你
nǐ significa tu.
Nuengdiao fece ritorno a casa il pomeriggio successivo. Scese dall'autobus di linea, prese un taxi e affrontò l'ultimo tratto di strada avvolto in un silenzio tombale. Quando varcò il cancello della villa, l'espressione sbigottita del custode chiarì immediatamente che nessuno si aspettava di vederlo rientrare. Tuttavia, l'erede della dinastia Kiattakulmaetee non era del tutto indifeso: si era presentato scortato da due agenti di polizia che conosceva bene, uomini fidati che sua madre aveva spesso impiegato come scorte private. Li aveva contattati durante il viaggio, dando loro appuntamento direttamente al punto di arrivo.
«Mi stavate cercando?» domandò Nuengdiao, sul volto un sorriso tirato e gelido. Le persone radunate nel salone si voltarono di scatto. Sul viso di Supakit dipinse per una frazione di secondo un'espressione di puro fastidio, subito mascherata da una smorfia di finta e addolorata preoccupazione.
«Nuengdiao! Dio mio, ero così in ansia per te!»
L'uomo si diresse a passo svelto verso di lui. Nuengdiao fece un leggero cenno ai due poliziotti per invitarli a restare indietro, rassicurandoli con lo sguardo, prima di lasciarsi stringere in quell'abbraccio intriso di falsità.
«Stai bene? Non riesco a chiudere occhio dal giorno della tua scomparsa. Ho pregato ogni singolo istante che tu fossi al sicuro.»
«Ti ringrazio per esserti fatto carico degli affari di famiglia durante la mia assenza», rispose Nuengdiao, scostandosi con garbata fermezza. «Ma ora che sono tornato, puoi tranquillamente rientrare a casa tua. Chopper ti starà aspettando.»
Supakit fece un passo indietro, lo sguardo che si contraeva in una fessura sospettosa. Gli afferrò la spalla, stringendola un po' troppo forte. «Ora che hai scoperto la vera natura di Chanon, devi capire che non puoi più fidarti di nessuno, Nueng.»
«Chanon non è affatto una cattiva persona», ribatté lui. Manteneva la voce ferma e il controllo assoluto di ogni muscolo facciale, ben consapevole che dietro ogni singola sillaba pronunciata da suo zio si celasse lo stesso veleno che aveva quasi distrutto la sua vita. «Sono rimasto con Chanon per tutto il tempo, quel giorno. Quando siamo tornati a casa, avevano già sparato a mia madre.»
Sul volto di Supakit si dipinse un’espressione di sconcerto, ma Nuengdiao non si lasciò ingannare. Gli bastò leggergli negli occhi per scorgere la fredda lucidità di chi stava già calcolando la mossa successiva.
«Ho già provveduto a contattare la polizia», continuò il ragazzo. «L'avvocato Mai si occuperà di tutte le procedure legali.»
«Non voglio muovere accuse senza avere prove concrete, Nueng», mormorò lo zio, ma la sua mano si strinse sulla spalla del nipote con una pressione che somigliava fin troppo a una minaccia fisica. «Tuttavia, non puoi continuare a fidarti di certa gente.»
Nuengdiao rimase immobile, sopportando quella morsa.
«Tua madre non si è ancora svegliata dal coma. E non possiamo sapere se quei criminali tenteranno di colpire ancora per finire il lavoro. Io adesso tornerò a casa mia, ma lascerò qui alcuni dei miei uomini migliori a farti da guardia.»
Nuengdiao non rispose subito, lasciando che il silenzio si facesse pesante. Supakit ne approfittò per rincarare la dose: «Se dovesse succederti qualcosa, non saprei davvero come guardare tua madre negli occhi quando si risveglierà.» Quelle parole significavano una sola cosa. Lo zio aveva cercato di piegare Tanya ai suoi patti; lei si era opposta e lui aveva ordinato di spararle. Ora Supakit stava cercando di usare la stessa identica tattica di sottomissione con lui. L'uomo non aveva alcuna intenzione di cedere il controllo.
