เด็ก
dek significa bambino.
Nuengdiao si infilò con agilità attraverso una stretta apertura nella recinzione di metallo, vicino a un vecchio cancello laterale della scuola che quasi nessuno utilizzava.
«Uno... due... tre...»
Un istante dopo saltò dall'altra parte, atterrando direttamente tra le braccia protese di Palm. La vicinanza improvvisa e il calore inaspettato del corpo dell'altro gli fecero irrigidire istintivamente la mascella. Palm lo sorresse saldamente, quel tanto che bastava a impedirgli di perdere l'equilibrio. I due ragazzi si guardarono per un momento prima che Palm lo rimise a terra.
«Sei sicuro che nessuno si accorgerà della tua assenza oggi?»
«No, a nessuno importa davvero se ci sono o no», Nuengdiao si voltò verso l'ingresso principale dell'istituto. «Oggi festeggiano la Festa del Papà.»
La loro scuola seguiva le tradizioni di un prestigioso istituto di origine cinese e, come da consuetudine, la terza domenica di giugno, organizzavano una giornata speciale. Nulla di eccessivamente sfarzoso; semplicemente, i padri venivano invitati a scuola per trascorrere del tempo con i propri figli. Negli anni precedenti, dopo la tragica perdita che aveva sconvolto la sua famiglia, Nuengdiao aveva sempre chiesto a suo zio Supakit, il padre di Chopper, di accompagnarlo. Quell'anno, però, si era rifiutato di farlo. Era stanco di fingere.
«Dove vuole andare, padrone?» domandò Palm, ancora visibilmente confuso da quella fuga improvvisa ed elaborata.
Nuengdiao si voltò di scatto, con una fiammata di rabbia improvvisa negli occhi.
«Per quanto ancora hai intenzione di chiamarmi così? Ti piace davvero così tanto essere il mio servitore?»
In realtà Palm non voleva definirlo in quel modo; era stata l'abitudine a spingerlo ad usare quel termine.
«Scusami...» Nuengdiao sospirò stanco. «Puoi chiamarmi semplicemente Nueng. Oggi ti ho chiesto di uscire con me come un amico.»
«Preferisco chiamarti semplicemente Nuengdiao.»
«Va bene. Ma a patto che non ci siano mai più titoli davanti al mio nome.»
«Dove vuoi andare, Nuengdiao?» chiese Palm, quasi sottovoce, come se stesse prendendo confidenza con il suono di quelle sillabe pronunciate per la prima volta su un piano di assoluta parità.
Nuengdiao sollevò un sopracciglio con aria d'intesa, poi tese il braccio per fare cenno a un taxi che stava transitando lungo il viale.
«Andiamo alla stazione della metropolitana.»
Una volta arrivati a destinazione, Nuengdiao chiacchierò con il suo 'amico' mentre scendevano i corridoi sotterranei della stazione. In realtà, nonostante fosse una zona della città che superava quasi ogni giorno a bordo della sua auto, non vi aveva mai messo piede prima d'ora.
«Non mi dire che non hai mai preso la metropolitana in vita tua?»
«E allora? C'è sempre una prima volta, no?» ribatté Nuengdiao con una smorfia.
Palm viveva a Bangkok da appena due settimane, eppure si muoveva già con una certa disinvoltura a bordo dei mezzi pubblici. Nuengdiao, al contrario, non ne aveva mai avuto l'occasione. Sua madre gli aveva sempre ripetuto fino alla nausea che i trasporti pubblici non erano sicuri e che, se avesse dovuto andare da qualche parte, sarebbe stato Chanon ad accompagnarlo.
«Dove stiamo andando?»
I due erano fermi davanti alla grande mappa della metropolitana, un groviglio fitto di linee colorate e nomi di stazioni sconosciute. Nuengdiao aveva già scelto la destinazione nella sua testa e stava cercando quella specifica fermata sul distributore automatico dei biglietti. Nel frattempo, Palm continuava a scrutare l'ambiente circostante con discrezione. Vedendolo comportarsi in quel modo, Nuengdiao commentò con un pizzico di sarcasmo.
«Rilassati. Nessuno verrà a ucciderci.»
