妈妈
māma significa madre.
«Allora, signorino, com'è andato l'inizio del nuovo semestre?» chiese Chanon.
Nuengdiao non rispose subito. Nella sua mente riaffiorarono in sequenza immagini che avrebbe voluto solo cancellare per sempre: la cartella sparita nel nulla, l'armadietto imbrattato d'inchiostro, il quaderno gettato nella spazzatura e, peggio ancora, i volantini disseminati per tutta la scuola con la sua fotografia e, sopra, una scritta rossa.
Il figlio di un assassino.
«Come sempre», rispose infine, con tono distratto, mentre continuava a osservare il paesaggio scorrere oltre il finestrino.
Lungo la strada, quasi a voler confermare i suoi tormenti, si susseguivano cartelloni e striscioni di protesta contro l'espropriazione dei terreni destinati ai nuovi progetti commerciali della sua famiglia. Dal punto di vista legale, sua madre non aveva commesso alcun illecito: il contratto di concessione era scaduto e i proprietari originari avevano accettato di vendere le loro terre alla famiglia Kiattakulmaetee per la costruzione di un grande centro commerciale. Eppure, la fredda burocrazia di quella decisione avrebbe costretto centinaia di famiglie ad abbandonare per sempre le proprie case. Quando l'auto si fermò davanti ai cancelli della scuola, Neungdiao percepì immediatamente gli sguardi ostili dei compagni puntati su di lui.
«Te l'ho già detto tante volte, Chanon, non devi raccontare a mia madre quello che mi succede a scuola», disse, incrociando lo sguardo dell'uomo riflesso nello specchietto retrovisore. «Ha già abbastanza problemi di cui occuparsi con l'azienda. Non voglio darle altre preoccupazioni.»
Chanon esalò un lungo, pesante sospiro prima di parlare.
«Ieri hanno tagliato il tubo dei freni dell'auto, signorino.»
Nuengdiao spalancò gli occhi, ma lo stupore sul suo volto durò soltanto un istante, sostituito da una fredda rassegnazione. In fondo, una parte di lui se lo aspettava. Da tempo sentiva che tutti quei piccoli incidenti apparentemente isolati — a scuola come fuori — facessero parte di un unico, inquietante disegno. Nel suo mondo, le coincidenze non erano mai esistite.
«Ho la netta impressione che qualcuno ci stia tenendo d'occhio», continuò l'autista, la voce spaventosamente calma e controllata. «Ieri mi sono allontanato per andare in bagno solo per pochi minuti. Quando sono tornato, ho trovato l'auto in quelle condizioni.»
Per quanto la notizia fosse inquietante, Nuengdiao non ne rimase davvero sorpreso. Non era la prima volta che subiva minacce o gesti ostili, ma tagliare i freni di un'auto significava aver deliberatamente oltrepassato il limite tra il bullismo e il tentato omicidio.
«Credo che il colpevole sia qualcuno della scuola», continuò Chanon. «Ho avvisato immediatamente la sicurezza dell'istituto, ma non hanno trovato alcuna traccia utile. In quella zona del parcheggio, nell'orario del sabotaggio, sono passati soltanto studenti e alcuni dipendenti.»
«Non ci sono telecamere di sorveglianza?»
«Sì, ma l'angolo in cui ero parcheggiato non rientra nell'area coperta dagli obiettivi. Possiamo soltanto vedere chi è entrato o uscito dall'edificio principale in quella fascia oraria.» L'uomo fece una breve pausa, incrociando di nuovo lo sguardo del ragazzo nello specchietto. «In ogni caso, ho già chiesto formalmente alla direzione di installare altre telecamere nel settore esterno.»
Nuengdiao annuì. «E mia madre?»
«Ieri qualcuno ha seguito l'auto della signora Tanya», rivelò Chanon. «Ma, purtroppo, per lei non si tratta di una novità. Stiamo monitorando la situazione, ma non siamo ancora riusciti a identificare la vettura né chi ci sia dietro.» Per un istante, nell'abitacolo calò un silenzio pesante. La sensazione di essere costantemente spiati non riguardava più soltanto lui. Gli affari dei Kiattakulmaetee non erano del tutto puliti e attiravano regolarmente l'attenzione delle autorità, oltre a quella di soggetti ben più spietati. E, a coronare quell'ombra costante, il caso sull'omicidio di suo padre era ancora aperto, irrisolto e avvolto nel mistero.