«D'accordo», acconsentì infine Nuengdiao. «Puoi mandare chi vuoi. Ma se i tuoi uomini restassero a proteggere te, zio, non saremmo forse tutti più al sicuro?»
«Finché il colpevole non verrà catturato, non puoi permetterti di abbassare la guardia», sentenziò Supakit sulla soglia. «Forse si tratta di qualcuno che aveva vecchi conti in sospeso con tuo padre. Ricorda, Nueng, certe persone ti mostrano solo la maschera che vogliono farti vedere, ma non saprai mai quale veleno nascondono nel cuore.» Con quel falso ammonimento, Supakit se ne andò, lasciandolo solo nell'immensa casa vuota insieme alle sue due guardie. Nuengdiao riferì ogni dettaglio ai poliziotti, alimentando ulteriormente i loro sospetti proprio nei confronti dello zio. Poi si sedette; alle sue spalle svettavano ora quattro uomini: le due guardie di sua madre e i due scagnozzi lasciati da Supakit.
«Preparate l'auto», ordinò, la voce priva di tentennamenti. «Voglio andare da mia madre.»
Il maggiordomo annuì e si affrettò a informare l'autista. La tensione nella villa era quasi insostenibile; ormai persino la servitù era consapevole del pericolo che aleggiava in quelle stanze. Uno degli uomini mandati da Supakit teneva costantemente la mano vicino alla fibbia della cintura, pronto a impugnare la pistola nascosta sotto la giacca. Nuengdiao lo osservò con la coda dell'occhio, senza tradire la minima emozione. Come aveva spiegato a Palm, finché il passaggio di proprietà non fosse stato firmato, nessuno di loro avrebbe osato fare una mossa definitiva.
Salì sulla berlina presidenziale scortato dalle quattro guardie. Sua madre era ricoverata nell'ospedale di proprietà della loro stessa famiglia, un complesso d'avanguardia protetto da rigide misure di sicurezza, dove i medici potevano lavorare al riparo da qualsiasi minaccia esterna. Fu lo stesso direttore sanitario ad accoglierlo all'ingresso con profondo rispetto. Tanya si trovava nel reparto di terapia intensiva, in un'ala privata accessibile soltanto a chi era in possesso di un'autorizzazione speciale.
«Qualcuno è venuto a trovarla?» domandò Nuengdiao.
«No, nessuno», rispose il medico con assoluta fermezza. «La signora Tanya era stata categorica. In caso di emergenza o di un suo ricovero, solo il signor Chanon, suo figlio Palm e lei, signorino Nuengdiao, avreste avuto il permesso di varcare la soglia di questa stanza.»
Sentire quel nome pronunciato ad alta voce provocò a Nuengdiao una fitta dolorosa al petto. Sua madre aveva previsto ogni singola mossa con spaventosa lucidità. Ma da quanto tempo, ormai, Tanya aveva accettato l'idea di dover sacrificare Palm pur di proteggerlo? Nuengdiao superò la soglia della terapia intensiva, accompagnato dal direttore sanitario. Tanya giaceva sul letto, immobile, collegata ai macchinari. Era stata colpita da due proiettili. Il primo le aveva perforato l'addome, ma per fortuna era passato da parte a parte senza lesionare gli organi vitali. Il secondo, decisamente più grave, si era conficcato nel collo, sfiorando l'arteria. Sebbene l'equipe chirurgica fosse riuscita a estrarre il proiettile scongiurando danni cerebrali, il suo corpo era precipitato in uno stato di shock profondo da cui faticava a riemergere.
«Dal momento in cui è stata portata qui, abbiamo fatto tutto ciò che era in nostro potere», spiegò il medico, lo sguardo serio e professionale.
Nuengdiao trascinò una sedia fin sotto il bordo del letto e si sedette. Strinse la mano di sua madre tra le proprie, racchiudendola in un guscio caldo; era gelida, eppure vi scorreva ancora un debolissimo battito vitale. Le dita della donna rimasero completamente inerti.
