爸爸
bàba significa papà.
«Oppure la Polonia! Anche lì dev'essere bellissimo.»
Con il mento appoggiato sulle braccia incrociate, Nuengdiao fissava con aria visibilmente annoiata l'orologio appeso alla parete dell'aula. Le voci dei compagni di classe gli arrivavano alle orecchie come un ronzio di sottofondo, senza riuscire davvero a catturare la sua attenzione. L'intervallo della seconda ora era terminato già da un pezzo, e l'insegnante della terza lezione non si era ancora fatto vedere.
«E se andassimo a Disneyland, ragazzi?»
«Ma perché no la Polonia? Non vi incuriosisce per niente?»
«Dovremmo informarci meglio. Non basta scegliere un parco divertimenti a caso o guardare due foto di paesaggi.»
Nuengdiao continuò a restare in disparte, ignorando del tutto la discussione che ferveva intorno a lui.
«Non è vero, Nuengdiao?»
«Mh?» Sollevò appena la testa, colto alla sprovvista. Non aveva seguito la conversazione nemmeno per un istante, troppo perso nei suoi pensieri. Davanti a lui, i suoi tre compagni erano ancora animatamente impegnati a decidere la meta ideale per le vacanze estive.
«E tu dove andrai?» gli chiese uno di loro.
Nuengdiao trattenne a stento un sospiro. Ormai aveva perso il conto di quante volte, nelle ultime settimane, gli avessero rivolto quella stessa domanda.
«Resterò a casa.»
«Sul serio? Con tutti i soldi che ha la tua famiglia? Oppure stai solo pensando di partire all'ultimo minuto per il fine settimana?»
«Mia madre non mi lascia andare da nessuna parte.» La sua risposta suonò bassa e sbrigativa. Detestava quel genere di interrogatori e usare la figura di sua madre come scudo era l'unico modo per evitare la solita, inevitabile raffica di domande: Ma perché te ne stai sempre chiuso in casa? Da quando suo padre è morto, il giorno del suo decimo compleanno, sua madre lo aveva cresciuto come un fiore prezioso sotto una campana di vetro. Essere l'unico erede della dinastia Kiattakulmaetee era, allo stesso tempo, un immenso privilegio e una condanna spietata.
«Ma allora perché Chopper può andare in vacanza ovunque voglia?»
Quella domanda catturò la sua attenzione. Chopper era il figlio di suo Supakit Kiattakulmaetee, e quindi suo cugino. Eppure, le loro esistenze non avrebbero potuto essere più diverse. Nuengdiao era il legittimo erede dell'intero patrimonio di famiglia, colui che un giorno avrebbe dovuto farsi carico delle aziende fondate sul sudore e sui sacrifici dei suoi genitori. Per il momento, sua madre e suo zio amministravano gli affari insieme, ma il successore designato restava lui. E, nonostante il legame di sangue, Nuengdiao non era mai riuscito a fidarsi davvero di Supakit.
«Chopper è Chopper. Io sono io», tagliò corto. Detto questo, si alzò e afferrò la borsa. Erano passati ormai dieci minuti e dell'insegnante non c'era traccia. Allo scoccare dell'undicesimo, nessuno avrebbe potuto dirgli nulla se avesse deciso di andarsene. «Salto quest'ora, ci vediamo dopo.»
Poom lo fermò all'istante, afferrandolo per una manica. Tra tutti i compagni, lui era probabilmente quello con cui Nuengdiao parlava più spesso.
«Ehi, ho sistemato quella faccenda», mormorò, abbassando la voce. «Metteresti una buona parola per me?»
Nuengdiao rimase in silenzio per un istante, avvertendo una strana sensazione agitarsi nel petto. «Vedrò cosa posso fare.»
«Grazie, sua altezza!»
Mentre gli altri riprendevano l'animata discussione sulla Polonia e Disneyland, Nuengdiao si mise la borsa in spalla e lasciò l'aula, desideroso solo di trovare un angolo silenzioso in cui poter respirare.
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Bussò piano, anche se la porta era già aperta. Il rumore riecheggiò nella stanza collegata alla sala conferenze della scuola. In quel locale venivano custoditi gli strumenti musicali e le apparecchiature audio utilizzate per gli eventi ufficiali dell'istituto; con il tempo, gli studenti lo avevano trasformato nel quartier generale del club di musica.
«È solo il primo giorno di scuola e già salti le lezioni?»
Il ragazzo che era intento a spolverare e lucidare alcuni strumenti si voltò verso di lui. Nuengdiao entrò e si guardò intorno, respirando l'aria familiare di quel posto. Quello era il loro rifugio dietro le quinte, un angolo di mondo che quasi nessuno conosceva, lontano dagli sguardi indiscreti e dal rumore caotico del resto della scuola.
