» Nuengdiao sussurrò quelle parole con una lentezza calcolata, scandendo ogni singola sillaba mentre inchiodava lo sguardo in quello dell'uomo di fronte a lui. Palm non ribatté. Al posto di qualunque spiegazione, gli regalò un altro bacio, sigillando quel patto con le labbra.
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Al compimento dei suoi vent'anni, Nuengdiao assunse ufficialmente il controllo delle attività della famiglia. Sua madre si risvegliò dal coma due mesi dopo la morte di Supakit. Sebbene fosse finalmente riemersa dal coma, i lunghi mesi passati attaccata ai macchinari avevano compromesso gravemente la sua salute fisica. Non era più in grado di sostenere i ritmi serrati del passato e la sua quotidianità era ormai scandita da estenuanti sessioni di fisioterapia. Eppure, restava la madre di Nuengdiao, la vera matriarca dei Kiattakulmaetee. La sua lucidità mentale e la sua determinazione erano rimaste intatte. Quando le venne comunicata la morte di suo zio, Tanya si limitò a un sorriso tirato e strinse con forza la mano del figlio, un gesto silenzioso per dirgli che la tempesta era passata e che, da quel momento in poi, avrebbero ricostruito tutto insieme. Nuengdiao scelse di interrompere gli studi universitari regolari al terzo anno. Ma per l'erede dell'impero quel titolo non era affatto un problema. Fece ingaggiare i più brillanti docenti ed economisti del Paese per ricevere lezioni private e corsi di alta formazione personalizzati, direttamente all'interno della villa. Non gli serviva un pezzo di carta da esibire; ciò che gli premeva era acquisire gli strumenti pratici per governare.
Ma c’era solo una cosa che non cambiò: Palm al suo fianco.
Ben presto, sia Nuengdiao che sua madre giunsero alla conclusione che gli affari di famiglia a Bangkok fossero troppo legati al sangue dei vecchi scandali. Così, con mossa strategica, avviarono un trasferimento dei capitali all'estero, liquidando gran parte del patrimonio immobiliare in Thailandia per ottenere la liquidità necessaria a diversificare gli investimenti in mercati emergenti e puliti. Nel giro di due anni, l'impero Kiattakulmaetee transitò dalle ombre del mercato nero fino a rigenerarsi in un network societario del tutto trasparente e legale. Anche Ben e Chopper, presero la decisione di trasferirsi lontano. L’omofobia del padre di Ben era un muro di pietra destinato a non crollare mai; quell'uomo non avrebbe piegato le proprie convinzioni per nessuno, nemmeno per suo figlio. Fu per questo che, il giorno stesso della laurea, Ben varcò per l'ultima volta la soglia di casa sua. Insieme a Chopper scelse di trasferirsi a Taiwan, una terra più aperta e accogliente, dove i due poterono finalmente sposarsi. Nonostante l'oceano a separarli, continuarono a restare in contatto. Nuengdiao insisteva spesso affinché lui e Palm prendessero il primo volo per Taipei, per andare a trovarli. Lì, Ben aveva trovato la sua strada come ingegnere del suono, mentre Chopper aveva canalizzato le sue brillanti doti nelle scienze ambientali. In realtà, grazie alla quota di eredità legittima e a una straordinaria lungimiranza, Chopper aveva iniziato a investire con successo fin dai banchi del liceo, accumulando una fortuna tale da non dover mai più associare la parola "futuro" alla preoccupazione per il denaro.
A Bangkok, intanto, Chanon era tornato a occupare il suo storico posto come autista personale della famiglia, ma questa volta al servizio esclusivo di Tanya, che lo considerava ormai un pilastro insostituibile della propria quotidianità. Nuengdiao, dal canto suo, non aveva più bisogno di un semplice dipendente: al suo fianco, nel duplice ruolo di capo della sicurezza e compagno di vita, c'era solo Palm. Palm lo seguiva ovunque, un'ombra fedele e speculare da cui Nuengdiao non si sarebbe separato per nulla al mondo. Due esistenze intrecciate in modo così stretto da non poter più concepire il proprio spazio senza la presenza dell'altro. Durante i primi, turbolenti anni della ristrutturazione aziendale, Nuengdiao si trovò a camminare più volte su un terreno minato, affrontando le ultime scosse di assestamento di un impero che cambiava pelle. Aveva perso il conto dei momenti critici in cui le minacce avevano tentato di sbarrargli la strada, e di quante volte lo scatto fulmineo e l'istinto protettivo di Palm fossero intervenuti all'ultimo secondo per fargli da scudo. Ma con Palm a vigilare su ogni suo passo, Nuengdiao non conosceva più il sapore della paura. Nel profondo del suo cuore, custodiva la certezza che, in tutto l'universo, non sarebbe mai esistito nessuno capace di proteggerlo con la stessa, devota ferocia dell'uomo che amava.