Palm, però, non si lasciò distrarre dalla battuta e continuò a osservare ogni angolo della stazione, analizzando i passanti come se si aspettasse che da un momento all'altro potesse succedere qualcosa. Nuengdiao scosse la testa, e individuò finalmente la stazione corretta sullo schermo.
«Vieni qui. Aiutami a inserire le monete.»
Con un entusiasmo quasi infantile, Nuengdiao lasciò cadere le monete una dopo l'altra nella fessura della macchinetta. Avrebbe potuto pagare comodamente e in un secondo utilizzando il QR code del telefono, come facevano tutti, ma quel giorno voleva fare l'esperienza completa. Sul volto solitamente impassibile di Palm affiorò un sorriso.
«Perché sorridi?»
«Nulla, sono solo sorpreso», rispose Palm. «Non pensavo che una cosa così semplice potesse renderti tanto felice.»
Quelle parole gli fecero esalare un debole sospiro. Nuengdiao ripensò alla propria esistenza, confinata per tutti quegli anni in una gabbia dorata ma incredibilmente stretta.
«Non sono mai entrato nemmeno in un 7-Eleven», confessò.
Nuengdiao afferrò i biglietti appena stampati dal distributore e si allontanò a passo svelto.
«Nuengdiao, aspetta. Vai più piano!» lo richiamò Palm, affrettando il passo per raggiungerlo.
Per fortuna, quel venerdì pomeriggio la stazione non era particolarmente affollata, così riuscirono a muoversi senza troppe difficoltà. Palm, tuttavia, continuava a muoversi con cautela, osservando ogni angolo con discrezione, senza abbassare la guardia.
«Smettila di comportarti come una guardia del corpo», Nuengdiao sbuffò. «Oggi sei qui come mio amico, ma continui a scrutare chiunque ci passi accanto con quell'aria truce. Finirai per far pensare a tutti che stai cercando di derubarli.»
Palm non rispose, limitandosi a un leggero cenno del capo, ma non accennò a rilassarsi. Quel silenzio ostinato non fece che aumentare l'irritazione di Nuengdiao. Lo aveva invitato a uscire per essere alla pari, per respirare un po' di normalità. Eppure, ai suoi occhi, quella distanza invisibile continuava a persistere.
«Ti ho detto di smetterla.»
Nuengdiao gli diede una leggera gomitata al fianco per scuoterlo. Ma, nell'istante esatto in cui lo sfiorò, i riflessi di Palm scattarono da soli: gli afferrò il polso d'istinto e, con un movimento fluido e fulmineo, lo attirò a sé. Con l'altra mano gli si appoggiò saldamente sul petto, bloccandolo contro il proprio corpo prima che potesse fare un altro passo.
«Ma insomma... sei un essere umano o una macchina da combattimento?»
Sulle guance di Palm comparve un leggero rossore. Forse era l'imbarazzo per aver reagito d'istinto contro il suo protetto, o forse era la consapevolezza improvvisa di avere Nuengdiao così vicino, quasi stretto tra le braccia. Innumerevoli sguardi si posarono su di loro.
«Puoi lasciarmi andare adesso?» disse Nuengdiao, dissimulando l'improvviso imbarazzo con un lieve colpo di tosse.
Palm abbassò di scatto lo sguardo, come se solo in quel momento si fosse accorto di quanto fossero vicini e della forza con cui lo stava stringendo, e lo lasciò andare all’istante, facendo un passo indietro. Dagli altoparlanti della stazione risuonò il segnale acustico che annunciava l'arrivo del treno, seguito dal vento caldo che anticipava i vagoni sui binari. Nuengdiao si ricompose l'uniforme con studiata naturalezza, mentre Palm si voltava di lato, evitando deliberatamente di guardarlo.
«E un'altra cosa... non abbracciare la gente a caso in pubblico, chiaro?»
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«Documenti, per favore», disse l'addetto alla sicurezza.
