并肩
bìngjiān significa fianco a fianco.
«Hai intenzione di continuare a baciarmi finché non ti si consumeranno le labbra?» lo punzecchiò Nuengdiao, accennando a una smorfia infastidita che non riusciva a nascondere la marea di dolcezza nei suoi occhi.
Palm accennò a un sorriso. Era il loro primo, vero istante insieme da quando Nuengdiao era fuggito da Ranong nel cuore della notte. Eppure quel filo invisibile, teso all'inverosimile, non si era spezzato; continuava a incatenarli l'uno all'altro.
«Se mi fosse concesso, lo farei», sussurrò Palm, lo sguardo fisso sulle sue labbra.
«Che spiritoso...» Nuengdiao voltò il viso di lato, fingendosi offeso, ma non appena l'incanto di quel contatto si interruppe, la realtà che li circondava tornò a gravare sulle loro spalle come un macigno.
«Dove ti stai nascondendo adesso? È un posto sicuro?» chiese Nuengdiao, la preoccupazione che gli increspava la fronte.
«Ho affittato una stanza, a pochi isolati da qui. Non mi troverà nessuno.»
Nuengdiao si limitò ad annuire, lasciandosi sfuggire un sospiro carico di una stanchezza. Palm tirò fuori dalle tasche un telefono economico, di seconda mano, e glielo porse per fargli salvare il suo nuovo numero.
«Qualcuno sa che sei rientrato in città?»
«No, nessuno.»
«Nemmeno mio zio Supakit?»
«Non credo. Se lo avesse saputo, a quest'ora mi avrebbe già fatto sparire.» Palm lo disse con una disinvoltura disarmante, come se l'essere ucciso fosse una banale routine quotidiana. Quella rassegnazione così totale provocò a Nuengdiao una fitta dritta al cuore.
«Palm.»
«Hm?»
«Quello che sto per dirti è di vitale importanza. Dobbiamo parlarne, mettendo da parte le paure. Altrimenti finiremo entrambi sottoterra.»
Il ragazzo annuì, improvvisamente serio, tendendo ogni muscolo.
«Sono certo che nel testamento di mia madre il nome di Supakit non compaia da nessuna parte», spiegò Nuengdiao. «Per mettere le mani sul patrimonio, lui deve aspettare che lei muoia. Ma sa che, un secondo dopo, l'intera eredità passerebbe a me. Il suo piano è costringermi a cedergli tutto sotto ricatto, oppure uccidermi prima che io possa compiere la maggiore età o redigere un testamento a mia volta. Ma non può fare nessuna mossa definitiva finché mia madre è attaccata a quei macchinari in ospedale.»
Palm sollevò una mano, come a voler scacciare lo spettro della morte dalle loro labbra, ma Nuengdiao gli afferrò il polso, costringendolo ad ascoltare. La situazione era troppo disperata per continuare a proteggersi dietro finte speranze.
«E poi c'è un'altra cosa», continuò. «Il fatto che noi ci amiamo...» pronunciò quelle parole guardandolo dritto negli occhi, accogliendo finalmente quel sentimento insieme a tutto il fango e al sangue della sua dinastia. «Se Supakit dovesse scoprire cosa c'è tra noi, ti catturerà. Ti userà come ostaggio per costringermi a firmare.»
Palm rimase in silenzio. Ma nelle sue pupille scure non c'era ombra di paura, solo una devozione assoluta. Aveva già firmato quel patto col destino il giorno in cui aveva deciso di seguirlo. Era pronto a qualunque conseguenza. Capendo che non c'era bisogno di altre parole, Nuengdiao si sporse in avanti e lo baciò di nuovo. Era il loro modo per dirsi che, da quel momento in poi, entrambi erano pronti a sacrificare tutto pur di fargli scudo.
«Ti seguirò restando nell'ombra», mormorò Palm, lo sguardo che non ammetteva repliche. «Non attirerò l'attenzione di nessuno, te lo prometto.»