«Si sveglierà?» domandò Nuengdiao, senza distogliere lo sguardo dal viso pallido di lei.
«Forse.»
«Ma non siete in grado di dirmi quando.»
Il medico abbassò il capo. «Potrebbe accadere tra un mese. O forse tre, sei mesi. Persino un anno... Non possiamo fare previsioni certe, signorino. Le sue condizioni all'arrivo erano gravissime. Il fatto stesso che sia sopravvissuta all'estrazione dei proiettili è un autentico miracolo.»
Nuengdiao serrò le labbra fino a farle sbiancare. Nel suo petto si stava consumando una tempesta silenziosa, un groviglio soffocante di terrore, solitudine e un rancore sordo, implacabile. Strinse i pugni fino a conficcarsi le unghie nei palmi. Un giorno, avrebbe presentato il conto a chi aveva ridotto sua madre in quello stato. Gliel'avrebbe fatta pagare cara, fino all'ultimo centesimo. Lo giurò a se stesso, mentre le lacrime calde continuavano a rigargli il volto.
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Nuengdiao fece ritorno a scuola come se nulla fosse accaduto. Ma, dopo il tentato omicidio di sua madre, era costretto a muoversi tra i corridoi del campus perennemente scortato dalle guardie del corpo. Avrebbe dato qualunque cosa per un briciolo di privacy, ma Supakit non gli concedeva un solo istante di respiro. La sua esistenza sembrava aver toccato il fondo: i compagni lo evitavano come se fosse infetto e nessuno osava più rivolgergli la parola. Frequentava le lezioni a stento, trascorrendo il resto del tempo a colmare le lacune per superare gli esami di sbarramento necessari al diploma.
«Nuengdiao!» Una voce familiare lo chiamò. Alzò lo sguardo e si trovò davanti Ben e Chopper. Nei loro occhi si leggeva un senso di colpa quasi insostenibile. Dopotutto, l'ultimo ricordo che condivideva con Ben era tutt'altro che felice, e il padre di Chopper era ormai l'uomo che odiava con ogni singola fibra del suo essere.
«Voglio parlare con i miei amici», ordinò Nuengdiao alle guardie. «Non c'è bisogno che mi seguiate anche all'interno.»
Si diressero verso l'aula studio. Le sue guardie annuirono, mentre gli scagnozzi mandati da Supakit manifestarono subito un aperto disappunto, scambiandosi occhiate tese. Nuengdiao si voltò a guardarli, gelido. «Voglio solo parlare con il figlio del vostro capo. A meno che non crediate che Supakit abbia ordinato a suo figlio di farmi fuori proprio qui, a scuola. In tal caso, chiamatelo pure per farvelo confermare.»
Messi alle strette da quell'ironia tagliente, i due uomini fecero un passo indietro, battendo in ritirata. Chopper entrò per primo nella stanza, seguito a ruota da Ben. Non appena furono tutti e tre all'interno, Nuengdiao si chiuse la porta alle spalle, tagliando fuori il resto del mondo.
«Mi dispiace...» mormorò Chopper. Rimase in silenzio per qualche istante, quasi avesse paura della risposta, poi trovò il coraggio di chiedere: «Siamo ancora fratelli, Nueng?»
«Tu e tuo padre siete due persone diverse. Le sue azioni riguardano solo lui. Non hanno nulla a che fare con te.» Non era una menzogna, non aveva mai provato rancore per suo cugino. In fondo, sapeva che Chopper era esattamente come lui: un ragazzo soffocato, manipolato e controllato dalle ambizioni spietate degli adulti.
«Tuo padre ti ha mandato qui per uccidermi?» domandò Nuengdiao con assoluta naturalezza, come se stesse commentando le previsioni del tempo.
Ben afferrò immediatamente la spalla di Chopper con un gesto protettivo, quasi istintivo. Nuengdiao osservò la loro reazione con un misto di curiosità. «Chopper non farebbe mai una cosa del genere!», rispose Ben al suo posto, con una nota di puro panico che gli tremava negli occhi.