«No?» Appoggiò la borsa a terra e, come attirato da una forza magnetica, si diresse subito verso il pianoforte nell'angolo della stanza. Il ragazzo che lo aveva accolto si chiamava Ben. Frequentavano lo stesso club fin dal primo anno e, d'altronde, chiunque a scuola aveva bisogno di un luogo speciale in cui solo a pochissimi eletti era concesso entrare.
«Beh, visto che sei tu, non c'è alcun problema», aggiunse Ben.
Nuengdiao non rispose, ma comprese perfettamente il significato di quelle semplici parole. Si sedette davanti alla tastiera. La mente era stranamente vuota, eppure sentiva il bisogno irrefrenabile di dare vita a una melodia ben precisa. Premette il primo Do. Le dita iniziarono a scivolare fluide sui tasti e, nota dopo nota, Nuengdiao si sentì più leggero. In quel piccolo spazio esisteva soltanto la musica: il mondo esterno, le ombre del suo cognome e i pensieri che lo tormentavano svanivano a ogni accordo.
«Last Christmas», commentò Ben. Nuengdiao interruppe l'esecuzione e si voltò, sorpreso. «È il brano che hai suonato durante il nostro primo anno, alla festa di Natale.»
«Come fai a saperlo?» Non riuscì a nascondere lo stupore nella voce. All'epoca aveva suonato nascosto dietro le quinte, ben lontano dagli occhi del pubblico. Tutti in sala avevano creduto che la musica provenisse da una base registrata; nessuno aveva mai sospettato che ci fosse lui al pianoforte.
«È piacevole da ascoltare», continuò Ben. «Però quel Do ha qualcosa di strano. Prova a non premere il tasto fino in fondo, sembra leggermente scordato, ma non abbastanza da rovinare l'esecuzione. O forse è una tua scelta stilistica?» Ben continuò a pulire la batteria senza nemmeno voltarsi, apparentemente concentrato sul suo lavoro. Eppure, dimostrava di saper cogliere alla perfezione ogni minima sfumatura della musica e di ciò che passava nella mente di Nuengdiao. Lui e il suo insegnante avevano già tentato più volte di risolvere quel problema con l'intonazione del Do, ma senza alcun risultato. E ultimamente, nella sua vita, ogni minima cosa sembrava essersi fatta terribilmente complicata.
«Allora suonerò una versione diversa», decise Nuengdiao. Posò di nuovo le dita sulla tastiera. Conosceva quel brano così bene da non aver bisogno dello spartito. Era una canzone che parlava di un amore finito, di un cuore affidato ingenuamente alla persona sbagliata e della speranza di poterlo donare, un giorno, a qualcuno di davvero speciale.
Last Christmas, I gave you my heart...
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«Com'è andato il primo giorno di scuola? Ti sei divertito?» Fu la prima domanda che sua madre gli rivolse non appena si sedettero per la cena. Il tavolo da pranzo era immenso, progettato per accogliere comodamente almeno dieci persone, eppure in quell'enorme stanza c'erano soltanto loro due.
«È andata bene», rispose lui con studiata nonchalance, mentre le dita stringevano inconsciamente la tracolla della borsa. In realtà non era andata bene per niente. Aveva saltato le lezioni e si era trattenuto nel club di musica molto più del previsto, ma il vero problema era stato il ritorno in aula. Quando era rientrato, aveva trovato il suo quaderno sotto il banco completamente scarabocchiato e con le pagine strappate. Come se non bastasse, qualcuno aveva infilato dell'argilla nella serratura del suo armadietto, costringendolo a chiamare un addetto della scuola prima di riuscire ad aprirlo.
«Chanon mi ha detto che non sembravi stare molto bene.» Sua madre allungò un braccio sul tavolo e gli prese delicatamente la mano. Da quando suo padre se n'era andato, quella donna si era caricata sulle spalle il peso dell'intera famiglia: aveva salvato l'azienda immobiliare da una crisi finanziaria devastante e, da allora, gestiva ogni singolo affare con pugno di ferro, senza fermarsi a badare troppo a cosa fosse giusto o sbagliato. Davanti a quel tocco affettuoso, il cuore di Nuengdiao ebbe un sussulto. Da quella tragica notte di pioggia incessante in cui tutto era crollato, il ragazzo aveva desiderato una sola, impossibile cosa: poter ascoltare ancora una volta una favola della buonanotte raccontata dalla voce calda di suo padre.