Nuengdiao aprì la bocca per ribattere, ma Palm gli coprì dolcemente le labbra con il palmo della mano, anticipando il suo rifiuto.
«Lasciami fare ciò che il mio cuore mi impone di fare.» Quelle parole fecero vacillare l'intera impalcatura di difese che Nuengdiao aveva eretto fino a quel momento. Lo fissò, gli occhi lucidi di un amore ormai impossibile da soffocare. Da un lato odiava il destino, che impediva a entrambi di vivere liberamente; lo malediceva per averli fatti incontrare in un mondo tanto crudele. In quell'istante di tragica intimità, il telefono di Nuengdiao vibrò sul tavolo.
«È Chopper», accennò Palm, leggendo lo schermo e aggrottando la fronte. Nuengdiao lo mise rapidamente al corrente degli ultimi sviluppi legati a Ben e al cugino. Palm ascoltò stringendo i denti, comprendendo la gravità della situazione. Poi, senza allontanarsi da lui, Nuengdiao accettò la chiamata.
«Che succede?» domandò.
Di norma si limitavano a scambiarsi messaggi o a incrociarsi fugacemente nei corridoi della scuola; una telefonata diretta a quell'ora era un'anomalia.
«Sei... sei libero domani pomeriggio?» balbettò la voce di Chopper, insolitamente tesa. «C'è qualcosa di cui devo parlarti. Ma non voglio che Ben lo sappia.»
Nuengdiao inarcò un sopracciglio. «C'è qualcosa che non va?»
«Devo mostrarti una cosa. Di persona», tagliò corto l'altro. Nuengdiao cercò lo sguardo di Palm e, nello stesso identico istante, ebbero un cattivo presentimento.
«Va bene. Vieni domani a casa mia.»
Ovunque si recasse, ormai, quattro occhi estranei lo piantonavano senza sosta: i due sgherri di Supakit e i due poliziotti di scorta. Il mattino seguente, quando incrociò Chopper a scuola, i due evitarono persino di guardarsi per timore che Ben o le spie dello zio intuissero l'accordo. L'istinto, però, continuava a sussurrargli che stesse per succedere qualcosa di enorme. Palm, dal canto suo, tenne fede alla parola data. Lo seguì a distanza per tutto il giorno in sella a una motocicletta; a volte appariva nello specchietto retrovisore, abbastanza vicino da incrociare il suo sguardo, altre volte svaniva nel traffico caotico di Bangkok per non destare sospetti. Cambiava mezzo ogni giorno, noleggiando scooter diversi pur di rimanere invisibile. Nuengdiao rientrò alla villa intorno alle quattro del pomeriggio, liquefatto dalla tensione. Aveva divorato la strada subito dopo l'ultima campanella, sapendo che Chopper sarebbe arrivato verso le sei. Finì i compiti in modo automatico, incapace di concentrarsi davvero, e andò a sedersi sulla poltrona nel corridoio principale.
All'improvviso— Bang!
Un boato assordante squarciò il silenzio della villa. Nuengdiao scattò in piedi, il cuore in gola, gli occhi che saettavano disperati alla ricerca di una via di fuga o di un nascondiglio. Ma prima ancora che potesse fare un solo passo, la porta d'ingresso venne abbattuta e tre canne di pistola si ritrovarono puntate dritto al suo petto. Poco oltre la soglia, i corpi dei due poliziotti giacevano immobili, riversi in una pozza di sangue che si allargava rapidamente sul pavimento di marmo.
«Siediti.» L'uomo al centro del gruppo ordinò il comando con una voce bassa, che non ammetteva repliche. Anche se sperava con tutto se stesso che quel giorno non sarebbe mai arrivato, Nuengdiao si era preparato mentalmente a un simile inferno. Supakit si fece avanti, impugnando l'arma. Lo fissò a denti stretti, gli occhi ridotti a due fessure cariche di un disprezzo feroce.