Dal canto suo, Tanya, quando scoprì che il figlio di Chanon aveva smesso di essere la guardia del corpo di suo figlio per diventarne il compagno, ne fu sinceramente felice. Per Palm e Nuengdiao fu come liberarsi dell'ultimo, asfissiante peso. Da tempo Tanya desiderava accogliere Palm come un altro figlio tra le mura di casa; lui, tuttavia, continuava a sottrarsi a quell'onore con la consueta, incrollabile umiltà. Restava impeccabile, educato, rispettoso, continuando a viversi — davanti al mondo — solo come il figlio del capo autista. Solo quando le porte della camera si chiudevano ed erano finalmente soli, Palm svestiva i panni del servitore fedele per diventare, semplicemente, l'altra metà dell'anima di Nuengdiao. Era talmente discreto che quasi nessuno all'interno del personale era a conoscenza del loro legame.
«Ehi… ci sposiamo?» domandò a bruciapelo Nuengdiao. Davanti a lui si stendeva il limpido e sconfinato cielo azzurro di Bangkok. Quella vista, incorniciata dalla grande finestra, gli era fin troppo familiare. Eppure, quel luogo non era più lo stesso: Nuengdiao lo aveva fatto demolire fin dalle fondamenta per poi ricostruirlo esattamente com’era un tempo. Quella casa, rimasta abbandonata per anni, era finalmente tornata a vivere. Nuengdiao aveva mantenuto la promessa fatta a suo padre.
«Vuoi sposarti?» domandò Palm, stringendolo da dietro e circondandogli la vita con le braccia possenti.
«Sì.Tu non vuoi?»
«Se è ciò che desidera il padrone, allora lo desidero anch’io. Qualunque sia la tua scelta, io resterò sempre al tuo fianco.»
Nuengdiao sorrise tra sé. Una parte di lui era ancora impercettibilmente infastidita dal fatto che Palm, per abitudine, continuasse a esprimersi come un subordinato devoto anche dopo tutto quel tempo. Eppure, nel profondo del cuore, sapeva che non era affatto così. Non aveva mai considerato Palm inferiore a lui, nemmeno per un istante. Palm era il suo migliore amico, il suo pari, l’uomo che aveva sfidato la morte al suo fianco.
«Ne saresti davvero capace? Di sposarmi, intendo.»
«Perché non dovrei? Se è ciò che vuoi tu, lo farò.» Nuengdiao si voltò tra le sue braccia per osservare l’uomo che gli stava di fronte. In quel preciso istante, un senso di gratitudine cosmica lo travolse. Era grato al destino, al mondo intero, per il solo fatto che Palm non gli fosse stato strappato via.
«Sei serio?» lo provocò. C’era una sola cosa, dopotutto, che Palm non sarebbe mai stato capace di fare: lasciarlo
«Vedo che adesso hai la lingua piuttosto lunga. Dove hai imparato a rispondere così?» lo canzonò Palm, gli occhi che brillavano di un'ironia affettuosa.
Nuengdiao si lasciò punzecchiare, comportandosi come un bambino capriccioso che reclama attenzioni. Ormai non aveva più paura di nulla. Finché sua madre e Palm camminavano al suo fianco comprendendo ogni sua scelta, il resto del mondo poteva pensare ciò che voleva. Gli bastava proteggere le persone che amava; tutto il resto non aveva importanza.