«Chanon esagera sempre.»
«Nuengdiao...» sospirò Tanya, guardandolo con una dolcezza intrisa di stanchezza. Lui distolse lo sguardo, incapace di reggere i suoi occhi. Sapeva che la sua non era una vita di stenti, tutt'altro; eppure, nessuno al mondo desidera davvero passare i propri anni migliori rinchiuso dentro una bellissima, ma soffocante, gabbia dorata.
«Era soltanto preoccupato per te. Hai litigato con qualcuno? Ti hanno fatto del male? Dimmi la verità, Nuengdiao, e parlerò personalmente con il preside.»
Nuengdiao si limitò a scuotere la testa con un sorriso tirato, fingendo che non fosse successo nulla. D'altronde, sua madre conosceva fin troppo bene le ragioni per cui molti compagni di scuola lo prendevano di mira. Di recente, la sua azienda aveva fatto espropriare alcuni terreni proprio a ridosso dell'istituto per costruire un nuovo complesso edilizio, scatenando proteste e manifestazioni per giorni. Agli occhi di tutti, Nuengdiao non era altro che il figlio privilegiato di una donna ricca e spietata, incapace di comprendere le difficoltà della gente comune.
«Signora Tanya.» Una voce bassa e deferente interruppe la conversazione. Nuengdiao non ebbe nemmeno bisogno di voltarsi per capire che si trattava di Chanon, l'uomo che lo accompagnava a scuola ogni giorno. A quel richiamo, lo sguardo del ragazzo si fece improvvisamente più duro, eppure sapeva che non avrebbe mai potuto odiarlo davvero. Dopotutto, era stato proprio Chanon a trovarlo e a tirarlo fuori da quell'armadio buio, tanti anni prima, la notte in cui suo padre era stato ucciso.
«Sì?»
«È arrivato», annunciò l'uomo con un leggero inchino. Tanya si limitò a un cenno del capo, concedendo il permesso. Pochi istanti dopo, Chanon rientrò nella sala da pranzo accompagnato da un ragazzo che camminava un passo dietro di lui.
«Lui è Palm, mio figlio.» La presentazione fu semplice, priva di fronzoli, eppure carica di un' solennità implicita.
«Buonasera, signora Tanya. Buonasera, signorino Nuengdiao.» Il ragazzo accennò un saluto inizialmente un po' impacciato, muovendo la mano, ma un attimo dopo unì i palmi davanti al petto e si inchinò con profondo rispetto, secondo la tradizione. A prima vista, Palm sembrava una versione più giovane e slanciata di suo padre, anche se la sua pelle era leggermente più scura. Aveva lineamenti marcati ma sorprendentemente armoniosi: una mascella ben definita, e uno sguardo scuro, così intenso da risultare quasi magnetico. Nuengdiao continuò a osservarlo in silenzio.
«Palm viveva con suo zio in campagna, ma purtroppo l'uomo è venuto a mancare da poco», spiegò Chanon, rompendo il silenzio della stanza. «Così ho deciso di portarlo qui a Bangkok. Non appena troveremo una sistemazione più adatta per lui, si trasferirà altrove.» Chanon parlava con il consueto, assoluto rispetto. In realtà, quell'uomo era molto più di un semplice dipendente: era il braccio destro di sua madre, l'unico di cui lei si fidasse ciecamente. Anche lo stesso Nuengdiao, dopotutto, lo considerava quasi un membro della famiglia. Eppure Chanon non aveva mai approfittato di quella straordinaria vicinanza; continuava a mantenere le distanze dettate dal suo ruolo, senza mai vantarsi dei sacrifici o di tutto ciò che aveva fatto per i Kiattakulmaetee nel corso degli anni.
«Non preoccuparti affatto, Chanon», intervenne Tanya con assoluta tranquillità. «Lascia pure che tuo figlio resti qui con noi. Una casa così grande ha spazio più che sufficiente per entrambi.»
Nuengdiao non protestò. Continuò semplicemente a osservare il nuovo arrivato con una silenziosa, intensa curiosità. Palm sollevò per un attimo lo sguardo e i loro occhi si incontrarono; ma, non appena si rese conto, il ragazzo di campagna abbassò immediatamente il capo per deferenza. Eppure quel fugace contatto visivo bastò a insinuare un dubbio profondo nella mente dell'erede. Perché compariva proprio adesso?
«Perdonami...» disse Nuengdiao, voltandosi verso Chanon e cedendo all'impulso di dare voce ai suoi sospetti. «Davvero non ha un altro posto dove andare?»