Quella reazione scomposta fu la conferma definitiva: i suoi sospetti erano tragicamente fondati. Davvero chiunque in questa famiglia è destinato a soffrire?
«È vero, Chopper?» Dopo un lungo, tormentato istante di silenzio, Chopper annuì.
«Se non lo facessi, tuo padre manderebbe qualcun altro a finire il lavoro», spiegò Nuengdiao. «Ma se accetti di entrare in questo gioco, finirai intrappolato in una rete di sangue e rimpianti da cui non potrai mai più liberarti.»
«Mio padre mi ha ordinato di ucciderti alla prima occasione utile», disse Chopper, come a voler espiare quel peccato solo pronunciandolo ad alta voce. Nuengdiao gli tese la mano, in un gesto di inaspettata e profonda comprensione.
«Non sono qui per giudicare le azioni di tuo padre, né per decidere cosa sia giusto o sbagliato. Persino mio padre non era un santo, eppure sarei pronto a difendere la sua memoria a costo della mia stessa vita. Ma ascoltami, Chopper, non lasciarti trascinare in questo vortice. Scegli di vivere come una persona normale. Finisci la scuola, laureati, trovati un lavoro onesto. E quando avrai messo da parte abbastanza risparmi, costruisciti un futuro che sia solo tuo, con le tue sole forze.»
Fece una breve pausa. «La guerra tra me e tuo padre continuerà ancora per molto. Un anno, forse due, o forse per il resto delle nostre vite. Ma se Supakit è l'uomo intelligente che crede di essere, sa bene che non può uccidermi adesso. Tu, nel frattempo, salvati. Trova una via d'uscita e non sporcarti le mani di sangue per un'eredità che non ti appartiene.»
Chopper rimase in silenzio, incassando quelle parole come un colpo dritto al cuore.
«E questo vale anche per te, Ben», continuò Nuengdiao, voltandosi verso l'altro ragazzo. «Smetti di vivere come il prigioniero di tuo padre. Una volta preso il diploma, volta pagina e comincia una nuova vita altrove. So che hai la forza per farcela.»
«Io...» Ben esitò, abbassando lo sguardo, incapace di ribattere.
«E se vi amate davvero, andate avanti insieme. Senza guardarvi indietro.» Nuengdiao appoggiò il mento al palmo della mano, rivolgendo ai due un sorriso sincero. Gli bastava osservarli per capire che tra Ben e Chopper era nato qualcosa di profondo e speciale. Non sapeva cosa fosse accaduto tra loro durante i mesi della sua assenza, ma una cosa era innegabile: i loro sguardi non mentivano. Erano carichi di una complicità, di un affetto e di una preoccupazione reciproca che andavano ben oltre la semplice amicizia. Guardandoli così uniti, Nuengdiao avvertì una fitta al petto. Il pensiero volò inevitabilmente a un ragazzo che, con ogni probabilità, non avrebbe rivisto mai più.
«Sei ancora arrabbiato con me?» chiese Ben.
Nuengdiao non era del tutto sicuro a cosa si riferisse. Parlava del video diffuso a scuola? O del fatto che i sentimenti di Ben fossero ormai rivolti a un altro?
«No», rispose con dolcezza, incrociando il suo sguardo. «È tutto passato, Ben. Davvero.» Dopo aver parlato ancora per qualche minuto di cose superficiali, i tre si salutarono e si separarono. Una volta rimasto solo, Nuengdiao decise di andare al club di danza. Anche se avesse dovuto suonare gratis per tutta la sera, non gli sarebbe importato. E se il proprietario avesse preteso dei soldi, avrebbe pagato di tasca propria senza esitare. Aveva solo bisogno di sedersi davanti al pianoforte e suonare. Solo così, poteva sperare di alleviare la disperata nostalgia di una certa persona.