I due ragazzi si trovavano davanti a un grattacielo incompiuto, gigantesco e ormai completamente abbandonato. Palm sollevò lo sguardo verso la cima della struttura, che sembrava perdersi nel cielo, quasi impossibile da distinguere chiaramente. Colonne di cemento, solai scoperti e stanze mai rifinite si susseguivano piano dopo piano, in un paesaggio spettrale, immobile e immerso in un silenzio irreale. La guardia li osservò con palese curiosità, senza riuscire a capire che cosa ci facessero due studenti con l'uniforme scolastica in un cantiere fantasma del genere. Nuengdiao estrasse il proprio tesserino di riconoscimento di famiglia ed esibì il codice identificativo sul retro, indicando il numero riportato sopra.
«Non dite a nessuno che oggi sono venuto qui, d’accordo?»
L'uomo fece un rapido cenno di saluto col capo in segno di rispetto e aprì immediatamente il cancello d'accesso. I due varcarono la soglia, lasciandosi alle spalle il rumore della strada.
«Mio padre iniziò a progettare e a costruire questo edificio molti anni fa, proprio durante la grande crisi finanziaria che colpì il Paese», spiegò Nuengdiao.
Fortunatamente il sole era ormai basso sull'orizzonte e i dintorni erano quasi del tutto deserti. Una brezza fresca proveniente dal fiume Chao Phraya vicino, accarezzava l'erba alta e la terra arida che circondava il perimetro del complesso incompiuto. Palm si guardò intorno ancora una volta, poi si sistemò la borsa sulla spalla e seguì Nuengdiao all'interno dell'edificio.
«Perché volevi venire proprio qui?»
Le scale che stavano salendo erano ripide, prive di qualsiasi corrimano o protezione, e l'intera struttura sembrava ricordare che era stato abbandonata a metà della sua costruzione.
«Lo scoprirai tra poco», si limitò a rispondere Nuengdiao, senza voltarsi.
Continuarono a salire, piano dopo piano. L'uniforme scolastica di Nuengdiao, ormai umida di sudore per lo sforzo della salita, gli aderiva al corpo, mettendone in risalto la corporatura esile e aggraziata. Quando raggiunsero finalmente l'ultimo piano, lo spazio si aprì improvvisamente verso l'esterno. Nuengdiao si avvicinò con passo sicuro all'ampia apertura nel cemento che un giorno avrebbe dovuto ospitare una vetrata o un balcone, e si sedette a terra, a pochi metri dal bordo incompiuto e vertiginoso della struttura. Davanti a lui, a perdita d'occhio, si apriva l'immenso, maestoso panorama del fiume.
«Non è stupendo?»
Nuengdiao si voltò verso Palm. La luce dorata e calda del tramonto lo avvolgeva completamente, sfumandone i contorni del viso e facendolo sembrare quasi etereo.
«Sì...» mormorò Palm, catturato da quella vista. «È davvero bellissimo.»
Palm si avvicinò e si sedette a terra poco distante, lasciando deliberatamente dello spazio tra loro. Nuengdiao se ne accorse, ma per quella volta preferì non commentare né stuzzicarlo, si limitò a voltarsi di nuovo verso il panorama. Il tempo sembrava essersi fermato lassù. Con il mento appoggiato sulle braccia conserte, Nuengdiao osservava i treni e la folla che continuavano a muoversi caotica in lontananza.
«Quando mio padre era ancora vivo... mi portava sempre qui.»
La voce di Nueng ruppe improvvisamente il silenzio. Non capiva nemmeno lui perché sentisse quel nodo doloroso stringergli il petto con tanta forza. Sapeva solo che, se fosse rimasto ancora un minuto in silenzio a fissare il vuoto, sarebbe esploso. Il paesaggio intorno a lui era sempre lo stesso di allora. Erano cambiate soltanto le sue emozioni. Quel luogo che un tempo gli trasmetteva calore, sogni e una strana serenità, ora era avvolto da una malinconia. Per un istante ebbe la sensazione di soffocare. Come se qualcuno gli stesse di nuovo premendo una mano sulla bocca nel buio di quell'armadio. Nella sua mente riecheggiò, nitido e assordante, il rumore di uno sparo. Poi, l'eco del proprio urlo disperato.