Palm non era più un bambino da accudire, ed era proprio questo a rendere la sua improvvisa comparsa così insolita. Dopotutto, quale genitore sceglierebbe mai, di sua spontanea volontà, di far vivere il proprio figlio in un ambiente simile? Se Chanon avesse avuto una reale alternativa, non avrebbe mai permesso al suo stesso sangue di mettere piede in quel mondo spietato, un mondo costantemente impregnato dell'odore acre della polvere da sparo.
Tanya ignorò la provocazione del figlio. «Quanti anni hai?» domandò invece, rivolgendosi direttamente al ragazzo.
«Diciannove, signora.» Era la prima volta che Nuengdiao sentiva davvero la sua voce. Era bassa, leggermente roca, ma attraversata da una fermezza sorprendente che contrastava con il suo atteggiamento sottomesso.
«Quindi dovresti essere al primo anno di università.»
«No, signora. Mio figlio ha dovuto interrompere gli studi per un anno», spiegò Chanon con un velo di tristezza nella voce. «Suo zio era malato di cancro e Palm è rimasto in campagna fino alla fine per assisterlo. Per questo motivo quest'anno riprenderà la scuola e frequenterà l'ultimo anno di liceo.»
«Quindi sarà un coetaneo di Nuengdiao», osservò Tanya, guardando il figlio. Palm si limitò ad annuire. «Perfetto», concluse la donna. «Spero che possiate legare e diventare amici.»
Quelle parole fecero bloccare la mano di Nuengdiao a mezz'aria, proprio mentre stava per avvicinare le posate al piatto. Sollevò lentamente il capo e tornò a fissare il ragazzo. Palm sembrava possedere la stessa incrollabile calma e la stessa umiltà di suo padre; ma, al di là dell'etichetta formale di figlio dell'autista, che genere di persona si nascondeva davvero dietro quell'apparenza sottomessa?
«Palm», lo richiamò Tanya, il tono che si faceva più serio e carico di un peso implicito. «Ti prenderai cura di Nuengdiao?»
«Sì, signora», rispose lui, senza la minima esitazione. Congedati da quel patto silenzioso, Palm e Chanon si allontanarono dalla stanza. Rimasto solo con sua madre, Nuengdiao si sentì attraversare da un brivido di emozioni contrastanti. Che cosa ci faceva davvero qui quel ragazzo dall'aria così semplice e remissiva?Un sorriso amaro e privo di gioia gli sfiorò le labbra.
Un amico.
Si domandò se esistesse davvero qualcuno, nella sua vita, disposto a considerarlo sinceramente tale.
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Nonostante sua madre gli avesse esplicitamente chiesto di fare amicizia con lui, Palm continuava a comportarsi rigorosamente come un servitore di casa. Ogni volta che Nuengdiao gli passava accanto, il ragazzo abbassava immediatamente lo sguardo. Quando si muoveva in presenza di suo padre, poi, rimaneva un passo indietro, in un silenzio assoluto, il capo chino e un atteggiamento di totale sottomissione. All'inizio Nuengdiao non ci aveva fatto troppo caso. Ma, con il passare dei giorni, più lo osservava e più sentiva crescere dentro di sé una sottile, inspiegabile irritazione. Palm non si comportava affatto come un normale ragazzo della sua età. Piuttosto, assomigliava a una macchina programmata per eseguire ogni ordine senza lamentarsi, senza desideri apparenti e senza mostrare la minima emozione. Come se il caos della villa, i segreti e i problemi del mondo intero non potessero nemmeno sfiorarlo.
«Ciao.»
Nuengdiao ruppe il silenzio, avvicinandosi. Fino a poco prima era rimasto chiuso in camera sua a guardare la televisione, ma il rumore ritmico dell'acqua che scorreva in cortile aveva finito per attirare la sua attenzione. Uscendo, aveva trovato Palm intento a lavare una delle auto di famiglia e, spinto da un impulso che non sapeva bene come spiegare, aveva sentito il bisogno di rivolgergli la parola.
«Buonasera, padrone.»
«Mi chiamo Neungdiao.»
«Sì, padrone Neungdiao.» Palm chiuse all'istante il rubinetto della pompa, interrompendo il getto d'acqua, e si raddrizzò. Si dispose nella sua solita posizione: mani raccolte davanti al corpo e sguardo rigorosamente piantato sulle proprie scarpe. «Ha bisogno che faccia qualcosa per lei?»
«Se ti chiedessi di fare qualsiasi cosa, obbediresti davvero?» lo provocò Nuengdiao, facendo un passo avanti.