«C'è dell'altro?» domandò Nuengdiao, percependo l'esitazione dell'autista.
L'espressione di Chanon si fece ancora più cupa. «Vorrei che stesse estremamente attento, signorino. La situazione intorno a noi sta degenerando rapidamente.»
Nuengdiao ne era perfettamente consapevole. Ma come poteva proteggersi in una scuola con centinaia di studenti, dove chiunque poteva nascondere un coltello o un rancore profondo? Era impossibile tenere ogni cosa sotto controllo.
«La signora Tanya mi ha chiesto di ricordarle che, a partire da questa settimana, dovrebbe riprendere gli allenamenti di autodifesa del sabato.» Quelle parole fecero riaffiorare nella mente di Nuengdiao ricordi che credeva ormai sepolti. Subito dopo la morte di suo padre, Tanya aveva assunto un istruttore privato specializzato affinché il figlio imparasse a difendersi. Non si era mai trattato di uno sport per tenersi in forma o di una banale attività extracurricolare; era una dura preparazione per la sopravvivenza nel mondo reale. Poi erano arrivati il liceo, gli impegni scolastici e, poco alla volta, Nuengdiao aveva smesso di frequentare quelle sessioni.
«Va bene.»
«La signora Tanya desidera anche che Palm si alleni insieme a lei», aggiunse Chanon, tenendo gli occhi fissi sul riflesso del ragazzo. «Mio figlio ha già praticato arti marziali da bambino, anche se non conosco i dettagli della sua preparazione.»
«Mi fiderò del vostro giudizio», rispose Nuengdiao. Pochi istanti dopo, l’auto si arrestò davanti all’ingresso della scuola. Nuengdiao prese la borsa, aprì la portiera e scese. Mancava ancora un po' di tempo all'inizio delle lezioni, forse avrebbe dovuto davvero fare un salto in presidenza per sollecitare la questione delle telecamere di sorveglianza nel parcheggio. Aveva un disperato bisogno di capire chi si nascondesse dietro tutti quegli attacchi.
«Nuengdiao!» Una voce familiare interruppe i suoi pensieri. Era Ben, il presidente del club di musica, che gli si avvicinò con un gran sorriso e gli diede una leggera pacca sulla spalla.
«Ehi Ben. Che succede?» domandò Nuengdiao, sentendo la tensione allentarsi almeno un po'.
«Riusciresti a passare in sala riunioni oggi dopo le lezioni? C'è una cosa di cui vorrei parlarti.»
«È successo qualcosa di grave?»
«No, tutt'altro! Un gruppo di danza di una scuola qui vicino sta cercando un pianista che li accompagni durante un'esibizione, e ho pensato subito a te. È un'attività di volontariato, quindi purtroppo non è previsto alcun compenso. Ti andrebbe comunque di dare un'occhiata al progetto?»
«Perché hai pensato proprio a me?» domandò Nuengdiao, sinceramente sorpreso.
«Perché sei l'unico ragazzo di tutta la scuola che sappia davvero suonare il pianoforte.»
Nuengdiao stava per rispondere, lusingato dal complimento, quando con la coda dell'occhio intercettò una figura familiare in lontananza. Era suo cugino. D'istinto sollevò una mano per salutarlo, ma il gesto gli morì a mezz'aria. Chopper era rimasto immobile in un angolo del cortile e, a giudicare dalla sua postura rigida, sembrava stesse osservando lui e Ben già da un bel pezzo.
«Senti... se hai altre informazioni, mandami tutto su LINE», riprese Nuengdiao, abbassando il braccio e tornando a rivolgersi a Ben. «Prima devo parlare con mia madre e capire com'è la situazione a casa per gli impegni. Se non ci saranno problemi, accetterò volentieri.» Detto questo, prese lo smartphone e mostrò il proprio codice QR affinché Ben potesse aggiungerlo ai contatti. In lontananza, Chopper corrugò la fronte, incupendosi. Era visibilmente infastidito da quello scambio. Forse si stava semplicemente facendo troppi problemi, ingigantendo la situazione a causa del nervosismo per l'auto manomessa. Eppure, il comportamento di suo cugino era diventato fin troppo ambiguo per essere ignorato.
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«Ora passiamo alla pratica.»
Quel sabato pomeriggio ripresero gli allenamenti di autodifesa. Chanon non aveva affatto esagerato: Palm possedeva un talento naturale. Fin dal primo momento, l'istruttore non aveva fatto altro che elogiarlo apertamente. Il ragazzo assimilava le tecniche di base con una rapidità sorprendente, come se il suo corpo le conoscesse già a memoria.