«Un giorno mi disse di scegliere il piano che preferivo. Aveva promesso che avrebbe comprato questo edificio e lo avrebbe trasformato in un complesso di appartamenti», confessò. «Ma alla fine... lo hanno ucciso prima che potesse finirlo.»
Nemmeno lui sapeva perché stesse raccontando la parte più intima e dolorosa della sua vita a una persona conosciuta appena due settimane prima. Forse, semplicemente, non ce la faceva più a portare quel peso da solo. Gli mancava suo padre. E, in fondo, gli mancava anche sua madre. O meglio... la madre che ricordava.
«Deve essere stato davvero difficile», Palm si avvicinò e gli posò una mano sulla spalla, stringendola appena. «Anch'io vivo lontano da mia madre.»
Nuengdiao non si voltò per guardarlo, ma continuò ad ascoltare, catturato da quella confessione inaspettata.
«I miei genitori hanno divorziato molti anni fa. Dopo la separazione mi sono trasferito con mio padre, che lavorava qui a Bangkok. La chiamavo spesso, ma non riuscivamo mai a vederci», Palm fece una breve pausa. «Sono passati... otto anni, credo, dall'ultima volta che ho visto mia madre. Dopo aver finito il liceo, non sono più tornato a casa. Le mandavo solo dei soldi quando potevo.»
Facendo rapidamente due conti mentali, Nuengdiao si rese conto che quel periodo coincideva quasi esattamente con la morte di suo padre. In un certo senso, anche Palm aveva perso il suo. Da quando Chanon era diventato il braccio destro di Tanya, aveva consacrato ogni singola fibra del suo essere a proteggere la famiglia Kiattakulmaetee, sacrificando quasi del tutto il proprio ruolo di padre e il tempo da dedicare a suo figlio. Nuengdiao si voltò finalmente verso di lui. Per la prima volta, comprese davvero la sua solitudine.
«Perché tuo padre non ti ha mai permesso di venire a vivere da noi?»
«Diceva che era un posto troppo pericoloso per me. Fin dal mio primo anno delle superiori mi ha costretto a imparare le arti marziali, le tecniche di autodifesa, la guida... persino a usare un'arma da fuoco.»
A giudicare da come si muoveva sul tatami e dalla prontezza dei suoi riflessi, Palm aveva imparato ogni singola lezione alla perfezione. Il silenzio tornò ad avvolgerli, ma questa volta non era un silenzio pesante. Nessuno dei due stava piangendo, eppure entrambi portavano dentro ferite invisibili e profonde come abissi. Erano due figli cresciuti sotto il peso delle aspettative dei loro padri. Addestrati a diventare ciò che qualcun altro aveva deciso per loro. E nessuno dei due, in quel momento, sapeva ancora chi sarebbe stato davvero una volta libero da quelle catene.
«Non gli ho mai chiesto il perché di tutto quell'addestramento», mormorò Palm. «Ogni mese mi lasciava dei soldi e mi ripeteva solo di prendermi cura di me stesso.»
«E adesso? Pensi di aver finalmente capito il motivo di tutte quelle precauzioni?»
«Credo di sì.»
Fu la prima volta che percepì il dolore che il ragazzo si portava dentro.
«Allora... diventiamo amici.»
«Amici?»
«Sì, amici. Intendo amici veri.»
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«A quest'ora mio padre si sarà già accorto che hai saltato la scuola.»
Erano quasi le quattro del pomeriggio quando lasciarono il grattacielo.
«E adesso dove andiamo?» domandò Palm.
«Un amico del club di musica mi ha detto che si è liberato un posto in una scuola di danza. Vorrei farci un salto.»
Nuengdiao fermò un taxi e diede l'indirizzo all'autista. Pochi minuti dopo si ritrovarono davanti a un edificio elegante, dall'affascinante aria d'altri tempi. Non appena la vettura imboccò il parcheggio, però, Nuengdiao riconobbe l'auto di Chanon. Per evitare di farsi scoprire, chiese rapidamente al tassista di girare sul retro, così da poter sgattaiolare dentro di nascosto. Una volta scesi, i due percorsero un corridoio che conduceva direttamente alla hall. L'ambiente era raffinato e suggestivo: alcune coppie danzavano accompagnate da una melodia che sembrava arrivare da un altro luogo.