«Ho portato alcuni documenti che richiedono la tua firma», esordì lo zio. Premette la canna gelida della pistola contro la fronte di Nuengdiao. Il metallo gli scavò la pelle, riducendo la sua intera esistenza a una frazione di secondo. Il ragazzo deglutì a fatica, imponendo a ogni fibra del suo corpo di non tremare, mentre la mente cercava disperatamente una qualunque via di fuga. «Tua madre ha i minuti contati, Nueng», sussurrò Supakit, stampandosi in volto un sorriso viscido e deforme. «I miei uomini sono già entrati in azione all'ospedale. Questa volta, Tanya non supererà la notte.»
Una rabbia cieca divampò nel petto di Nuengdiao; avrebbe voluto gridargli in faccia tutto il suo disgusto, ma la pressione del ferro sulla fronte gli impose un silenzio forzato. Si limitò a ricambiare lo sguardo, accennando a sua volta a un sorriso. Non era un sorriso di resa, né di scherno. Era pura, gelida promessa di morte. Se riesco a respirare ancora una volta dopo oggi, ti ucciderò con le mie stesse mani, giurò a se stesso, anche se la logica gli gridava che le sue probabilità di uscire vivo da quella stanza erano ormai prossime allo zero.
«Nel momento esatto in cui Tanya esalerà l'ultimo respiro, tutto il patrimonio Kiattakulmaetee passerà legalmente a te», continuò Supakit, sedendosi accanto a lui. «E se tu dovessi disgraziatamente morire subito dopo di lei, l'intero impero di famiglia passerà a me.»
Fece scivolare lentamente la canna della pistola dalla fronte alla tempia del nipote, premendo con forza. «Ma visto che il tempo stringe e temo che tu non abbia l'occasione di redigere un testamento ufficiale... ho pensato bene di scriverlo io per te.»
Con un cenno del mento, diede un ordine ai suoi uomini. Uno di loro posò una cartella con dei fogli sul tavolino; l'altro gli offrò una penna, come se si trattasse di una normale transazione d'affari.
«Ti renderà immensamente ricco nell'aldilà, non credi?» lo schernì lo zio.
Maledizione! Maledizione!
«Scappa!»
Proprio mentre i due scagnozzi si avvicinavano con la cartella sollevata, un proiettile esplose dall'oscurità alle loro spalle, trapassandoli all'istante. I loro corpi stramazzarono al suolo con un tonfo sordo. Supakit si voltò di scatto, la maschera di ghiaccio frantumata da un sussulto di puro sconcerto. Cogliendo quell'unica, disperata frazione di secondo, Nuengdiao colpì con la mano destra la canna della pistola puntata alla sua tempia, deviandola e facendola volare lontano sul tappeto. Balzò in piedi e scattò a perdifiato verso l'ombra da cui era partito il colpo.
Palm...
Non aveva bisogno di vederlo in volto per riconoscerlo. Anche se li separavano solo pochissimi metri, quella distanza sembrava un oceano invalicabile. Palm aveva tenuto fede alla promessa di non farsi vedere, era rimasto lì, invisibile e vigile, pronto a fare fuoco per strapparlo alla morte. Si era infiltrato nella villa senza che nessuno, nemmeno lo zio, avvertisse la sua presenza.
«Attento!» L'urlo di Palm squarciò l'aria, disperato. Nuengdiao non comprese subito il pericolo, ma la tensione selvaggia sul volto del ragazzo lo spinse a voltarsi d'istinto. Fu allora che vide Supakit, raddrizzato e furibondo, mirare contro di loro con una seconda arma estratta dalla giacca.
Bang! Il proiettile gli passò a un soffio dall'orecchio. Nuengdiao barcollò, ma la mano di Palm lo afferrò al volo, strattonandolo verso il basso e facendolo ruzzolare sul pavimento per salvargli la vita. Un altro colpo risuonò sopra le loro teste, scheggiando il legno dei mobili. Palm, sdraiato a terra e senza il tempo di prendere la mira, sollevò il braccio armato in un disperato tentativo di neutralizzare la minaccia. Il proiettile colpì la spalla di Supakit con un impatto sordo, ma l'uomo, accecato dal dolore e dalla rabbia, non indietreggiò; prese la mira e rispose al fuoco.