«Mi affido a lei», disse Palm, eseguendo un leggero inchino e pronunciando la formula di rispetto formale che precedeva l'inizio di ogni combattimento.
Seguendo le indicazioni dell'istruttore, Nuengdiao e Palm si disposero l'uno di fronte all'altro sul tatami, pronti ad alternarsi nei ruoli di attaccante e difensore. Ciò significava un inevitabile contatto fisico. Scontri ravvicinati. Prese repentine. Cadute sul tappeto che mozzavano il respiro. Gli occhi di Palm erano imperscrutabili come sempre, ed era proprio quel vuoto indecifrabile ad irritare profondamente Nuengdiao. Più lo guardava, più dentro di lui cresceva un desiderio ostinato, quasi febbrile, di vincere. Voleva a tutti i costi incrinare quella maschera di umiltà e sottomissione dietro cui Palm continuava a nascondersi. Voleva costringerlo a reagire, a mostrare una crepa. Voleva scoprire chi fosse davvero.
«Non trattenerti», disse Nuengdiao, assumendo la posizione di guardia. Appena l'istruttore diede il via all'esercizio, Palm si mosse con una fluidità e una velocità impressionanti. Nuengdiao, secondo la tecnica difensiva, avrebbe dovuto fare un passo indietro e riposizionarsi, ma l'orgoglio ebbe la meglio: scelse invece di avanzare, sferrando un colpo secco alla gamba d'appoggio di Palm nel tentativo di fargli perdere l'equilibrio. Fu tutto inutile.
Con un movimento fulmineo, Palm sfruttò la spinta dell'avversario a proprio favore. Lo afferrò per la spalla e lo atterrò con una proiezione pulita. Un secondo dopo, Nuengdiao si ritrovò schiacciato sul tatami, con il corpo di Palm sopra il suo a immobilizzargli le braccia e a impedirgli qualsiasi via di fuga.
«Mi perdoni», mormorò Palm, con una nota di sincero dispiacere, mentre continuava a tenerlo bloccato sotto il proprio peso.
Nuengdiao accennò un sorriso amaro. Se sua madre avesse assistito a quella scena, vedendo l'erede così facilmente sottomesso, ne sarebbe rimasta profondamente delusa.
«Tornate ai vostri posti!» Al comando dell’istruttore, Palm lo lasciò andare e gli porse una mano per aiutarlo a rialzarsi. Nuengdiao ignorò la mano tesa, sollevandosi da solo. Inspirò profondamente, imponendo al proprio battito cardiaco di rallentare. Non poteva permettersi di essere debole, doveva dimostrarsi all'altezza del nome dei Kiattakulmaetee, a ogni costo. Se voleva proteggere se stesso e tutto ciò che i suoi genitori avevano costruito, non poteva lasciarsi surclassare dal figlio dell'autista. Serrò i pugni e riprese la posizione di guardia, fissando Palm dritto negli occhi.
«Ricominciate!» ordinò l'istruttore.
Questa volta fu Nuengdiao a prendere l'iniziativa. Si lanciò in avanti, deciso a non farsi sopraffare, ma prima ancora di riuscire ad afferrare la divisa dell'avversario, Palm ruotò il busto con un riflesso fulmineo. Intercettò il suo slancio e, con un rapido e preciso aggancio della gamba sinistra, gli tolse il punto d'appoggio, facendogli perdere l'equilibrio. Nuengdiao sentì il vuoto sotto i piedi e si preparò all'ennesimo impatto con il tatami, ma un braccio forte e saldo lo afferrò prima che potesse toccare il suolo. Per un istante sospeso nel tempo, il suo corpo rimase piegato all'indietro, sorretto interamente dalla presa sicura di Palm.
«Scusami...» sussurrò quest'ultimo.
Era così vicino che il suo fiato caldo gli sfiorò il viso. Osservandolo da quella distanza millimetrica, Nuengdiao non poté fare a meno di notare il pomo d’Adamo di Palm sollevarsi e abbassarsi in un lento deglutire. Il suo volto era leggermente inclinato di lato, come se stesse evitando deliberatamente di guardarlo dritto negli occhi.
«Smettila di chiedere scusa», sibilò Nuengdiao. «La prossima volta ti sconfiggerò.»
