La felicità e i ricordi più belli restano impressi nella nostra mente, ma per alcuni quelle stesse esperienze finiscono per tingersi di oscurità. L'emozione di crescere, unita alla paura di rimanere soli, segnerà l'inizio di un legame proibito da cui sarà impossibile liberarsi.
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wéiyī significa unico.
«Questa volta verrò, te lo prometto», gli aveva detto suo padre la sera prima.
Quel giorno pioveva come non aveva mai fatto prima. Neungdiao ricordava ogni dettaglio di quel momento. Negli occhi dell'uomo brillava una determinazione insolita, così intensa da suscitargli un lieve senso di inquietudine. Sapeva bene che suo padre era sempre sommerso dal lavoro, e che c'era un solo giorno all'anno in cui poteva essere sicuro di vederlo: il suo compleanno. Quell'anno avrebbe compiuto dieci anni e, per quanto fosse occupato, suo padre non mancava mai di fargli gli auguri di persona. Era l'unico momento in cui potevano stare davvero insieme, chiacchierare con calma, sedersi l'uno accanto all'altro e godersi un po' di felicità.
«Lo sapevo che saresti venuto, papà.»
Sussurrò quelle parole mentre si lasciava avvolgere in un caldo abbraccio. Non era mai stato così felice. Guardava con ammirazione quell'uomo così elegante nel suo completo scuro, anche se sapeva bene che i momenti insieme duravano sempre troppo poco. Suo padre usciva di casa prima che lui aprisse gli occhi e tornava quando ormai si era già addormentato. La madre gli ripeteva sempre che lavorava lontano solo per lui, per potergli costruire una casa enorme e regalargli un'auto meravigliosa.
«Devi avere fiducia in papà.» Subito dopo, l'uomo si chinò su di lui, gli posò un bacio sulla fronte e gli augurò buon compleanno. Neungdiao avrebbe voluto ascoltare ancora una volta la storia che suo padre gli raccontava ogni anno; quella del re costretto a proteggere il regno da un drago malvagio, condannato a non poter mai far ritorno a casa perché il mostro avrebbe potuto ferire le persone che amava.
«Ti voglio bene, più di ogni altra cosa al mondo, Neungdiao.» Sciogliendosi da quell'abbraccio, il bambino avvertì qualcosa di umido sulla guancia del padre. Vide le lacrime che gli velavano gli occhi, e sentì il cuore stringersi. Non sopportava di vederlo così.
«Papà, non piangere. Anch'io ti voglio tanto bene», disse, asciugandogli il viso con la sua manina. «Non importa se non puoi stare sempre con me... l'importante è che tu non sia triste.»
«Neungdiao, ascolta bene quello che sto per dirti.» L'uomo si asciugò il viso, come se in quel preciso istante avesse preso una decisione definitiva. «Ti ricordi come si gioca a nascondino?»
«Si conta fino a dieci senza mai aprire gli occhi.» Ogni anno, per il suo compleanno, facevano sempre quel gioco. E ogni volta, quando riapriva gli occhi, c'era un grande regalo ad aspettarlo.
«Questa volta, però, dovrai farlo in silenzio. Conta solo nella tua mente, senza dire nulla ad alta voce.»
«Ma così riuscirai a sentirmi lo stesso?» domandò Neungdiao, confuso. Suo padre accennò un sorriso, ma nei suoi occhi si leggeva una tristezza infinita. Un tuono squarciò il cielo e Pipob lo strinse forte a sé.
«Neung, devi avere fiducia in papà.» La sua voce tremava, sul punto di spezzarsi. «Non farti trovare da nessuno. Qualunque cosa accada, tieni gli occhi chiusi, non parlare e continua a contare, come facciamo sempre. Me lo prometti?»
«Sì!» Il bambino credeva a suo padre con tutto se stesso, non aveva alcun motivo per dubitare di lui.
«Allora conta fino a dieci», disse Pipob, accarezzandogli dolcemente i capelli. Fu in quel momento che Neungdiao sentì il rumore di alcune auto che si fermavano davanti a casa. La pioggia cadeva con una violenza sempre maggiore. Suo padre lo strinse a sé così forte da togliergli quasi il respiro e, senza un vero perché, anche gli occhi di Neungdiao iniziarono a riempirsi di lacrime.
«Ti voglio bene, più di ogni altra cosa al mondo,» Pipob stava piangendo di nuovo. E, per la prima volta, fu il bambino a cercare di consolarlo.
«Anch'io ti voglio bene più di ogni altra cosa al mondo, papà.» Non era una bugia. Era la verità più grande che conoscesse. Pipob gli prese la mano e lo accompagnò fino all'armadio. Aprì lo scomparto più interno e lo fece entrare: lo spazio era così stretto che Neungdiao riusciva a malapena a muoversi. La mano del padre gli sfiorò un'ultima volta i capelli.
«Non avere paura. Quando il gioco sarà finito, verrò a prenderti e ti metterò a letto, d'accordo?» Sorrideva ancora, un sorriso gentile, pieno d'amore. Neungdiao non afferrò subito il significato profondo di quelle parole; solo quando suo padre gli fece un cenno con la testa, capì che era il momento di iniziare.
Uno... due... tre...
La porta dell'armadio si chiuse. Neungdiao continuò a contare in silenzio, nella sua mente, mentre l'oscurità e il silenzio lo avvolgevano completamente. Tenendo gli occhi chiusi, fece esattamente ciò che suo padre gli aveva chiesto. Nessuno doveva sapere che era lì.
Quattro... cinque... sei... sette... otto... nove...
Si concentrò con tutte le sue forze per arrivare fino a dieci e poi uscire a cercarlo. Ma, oltre la sottile parete di legno, iniziarono a levarsi delle voci. Tra quelle riconobbe quella di suo padre. Stava discutendo con qualcuno. Poi arrivarono le urla, il rumore di oggetti scagliati a terra, qualcosa che andava in frantumi. Suoni terribili, così forti da colpirlo dritto al petto prima ancora che alle orecchie. Poi—Bang!
L’ultimo suono che Neungdiao sentì quella notte fu uno sparo. In quell’istante comprese una verità che nessun bambino dovrebbe mai conoscere: non avrebbe mai più giocato a nascondino con suo padre.