Bang!
Nuengdiao vide la scena rallentare in modo spietato. Il proiettile perforò il petto di Palm. Non seppe dire quali organi vitali fossero stati lacerati, vide solo il corpo del ragazzo sussultare e accasciarsi al suolo, mentre una macchia scura e densa cominciava a inzuppargli la camicia, allargandosi sul pavimento. Il cuore di Nuengdiao si raggelò, fermandosi.
«Se osi sfiorare quella pistola, il tuo cagnolino muore adesso!»
La voce di Supakit tuonò alle sue spalle. Nuengdiao non ebbe bisogno di voltarsi per sapere che la canna fumante era puntata dritto su di lui. La sua mano, protesa verso l'arma di Palm scivolata a terra, si bloccò a mezz'aria. Poteva solo fissare Palm, immobile, con gli occhi semichiusi in mezzo a quel lago di sangue. Alla fine, era rimasto davvero solo. Il destino gli aveva strappato ogni cosa.
«Firma quel maledetto testamento, o vi ammazzo entrambi qui e ora!»
Con le gambe che minacciavano di cedere, Nuengdiao si rimise in piedi, sollevando lentamente le mani in segno di totale resa. Le lacrime gli rigavano il volto. Senza Palm, la sua intera esistenza tornava a essere una landa desolata e priva di senso. Palm sta morendo... Palm sta morendo per colpa mia... Con le dita scosse da un tremito incontrollabile, un misto di terrore, odio e disperazione pura, afferrò la penna e firmò i documenti, cedendo ogni singola proprietà e quota azionaria a Supakit. Il denaro era una maledizione che corrompeva ogni cosa: più ne possedevi, più eri destinato a perdere le persone che amavi. E sapeva che, non appena l'inchiostro si fosse asciugato, sarebbe toccato anche a lui.
«Se quel testardo di tuo padre avesse firmato subito, non sarebbe finito sottoterra così presto», commentò Supakit con un ghigno di scherno, soppesando i fogli siglati.
Nuengdiao aveva sempre sospettato che dietro l'assassinio di suo padre ci fosse la mano viscida dello zio, ma non ne aveva mai avuto la prova schiacciante. Fino a quel maledetto istante.
«La prima volta aveva funzionato, ma tuo padre falsificò la firma», ringhiò Supakit, estraendo dalla giacca un vecchio documento ingiallito per metterlo a confronto con quello appena siglato. «Questa volta devo assicurarmi che ogni singolo tratto sia perfetto.» Fece scorrere lo sguardo tra i due fogli, poi sputò un freddo commento: «Almeno tu non menti come faceva lui.»
Nuengdiao strinse i denti fino a sanguinare. Quell'uomo era il fratello di sangue di suo padre, eppure lo aveva fatto giustiziare senza un briciolo di rimorso. Aveva orchestrato l'omicidio di suo fratello, aveva tentato di sgozzare sua madre e ora stava per eliminare anche lui. Nel momento esatto in cui Supakit allontanò la canna della pistola dalla sua tempia, una nuova, violentissima raffica di spari echeggiò nel salone. Il primo proiettile gli perforò da parte a parte la coscia. Un secondo colpo, letale e preciso, lo raggiunse in pieno volto. Supakit crollò a terra come un sacco vuoto, senza riuscire a emettere un solo respiro. Fu suo cugino il primo a varcare la soglia, sparando alla gamba del padre nel disperato tentativo di immobilizzarlo senza ucciderlo. Ma quando Supakit aveva accennato a reagire, i due poliziotti alle spalle del ragazzo avevano aperto il fuoco, eseguendo una condanna a morte immediata. La pistola scivolò lentamente dalle mani tremanti di Chopper, mentre le lacrime cominciava a rigargli il viso sconvolto. Nuengdiao rimase pietrificato per un lunghissimo istante, sospeso nel vuoto. Poi, l'adrenalina lo risvegliò di colpo.