Era irritato. Stanco di quell'eccesso di rispetto da parte sua che sapeva di barriera impenetrabile. Stanco delle sue scuse sussurrate e di quella sottomissione. Eppure, mentre si divincolava dalla sua presa per ritrovare l'equilibrio, scelse di non dare voce a ciò che stava davvero pensando.
«Sì, signore.»
«Mi chiamo Nuengdiao!» sbottò.
«Sì, padrone Nuengdiao.»
«Neungdiao. Solo Nuengdiao.»
Nuengdiao lo fissò dritto negli occhi, studiando quel ragazzo che sembrava a tutti gli effetti una versione più giovane, ma infinitamente più enigmatica, di Chanon. E, inspiegabilmente, lo trovò ancora più interessante. Per Nuengdiao, in quell'istante, iniziò a tracciarsi una silenziosa rivalità.
«Non posso», replicò Palm. «Devo rivolgermi a lei con il dovuto rispetto.»
Prima che Nuengdiao potesse ribattere, la voce dell'istruttore risuonò nella palestra, richiamandoli alle rispettive posizioni per un nuovo round. Ma ormai Nuengdiao non stava più pensando alle tecniche di difesa, alle proiezioni o alla fatica. La sua mente era focalizzata su un unico obiettivo: voleva solo mettere Palm alla prova. Era assolutamente convinto che quel ragazzo nascondesse qualcosa dietro la sua facciata impeccabile. Dietro quell'umiltà d'altri tempi e quel rispetto assoluto dovevano esserci delle crepe. E lui era deciso a trovarle, a qualunque costo.
«Vediamo quanto riesci a resistere.» Nuengdiao lo disse con un sorriso calmo, quasi gelido. Lo stesso identico sorriso che sua madre Tanya sfoggiava ogni volta che voleva mettere qualcuno sotto pressione prima di un accordo d'affari.
«Cominciate!» ordinò l'istruttore.
Palm si mosse di nuovo, fluido e rapido. Questa volta, però, Nuengdiao era pronto a intercettare la sua traiettoria. Allungò la gamba destra in un fendente basso nel tentativo di sbilanciarlo e, contemporaneamente, tese il braccio sinistro per fare da barriera e impedirgli di accorciare la distanza. Il suo obiettivo era atterrarlo di peso, sfruttando un unico movimento continuo. All'ultimo istante, intuendo che Palm stava già calcolando la parata, Nuengdiao cambiò bruscamente strategia: ruotò il busto e cercò di avvinghiarsi alla sua spalla per trascinarlo a terra con sé. Sentendosi mancare l'equilibrio, Palm mormorò qualcosa a mezza voce, con le labbra che già si piegavano per pronunciare l'ennesima scusa. Ma Nuengdiao lo interruppe sul nascere, bloccando il movimento e costringendolo a un corpo a corpo serrato.
«Come mi hai chiamato?» sibilò.
I suoi occhi rimasero piantati, feroci e ostinati, in quelli scuri dell'altro. Fisicamente non c'era storia: Palm lo superava in altezza, forza e riflessi. Se quello fosse stato un vero combattimento, Palm avrebbe potuto sopraffarlo e immobilizzarlo in un secondo, senza sforzo. Ma quella sul tatami non era una banale battaglia di forza fisica; era una silenziosa sfida di volontà. E Nuengdiao si rifiutava categoricamente di perderla. Anche se Palm aveva ogni singolo vantaggio tattico dalla sua parte, Nuengdiao non gli avrebbe mai concesso la soddisfazione di vederlo cedere.
«Padrone Nuengdiao.»
«Ti concedo un'ultima possibilità.»
Un sorriso appena accennato, quasi di trionfo, increspò le labbra di Nuengdiao. Per una volta, in quel groviglio di corpi e sguardi sul tatami, era lui ad avere il controllo assoluto della situazione. Palm rimase in silenzio. Passò qualche secondo. Poi qualche altro ancora. Infine, dopo un lungo istante di ostinata resistenza interiore, il ragazzo che teneva fermo cedette.
«Neungdiao.»