«Eppure c’è qualcuno che poco fa ha pronunciato la parola matrimonio», continuò Palm, trattenendo a stento un sorriso malizioso. «Non ricordo bene chi fosse… ma non era lo stesso ragazzo che un tempo ripeteva di non dover far sapere a nessuno che ci amavamo? Che diceva che questo amore sarebbe diventato il nostro punto debole più grande?» Nuengdiao gli rifilò immediatamente un pugno sulla spalla per farlo tacere.
«Ahi!» si lamentò Palm con una messinscena esagerata.
«La situazione, allora, era radicalmente diversa da quella di adesso», si giustificò Nuengdiao, piccato.
«Parli come se ormai non ci fosse più nessuno là fuori che desideri farti del male.»
In effetti, erano ancora in molti a desiderare la morte di Nuengdiao Kiattakulmaetee. Durante la transizione dell'azienda avevano dovuto affrontare altre imboscate, altre sparatorie, rischiando la vita in più di un'occasione. Per fortuna, però, nessuna di quelle schermaglie era mai stata brutale come la prima.
«Se rischiamo ancora, è solo perché non sei abbastanza bravo nel tuo lavoro di guardia del corpo.»
Palm sbuffò, fingendosi offeso. «Davvero? E di chi è la colpa se qualcuno finisce in ospedale così spesso da farmi perdere il conto, eh?»
Nuengdiao si limitò a ridacchiare, scuotendo la testa. Ogni volta che la violenza bussava alla loro porta, lui non si tirava mai indietro. A volte sarebbe bastato estrarre un'arma per intimidire i rivali, ma Palm preferiva ancora risolvere le cose alla vecchia maniera, usando i pugni per proteggerlo. Era il suo marchio di fabbrica.
«Ti stipulerò un’assicurazione sulla vita», sentenziò Nuengdiao. «Almeno, se continui a farti sparare, riuscirò a ricavarci una fortuna.»
«La mia unica assicurazione sulla vita sei tu, Nuengdiao.» Palm pronunciò quelle parole con un sorriso così limpido e luminoso che Nuengdiao sentì un calore denso diffondersi in ogni centimetro del petto. «Finché tu sarai vivo, io non morirò. Te lo prometto.»
«Esatto… non azzardarti a morire prima di me. Giuralo.»
«Te lo prometto.» Era lo stesso identico ordine che Nuengdiao gli aveva impartito tanto tempo prima: non morire, qualunque cosa accada. E Palm gli rispondeva adesso con la medesima, incrollabile certezza di allora. Ogni volta che quel giuramento veniva rinnovato, Nuengdiao non poteva fare a meno di stringerlo a sé con foga. Sapeva bene che in un mondo dominato dal crimine non esistevano certezze, specialmente quando si parlava di vita e di morte. Eppure, quella promessa aveva il potere di scaldargli il cuore, come se un miracolo silenzioso continuasse a stendere un velo protettivo sopra di loro. Nuengdiao sollevò il viso, cercando le sue labbra. Palm lo stava già aspettando, gli occhi socchiusi. Il tocco lieve, dolce e profondo delle loro bocche divenne il sigillo definitivo di due innamorati: non separarsi mai, a dispetto di qualsiasi tempesta futura. Dal primo giorno fino all’ultimo dei loro respiri, Palm non aveva mai vacillato. Era rimasto fedele a quella promessa. Proprio come il sole, che ogni mattina sorge fedele a est e tramonta a ovest, la vita seguiva il suo corso naturale. Ha un inizio, si cresce, si combatte, si muore… e poi, in qualche modo misterioso, tutto ricomincia daccapo. Ma in ogni ciclo, per una ragione che nessuno conoscerà mai davvero, loro due erano destinati a ritrovarsi. Palm era la risposta all'esistenza di Nuengdiao. E Nuengdiao era l'unica risposta possibile per Palm. La loro storia era un'amore senza fine, una testimonianza scritta col sangue che il vero amore esiste, e che, prima o poi, chiunque può incontrarlo lungo la strada. E quell'amore continuerà a esistere ancora a lungo, immune allo scorrere dei giorni e slegato da qualcunque obbligo o timore del mondo. Proprio come quella vecchia sala da ballo, che il mondo sembrava aver dimenticato. Per sempre. Perché il loro legame è ancora interamente racchiuso lì. E anche l’ultima, silenziosa promessa continua a vivere...
…per la persona che sei tu.
Fine.