«Ci vieni spesso?»
«Ho trovato lavoro come pianista.»
Palm si spostò istintivamente verso i margini della sala, come a voler passare inosservato.
«Perché?»
«Perché cosa?»
«Perché lavorare? Sei ricco, potresti benissimo farne a meno.»
«Non lo faccio per soldi», tagliò corto Nuengdiao.
Prima che potesse aggiungere altro, un cameriere con i capelli raccolti in uno chignon si avvicinò e porse a entrambi un biglietto d'ingresso. Nuengdiao lo infilò in tasca senza guardarlo, poi tornò a concentrarsi su Palm.
«Sai ballare?»
Palm scosse vigorosamente la testa. Quella rigida goffaggine strappò un sorriso a Nuengdiao: Chanon gli aveva insegnato a sopravvivere, ma di certo non a godersi la vita.
«Hai mai studiato musica?»
«No.»
«Danza? Di qualunque tipo?»
«Nemmeno.»
Nuengdiao ridacchiò sotto i baffi. Aveva come l'impressione che Palm sapesse fare una sola e unica cosa: combattere.
«Vieni qui, ti insegno io.»
Senza lasciargli il tempo di protestare, lo afferrò per un polso e lo trascinò verso la pista.
«Nuengdiao...»
Palm accennò una debole resistenza, ma l'altro sembrava divertirsi troppo per lasciarlo andare.
«È meglio di no», insistette.
«E perché?»
«Se resto ai margini, riesco a controllare meglio chi ti si avvicina.»
Nuengdiao sbuffò.
«Ti sei definito la mia guardia del corpo, giusto? Allora dimmi... cosa faresti se la persona proprio accanto a me tirasse fuori una pistola e mi sparasse?»
A quella provocazione, Palm rimase senza parole. Per la prima volta non riuscì a trovare una scusa per tirarsi indietro, e Nuengdiao non gli diede il tempo di cercarne un'altra: gli prese la mano e lo guidò dritto al centro della pista. Sollevò la mano sinistra e intrecciò le dita con quelle di Palm. Con l'altra gli sfiorò la schiena, guidandolo con delicatezza nella posizione corretta, mentre Palm, ancora visibilmente impacciato, appoggiava la propria mano sulla sua spalla.
«Non preoccuparti di sbagliare o di fare le cose alla perfezione, concentrati solo su di me. Quando io avanzo col piede sinistro, tu fai un passo indietro con il destro. Quando invece arretro, tu vieni avanti. Devi ricordare solo questo. Se perdi il ritmo o sbagli un passo, non importa. Limitati a seguirmi e lascia che sia il tuo corpo a muoversi.»
Parlava con una naturalezza disarmante, come se la musica gli scorresse già nelle vene. Le prime note iniziarono a riempire la sala, Palm, però, era rigido come una statua, così teso da trattenere il fiato. Accorgendosene, Nuengdiao gli strinse appena la mano, guidandolo con delicatezza per riportarlo al presente. Solo allora Palm inspirò lentamente, lasciando andare il fiato a tempo con la melodia. Le sue mani erano ancora rigide per la tensione ma, passo dopo passo, iniziarono a rilassarsi.
«Uno... due... tre... quattro... cinque... sei... sette... otto...» sussurrò Nuengdiao, scandendo il tempo. «Ti trovi bene nella nuova scuola?»
«Sì», rispose Palm. «Anche se mi sono appena trasferito, quindi non conosco ancora nessuno.»
I loro sguardi si incrociarono. Per un istante sembrò che il tempo si fermasse, mentre i loro corpi continuavano a danzare.
«Nemmeno io ho degli amici...a scuola.»
Palm rimase in silenzio. La canzone era finita e, intorno a loro, le coppie che ballavano si scambiarono un ultimo cenno d'intesa prima di disperdersi, lasciando la sala vuota. Ben presto rimasero solo loro due, immobili al centro di quello di quello spazio.
Nuengdiao raccolse tutto il coraggio che gli era rimasto, cercando di dare voce a quel desiderio che custodiva nel profondo del suo cuore.
«Vorrei che diventassimo amici.»