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Palm viveva nella villa ormai da una settimana. All'apparenza, le giornate di Nuengdiao continuavano a scorrere tranquille, limpide e calme come la superficie di un mare senza onde. Ma era solo un'illusione: sotto quell'acqua immobile, infatti, si agitava una tempesta silenziosa. La sensazione opprimente di essere osservato, seguito e costantemente minacciato diventava ogni giorno più intensa, un'ombra invisibile che non lo abbandonava mai. Di recente, vicino alle ruote della macchina di famiglia, erano stati trovati dei chiodi a tre punte, pronti a squarciare gli pneumatici alla prima ripartenza. Lo studente sospettato di averli posizionati era stato rintracciato e interrogato dalla presidenza, ma la vicenda si era conclusa con un semplice, inutile richiamo disciplinare. Nel frattempo, sua madre tornava a casa sempre più di rado, assorbita completamente dagli affari. Agli occhi di Nuengdiao, Tanya stava diventando esattamente come suo padre: una figura sfuggente, distante. Si parlavano appena una volta al giorno e, ogni sera, l'attesa del suo ritorno sembrava infinita. C'era qualcosa di oscuro che incombeva su di lui, una minaccia senza volto che ancora non riusciva a identificare. Per questo viveva in uno stato di costante allerta, diffidando di tutto e di tutti. Quella notte, l'aria pesante della sua camera da letto divenne insopportabile. Nuengdiao uscì in cerca di un po' di fresco, sperando di ritrovare, anche solo per qualche minuto, una parvenza di normalità. Fu allora che avvertì il rumore di qualcuno che nuotava in piscina. Il rumore ritmico e attutito delle bracciate rompeva il silenzio irreale della notte, accompagnato da respiri profondi. Nuengdiao sbatté le palpebre e abbassò lo sguardo sull'orologio che portava al polso.
Erano le due del mattino.
Incuriosito, Nuengdiao attraversò i corridoi deserti della villa, scese le scale e aprì la grande porta a vetri che conduceva al giardino sul retro. All'improvviso, la figura in acqua si arrestò, avvertendo la sua presenza. Emerse dall'acqua scura della piscina, i capelli bagnati incollati alla fronte e il respiro alterato per lo sforzo.
«Padrone...» mormorò Palm, sorpreso, aggrappandosi al bordo vasca.
Con un sorriso appena accennato, a metà tra il divertito e il compiaciuto per averlo colto di sorpresa, Nuengdiao si avvicinò lentamente e si sedette sul bordo della piscina.
«Palm.» A giudicare dallo sguardo colpevole che il ragazzo cercò subito di dissimulare, era evidente che si fosse intrufolato lì senza chiedere il permesso a nessuno. «Non sapevo che mia madre ti permettesse di usare la piscina della villa.»
Palm trasalì visibilmente e uscì immediatamente dall'acqua. Per un istante, sotto la luce soffusa che illuminava il giardino, Nuengdiao perse il filo dei suoi stessi pensieri, rimanendo senza parole. Il corpo di Palm, forgiato da anni di duri allenamenti, ricordava quello di un atleta nel pieno delle sue forze. Spalle larghe e squadrate, braccia possenti ancora lucide di gocce d'acqua che brillavano nella notte, e addominali scolpiti. Eppure, sebbene si fosse affrettato a coprirsi con l’asciugamano, nei suoi occhi non c’era imbarazzo, ma soltanto una velata apprensione.
«Non ho il permesso di usarla», ammise a voce bassa.
«Davvero?»
«Mi dispiace. Non succederà più, glielo prometto.»
Vederlo così impacciato lo divertiva più di quanto fosse disposto ad ammettere. Da quando lo conosceva, Nuengdiao aveva sempre avuto la sensazione che Palm non fosse affatto il tipo di persona destinata a vivere con la testa china per il resto dei suoi giorni. Davanti a lui non vedeva un ragazzo sottomesso o privo di volontà. Vedeva qualcuno che celava una forza d’animo straordinaria dietro un’apparente obbedienza. Dopotutto, quale figlio di un semplice autista si sarebbe introdotto nella piscina dei padroni nel cuore della notte con una tale naturalezza? Nuengdiao era assolutamente certo che Chanon gli avesse insegnato la disciplina, ma non gli avesse affatto insegnato a essere così.
«Se bastasse chiedere scusa, le leggi non servirebbero a nulla.»
A quelle parole, Palm abbassò il capo e si sedette sul bordo della piscina, a poca distanza da lui. Per un brevissimo istante voltò il viso verso Nuengdiao, ma non appena i loro sguardi si incrociarono, distolse di nuovo gli occhi, incapace di sostenere quell'intensità.
«Cosa vuole che faccia?» domandò a voce bassa.
Fu allora che Nuengdiao comprese una realtà fondamentale. Palm non temeva nulla. Nulla, a eccezione del giudizio di suo padre, Chanon.