Mong Uyen Uong Ho Diep era il brano che aveva suonato a Surat Thani, la melodia che aveva fatto da sfondo al loro primo, dolcissimo bacio. Ora, ogni singola nota che scaturiva da quei tasti d'avorio si trasformava in un richiamo doloroso, trascinandolo indietro tra le braccia forti e rassicuranti di Palm. Due farfalle destinate a intrecciarsi solo nello spazio effimero di un sogno. E Nuengdiao pensò che sarebbe stato infinitamente meglio non svegliarsi mai da quel sonno, piuttosto che ritrovarsi all'alba in un letto vuoto e gelido. Quel giorno il locale era chiuso al pubblico. La pista da ballo giaceva deserta e in penombra, animata solo da una manciata di dipendenti intenti a pulire e riordinare i tavoli. Poco lontano, i quattro piantoni della sua scorta lo sorvegliavano come avvoltoi. Ma a Nuengdiao non importava. Quando le sue dita sfioravano il pianoforte, non era più il maledetto erede di un impero sotto assedio. Era solo un ragazzo qualunque, denudato di ogni titolo, guidato unicamente dalla propria passione.
«Non c’è bisogno che entriate con me», ordinò alla scorta, fermandosi davanti alla sala prove. «La stanza è chiusa, non ha finestre e c'è una sola uscita. Aspettatemi fuori.» Spalancò la porta per mostrare loro l'ambiente spoglio. Le guardie si scambiarono un'occhiata dubbiosa e, dopo un attimo di evidente esitazione, fecero un passo indietro, lasciandogli il suo spazio. Non appena la porta si chiuse, l'assenza di Palm tornò a soffocarlo. Nuengdiao deglutì, sentendo la gola arida, e si guardò intorno in cerca di qualcosa per dissetarsi. Notò una bottiglia d'acqua abbandonata sul tavolo e la afferrò. Ma prima ancora che potesse svitare il tappo e portarsela alle labbra, una voce profonda e fin troppo familiare spezzò il silenzio.
«Non berla.»
Nuengdiao si raggelò. «Palm…?»
La figura del ragazzo emerse lentamente dall'ombra di un tendaggio teatrale. Con passi felpati, si avvicinò e gli sfilò delicatamente la bottiglia dalle mani tremanti. Gli occhi di Nuengdiao si spalancarono, incapaci di credere a ciò che stavano vedendo. Davanti a lui c’era la persona di cui aveva invocato il nome ogni singola notte e che, allo stesso tempo, aveva sperato con tutto se stesso di non rivedere mai più, per saperla al sicuro. Una parte di lui avrebbe voluto solo stringerlo fino a perdere il fiato; l’altra ribolliva di un'ira disperata perché Palm aveva calpestato i suoi ordini e la sua lettera d'addio. Il cuore riprese a martellargli nel petto, così forte e violento da mozzargli il respiro.
«Come ti salta in mente di bere da una bottiglia aperta senza sapere se qualcuno ci ha versato dentro del veleno?» lo rimproverò Palm, la voce tesa per la frustrazione. «Perché devi sempre essere così maledettamente imprudente?» Gettò la bottiglia nel cestino con un gesto secco, ne recuperò una sigillata da un armadietto e la posò sul tavolo.
«Perché sei qui, Palm?» domandò Nuengdiao, ignorando il rimprovero.
«E perché non dovrei esserci?»
«Ti avevo ordinato di non tornare a Bangkok», Nuengdiao abbassò la voce fino a ridurla a un sussurro, terrorizzato che le guardie fuori dalla porta potessero sentirli. «Ti ho licenziato.»
«Davvero?»
«Sì, davvero.»
Palm lo fissò con una calma che faceva paura. «Bene. Allora significa che, da questo preciso istante, sono libero di fare ciò che mi pare.»
«Smettila, Palm. La tua missione è finita.» Nuengdiao scattò in piedi, allontanandosi di un passo. Se Palm fosse rimasto al suo fianco, Supakit ci avrebbe messo un attimo a capire che tra loro non c'era solo un legame formale tra padrone e guardia del corpo. E avrebbe usato quell'amore come un'arma letale per distruggerli entrambi.