«Certamente.» Palm sollevò appena le palpebre, rimanendo in attesa di un ordine. Ma non appena incrociò gli occhi di Nuengdiao, i suoi si abbassarono di scatto.
«Alza la testa.»
«Come?»
«Ti ho ordinato di guardarmi.»
Palm esitò per un istante, le spalle tese, poi obbedì alla richiesta. In realtà, non era mai stato un ragazzo timido o insicuro, eppure, per qualche strana ragione, davanti a Nuengdiao sentiva una pressione tale da non riuscire a sostenerne lo sguardo.
«Quando parli con qualcuno, dovresti guardarlo dritto in faccia. Non mi piace che tu tenga sempre la testa bassa in quel modo.»
Palm annuì, ma anziché fissarlo davvero, i suoi occhi scuri iniziarono a vagare ovunque pur di evitare i suoi. Nuengdiao lasciò cadere le braccia lungo i fianchi ed esalò un lungo sospiro, ormai rassegnato a non poter scalfire quel muro di formalità.
«Dove vivevi prima?» domandò Nuengdiao, spinto da una sincera curiosità. In fondo, continuava a nutrire molti dubbi nei suoi confronti. Sua madre non faceva mai nulla senza un motivo preciso, men che meno chiedergli di stringere amicizia con qualcuno.
«A Hua Hin.»
«Sei mai stato in città prima d'ora?»
«No, passavo quasi tutto il mio tempo a casa, ad aiutare lo zio.»
Con le braccia incrociate sul petto, Nuengdiao lo esaminò con attenzione dalla testa ai piedi, studiando la sua postura.
«E cosa facevi esattamente laggiù?»
«Vendevamo insalata di papaya.»
«Quindi sei bravo a cucinare? Sai prepararla?» Come gli aveva insegnato suo padre fin da piccolo, cercava sempre di raccogliere quante più informazioni possibili, osservando ogni minimo dettaglio e ogni sfumatura della voce.
«Non proprio», ammise Palm. «Per lo più facevo commissioni, consegne e aiutavo dove c'era bisogno.»
«È stato difficile trasferirti a Bangkok? Ti piace stare in questa casa?» Nuengdiao fingeva un interesse disinteressato per la sua situazione, ma in realtà il suo era un vero e proprio interrogatorio: voleva capire cosa si nascondesse dietro le reali intenzioni di Chanon e di sua madre.
«Va bene così», rispose Palm, e per un secondo una scia di sincera malinconia gli offuscò lo sguardo. «Dopotutto, mio zio è morto e non mi era rimasto nessun altro.»
Nuengdiao si limitò ad annuire, studiando attentamente ogni singola contrazione sul volto del ragazzo. Quella risposta, intrisa di una solitudine che conosceva fin troppo bene, non lo sorprese. E, soprattutto, Palm non sembrava affatto mentire.
«E i tuoi amici? Non ti mancano?»
«Non ne avevo molti, a dire il vero. Dopo la scuola dovevo sempre correre a casa ad aiutare mio zio con i preparativi per il chiosco, quindi non avevo mai tempo per uscire con gli altri ragazzi.» Il silenzio scese improvvisamente tra loro, interrotto solo dallo sgocciolio dell'acqua sulla carrozzeria. Nuengdiao rimase a corto di domande. Palm era troppo normale. Anzi, era talmente ordinario e privo di malizia da risultare quasi noioso. Eppure, l'istinto continuava a sussurrargli che il figlio di Chanon nascondesse qualcosa. Sua madre si fidava ciecamente di Chanon, era l'uomo che gestiva la loro sicurezza. Era impensabile che non si preoccupasse del futuro del ragazzo; dopotutto, ospitandolo alla villa, gli stava già garantendo un'istruzione dignitosa e opportunità che gli altri figli dei dipendenti non avrebbero mai sognato. Ma la vera domanda che tormentava Nuengdiao restava un’altra.
Perché proprio lui? Sua madre voleva davvero che diventassero amici, o Palm era lì per un altro scopo?
Più tardi, tornato nella sua stanza, quel pensiero continuò a ossessionarlo. Affacciato alla finestra del primo piano, Nuengdiao rimase a osservare la figura di Palm in cortile, intento a lavare metodicamente una macchina dopo l'altra. Su una sedia lì vicino, notò piegata l'uniforme scolastica che il ragazzo avrebbe indossato l'indomani: era quella di una scuola pubblica situata molto lontano dalla sua. Scosse lentamente la testa, passandosi una mano tra i capelli nel tentativo di liberarsi da quei sospetti insistenti. Eppure, una domanda continuava a riecheggiare nella sua mente.
Che cosa stava davvero progettando sua madre?