«Se mi chiami ancora una volta padrone, chiamo tuo padre e gli racconto esattamente dove sei e cosa stai facendo a quest'ora della notte. Chiaro?»
«Mi dispiace... Nuengdiao.»
«Come, scusa? Non ho sentito.»
«Mi dispiace, Nuengdiao», ripeté Palm, sforzandosi di pronunciare quel nome senza far precedere alcun titolo formale. Abbassò ancora di più il tono della voce, quasi avesse paura che le pareti della villa potessero sentirlo. «Puoi chiedermi qualunque cosa, punirmi come meglio credi... ma ti prego, non dire nulla a mio padre.»
Nuengdiao lo osservò con una punta di viva curiosità, adagiando le mani sulle piastrelle bagnate. «Ma non dormi nella sua stessa stanza? Come ha fatto a non accorgersi che sei uscito?»
«Si è addormentato molto presto stasera... era esausto», ammise Palm.
Senza rendersene conto, Palm aveva appena lasciato intravedere una delle sue più grandi debolezze. Nuengdiao lo fissò a lungo; forse non eccelleva negli sport o nel combattimento corpo a corpo, ma quando si trattava di leggere le persone, non aveva rivali.
«Mh..»
«Nuengdiao, per favore... non lo dire a nessuno.»
La sua voce roca, segnata dall'umidità della notte, conservava comunque una dignità fiera che Nuengdiao trovava quasi irritante. Perfino in un momento di totale vulnerabilità, mentre lo supplicava, Palm sembrava rifiutarsi di piegarsi del tutto.
«Quindi…posso chiederti qualsiasi cosa?» un sorriso complice e sottile incurvò lentamente le labbra di Nuengdiao. C'era qualcosa di più inebriante del riprendere finalmente il controllo della situazione?
«Se ti consideri davvero un servitore di questa casa, allora obbedirai a ogni mio ordine. In cambio, il tuo segreto sarà al sicuro con me», fece una breve pausa drammatica, inclinando la testa e fingendo una condiscendenza che in realtà non provava affatto. «Anzi... se farai il bravo, potrei persino convincere mia madre a lasciarti usare la piscina ogni volta che vuoi.»
«Va bene», acconsentì Palm con un sospiro rassegnato.
«Tutto qui? Accetti così facilmente?»
«Sì, esatto. Sono solo il figlio di un dipendente, non ho denaro né potere. Finché non si tratta di chiedermi soldi che non ho, farò qualunque cosa mi venga ordinata.»
Per Nuengdiao fu una piccola vittoria, eppure l'amarezza di quelle parole gli lasciò un retrogusto spiacevole. Il modo in cui Palm si ostinava a incasellarsi nel ruolo del "servitore" privo di valore lo infastidiva profondamente. Soprattutto quell'atteggiamento di perenne sottomissione.
«Non voglio che tu sia solo un servitore», disse Nuengdiao. «Voglio che tu sia mio amico. Quindi smettila di comportarti come il servo di mia madre… o come il figlio che vive solo per compiacere suo padre.»
Palm sollevò di scatto la testa, guardandolo con sincera confusione. «Che cosa intendi dire?»
«Venerdì salterò la scuola.»
Palm lo fissò, spiazzato, senza sapere come reagire a quell'improvvisa dichiarazione di ribellione.
«Voglio che tu mi aspetti al cancello posteriore, il numero sei, alle otto in punto. Poi, alle tre del pomeriggio, mi aiuterai a rientrare senza che nessuno se ne accorga.»
Nuengdiao lo vide deglutire a vuoto, visibilmente teso.
«Nessuno lo saprà mai», aggiunse. «Sarà un segreto solo nostro.»
«Ma... è troppo pericoloso», obiettò Palm, scuotendo leggermente la testa. «Ultimamente la situazione intorno a te non è affatto sicura. E io non posso disobbedire agli ordini della signora Tanya sulla tua sicurezza.»
«Al contrario, Palm. Mia madre ti ha chiesto di prenderti cura di me, ricordi? E prendersi cura di me significa seguirmi e proteggermi ovunque io decida di andare, qualunque cosa io scelga di fare.»
«Ma... padr—»
«Hai già dimenticato la promessa che mi hai fatto appena un minuto fa?» Il sorriso sul volto di Nuengdiao svanì all'istante. Dopo qualche secondo di un'esitazione che parve un'eternità, Palm abbassò gli occhi, sconfitto.
«D'accordo», mormorò. «Ti aspetterò al cancello alle otto in punto.»