«Dobbiamo portare Palm in ospedale!» La sua voce si spezzò in un urlo disperato, disumano. Una squadra di agenti e soccorritori fece irruzione nella villa, invadendo lo spazio per isolare la scena del crimine. Solo in quel momento Nuengdiao si accorse che i suoi abiti erano completamente inzuppati del sangue di Palm. I paramedici si fiondarono sul corpo del ragazzo, premendo bende sulla ferita al petto.
«Palm... non osare morire! Resta con me!» gridò Nuengdiao, mentre lo caricavano sulla barella. Gli dissero che aveva ancora il polso. Una flebile, disperata speranza. Nuengdiao barcollò fuori dalla villa con le gambe di gomma, il terrore puro che gli artigliava i polmoni. Quando vide Chopper accasciato a terra in giardino, distrutto dal senso di colpa, si inginocchiò accanto a lui. Lo strinse in un abbraccio, accarezzandogli la schiena mentre entrambi scoppiavano in un pianto dirotto. Anche per suo cugino era l'inferno sulla terra: aveva premuto il grilletto contro il suo stesso sangue. Gli aveva offerto un'ultima, estrema possibilità di fermarsi, e aveva perso tutto.
«Mi dispiace, Nueng... Mi dispiace così tanto...» singhiozzò Chopper, la voce soffocata contro la sua spalla. «Ho insistito per vederti e ho allertato la polizia, ma non avrei mai immaginato che si sarebbe trasformato in un massacro...»
Solo allora Nuengdiao rammentò la telefonata del giorno prima. Ma ormai, la dinamica non contava più nulla.
«Mia madre... Chopper, come sta mia madre?»
Il cugino gli afferrò le spalle. «Non temere. Sta bene. I sicari mandati da mio padre sono stati intercettati e arrestati prima di entrare, e hanno già confessato tutto. Inoltre, la polizia ha registrato ogni singola parola e azione avvenuta qui dentro.» Le parole di Chopper erano un distillato di agonia e sollievo. Per quanto Nuengdiao avesse odiato Supakit, non riusciva a provare un briciolo di rancore per quel ragazzo. Chopper non aveva scelto quella famiglia, eppure, nel momento del giudizio finale, aveva scelto la giustizia a costo della sua stessa anima.
«Dovresti andare in ospedale, Nuengdiao.»
Una terza voce si unì a loro. Nuengdiao sollevò lo sguardo e vide Ben, che osservava Chopper con un'espressione colma di straziante apprensione.
«È stato Ben a muovere i fili», spiegò Chopper. «Ha contattato suo padre, che è un alto ufficiale dell'esercito. Senza i suoi agganci e la sua influenza, non sarei mai riuscito a mobilitare un contingente simile in così poco tempo.»
Nuengdiao fissò Ben, sentendo un nodo alla gola. «Grazie, Ben.» Gli tese la mano e, aggrappandosi a quella presa, si rimise faticosamente in piedi.
«Non c'è bisogno che mi ringrazi», risposto Ben, accennando un sorriso. Poi, con un gesto spontaneo di conforto, Ben gli cinse le spalle con un braccio, attirando contemporaneamente Chopper a sé in un abbraccio protettivo. I domestici e il personale della villa, rimasti intrappolati ai margini del salone dopo il deflusso delle forze dell'ordine, stavano assistendo fissi alla scena. Nel percepire il peso di tutti quegli occhi puntati addosso, e notando l'intimità affettuosa e istintiva tra Ben e Chopper, il corpo di Nuengdiao si irrigidì all'improvviso. Una vecchia, logorante paura tornò a mordergli il cuore.
«Palm.»