«Che cosa stai cercando di dire, Nueng?» La voce di Palm si incrinò, carica di un dolore sordo. «Che il mio amore per te è stato solo un riflesso del mio dovere?»
«È solo che...»
«Mi guardi dall'alto in basso, vero?» L'espressione di Palm si indurì, i lineamenti contratti dal rancore.
«Io... non ti amo, Palm.»
«Perché? Perché non ho un soldo? È per questo che il mio amore non ha valore per te?» Non stava urlando, ma le sue parole vibravano, sul punto di frantumarsi in un pianto disperato. «È per questo che mi tratti come spazzatura? Perché sono solo il figlio del tuo autista? Una guardia del corpo sacrificabile? Un uomo nato con l'unico scopo di morire per proteggere te? Pensi che sia un destino che ho scelto io?»
Una morsa d'acciaio strinse il petto di Nuengdiao. Avrebbe voluto solo buttargli le braccia al collo, stringerlo forte e implorare il suo perdono. Ma sapeva che, se avesse ceduto anche solo per un secondo, non avrebbe mai più trovato la forza di spingerlo via per salvarlo.
«Hai deciso tutto tu», continuò Palm, avvicinandosi, implacabile. «Hai pianificato la mia vita senza spendere un solo secondo a chiederti cosa provassi io. Come puoi obbligarmi a sposare una donna e a costruirmi una finta famiglia felice? Come puoi decidere al posto mio che non posso amare un uomo?» La sua voce tremò vistosamente. «Solo perché non sono ricco e di buona famiglia come Ben? È per questo che liquidi i miei sentimenti come un obbligo morale e ti rifiuti di guardarli per ciò che sono?»
Nuengdiao abbassò lo sguardo, sopraffatto. Era intrappolato tra il terrore acuto della sincerità di Palm e il desiderio viscerale di arrendersi a lui.
«Vattene», mormorò, esaurendo le ultime forze.
«Mi odi a tal punto? Non vuoi davvero mai più vedermi?»
Nuengdiao cercò di resistere, di aggrapparsi alla sua maschera di ghiaccio, ma non aveva più armi per combattere contro il proprio cuore. Perché quel cuore, ormai, non gli apparteneva più: era interamente nelle mani del ragazzo che gli stava di fronte.
«Smettila di mentirmi», sussurrò Palm, gli occhi lucidi e colmi di uno strazio infinito. «Ti ho già detto che non sono te...Come puoi pretendere di sapere cosa provo?» Poi, annullò la distanza tra loro, gli afferrò il viso e lo baciò. Nella mente di Nuengdiao urlava ancora l'impulso di opporre resistenza, di spingerlo via, ma il suo corpo si rifiutò di obbedire. Nel momento esatto in cui le loro labbra si scontrarono, ogni barriera, ogni finto ordine e ogni paura residua andarono in pezzi. Senza Palm, il suo mondo era solo un guscio vuoto e privo di luce; per quanto cercasse di scappare, quella verità lo avrebbe sempre perseguitato. Così, con un gemito soffocato, Nuengdiao ricambiò il bacio con la stessa disperata urgenza. La rabbia e la paura si sciolsero lentamente in una dolcezza struggente e profonda. Le loro dita si cercarono, intrecciandosi con forza, aggrappandosi a quel calore familiare come naufraghi alla deriva. Quel contatto ruvido e affannato era la conferma di cui entrambi avevano bisogno: nonostante l'inferno che li circondava, erano ancora lì. Insieme. Le lacrime scesero calde sulle guance di Nuengdiao, bagnando le loro labbra unite. Avrebbe voluto allontanarlo per proteggerlo dal mondo, ma non poteva sopportare l'idea di perderlo di nuovo. Perché senza Palm... la sua stessa esistenza non aveva più alcun significato.