คิดถึง
khâe thʉ̌ng significa sentire la mancanza.
«Potete restare qui, ma sia chiaro, dovrete dare una mano con qualche lavoretto.»
La madre di Palm, Maem, aveva i lineamenti tipici del sud della Thailandia: grandi occhi castani, capelli corti tinti e un'espressione che a prima vista sembrava severa. Eppure, quando accennava un sorriso, nei suoi occhi passava una dolcezza inaspettata. La famosa fortezza segreta in cui Nuengdiao sperava di rifugiarsi non era altro che una piccola pensione per turisti di passaggio.
«Va bene», rispose Palm per entrambi.
«Andate nella stanza 201 e riposatevi, se serve aiuto, vi chiamo.»
L'edificio era vecchio e spartano. Al piano terra si sviluppavano la reception, la stanza privata della proprietaria e una piccola cucina comune. Al piano superiore c'erano soltanto tre o quattro camere. La tariffa media non superava i cinquecento baht a notte e comprendeva una colazione essenziale a base di omelette, latte e succo di frutta. Con i bagni in comune e l'arredamento logoro, la clientela abituale era composta quasi interamente da giovani viaggiatori stranieri.
«Pensi di riuscire a stare qui?» domandò Palm, posando i bagagli a terra.
La camera 201 era un po' più spaziosa delle altre, ma aveva un solo letto, tutt'altro che grande. Questo significava che lui e Palm avrebbero dovuto dormire molto vicini. Ma, date le circostanze, per Nueng non era affatto sicuro dormire da solo.
«Non preoccuparti, sono stato in posti persino più stretti di questo.»
Nuengdiao sorrise appena, mentre il pensiero tornava a quella volta in cui aveva perso i sensi dentro l’armadio.
«Posso chiamare tuo padre?»
Cambiò improvvisamente discorso. La preoccupazione per la ferita della madre non gli dava tregua. Entrambi avevano abbandonato i propri telefoni a Bangkok per non lasciare tracce; Palm aveva portato con sé soltanto un vecchio cellulare a tasti, utile solo per chiamate e messaggi d'emergenza.
«No, mi ha riferito di non contattarlo. Se sei preoccupato per la signora Tanya, prova a cercare qualcosa su Internet.»
Si cambiarono in fretta, infilando degli abiti da turisti, e scesero al piano di sotto per usare il computer della pensione. Lì vicino, Maem fumava tranquillamente una sigaretta senza fare domande.
«Non c'è niente...»
Nuengdiao digitò più volte il nome di sua madre, ma lo schermo restò vuoto. Quel silenzio mediatico lo spaventava ancora di più: se nessuno ne parlava, significava che qualcuno stava coprendo tutto. Ma allora, perché Chanon non li aveva ancora contattati?
«Per stanotte cerchiamo di dormire, domani penseremo a tutto il resto.»
Nuengdiao poté soltanto annuire, seguendolo obbedientemente dentro la camera. Una volta davanti al letto, si rese conto di quanto fosse decisamente troppo stretto per ospitarli entrambi. Per lui, quella vicinanza forzata era una sensazione del tutto insolita, quasi destabilizzante. Non era abituato a percepire la presenza di un altro corpo così a ridosso del suo.
«Sei triste?» La voce roca di Palm riecheggiò nell'oscurità.
«No... sono solo preoccupato per mia madre.»
Tra la tempesta di emozioni che lo travolgeva, aveva scelto di rivelarne soltanto una. Eppure, sentiva che qualcosa lo legava profondamente al ragazzo disteso accanto a lui. Palm stava provando la stessa identica angoscia per suo padre. Nessuno dei due sapeva cosa fosse successo dopo la loro fuga. Chanon era ancora vivo?
Palm non sapeva cosa dire. Si limitò ad abbracciarlo con delicatezza e a carezzargli la testa, cercando di dargli conforto. Nuengdiao si spostò lentamente fino ad appoggiarsi al suo petto, lasciandosi avvolgere da quel calore che non sapeva da dove provenisse, né se fosse mai appartenuto a qualcuno.
«Quando ero piccolo mi addormentavo così tra le braccia di mio zio», mormorò. «Diceva sempre che, quando si ha paura, stringere qualcuno aiuta a sentirsi al sicuro.»
Le lacrime continuavano a rigargli il volto in silenzio. Che strano destino lo aveva legato a Palm. Se non fosse stato per lui, probabilmente non sarebbe nemmeno sopravvissuto a quella notte.
«Mia madre starà bene, vero?»
La domanda uscì in un sussurro. Nuengdiao sapeva che Palm non poteva avere una risposta, ma il peso che portava nel cuore era ormai troppo grande per essere sorretto da solo.
«Non lo so», rispose Palm, continuando ad accarezzare lentamente il corpo che teneva tra le braccia. «Però so che tu starai bene.»
Quelle parole gli accesero una nuova consapevolezza. Che sua madre sopravvivesse o meno, lui restava l'unico erede dei Kiattakulmaetee. E un giorno sarebbe tornato, e avrebbe fatto pagare ai responsabili ogni singola cosa che avevano fatto alla sua famiglia.
«Grazie.»
Non ricordò il momento esatto in cui si addormentò. Sapeva soltanto che, in quella terra sconosciuta, c'era ancora qualcuno al suo fianco. Era una certezza che avrebbe custodito per sempre nel cuore. Quel calore che Palm gli offriva somigliava incredibilmente a qualcosa che aveva desiderato per tutta la vita. Si abbandonò a un sonno profondo, avvolto da una fragile sensazione di pace. Quella notte, per la prima volta dopo tanto tempo, Nuengdiao non ebbe incubi.
─────── ❦ ─────── ✦ ─────── ❦ ───────
La mattina seguente indossavano entrambi abiti piuttosto eccentrici, scelti tra i pochi vestiti vecchi e scompagnati rimasti nell'armadio della pensione: avevano semplicemente preso ciò che sembrava più comodo. Palm si era infilato un paio di pantaloncini da Muay Thai, mentre Nuengdiao indossava una maglia a collo alto e jeans strappati. Non avevano molto denaro con sé, e utilizzare le carte di credito sarebbe stato decisamente troppo rischioso.
«Due giorni fa si è verificata una sparatoria presso la residenza della famiglia Kiattakulmaetee...»
La voce proveniente dal televisore della reception attirò immediatamente la loro attenzione. Palm si avvicinò e alzò il volume, mentre sul notiziario cominciavano a scorrere le immagini della villa devastata: macchie di sangue impresse sul pavimento, poliziotti intenti a raccogliere prove e la sagoma sfocata di Tanya trasportata d'urgenza dai soccorritori.
«Cinque persone hanno perso la vita», proseguì il giornalista. «La signora Tanya Kiattakulmaetee, proprietaria di una delle più importanti società immobiliari del Paese, versa ancora in condizioni critiche ed è costantemente monitorata dai medici. Ulteriori aggiornamenti saranno comunicati non appena disponibili.»
Il cuore di Nuengdiao prese a battere all'impazzata. Erano passati tre giorni e sua madre era ancora viva. Provò un immenso, improvviso sollievo, ma la paura dentro di lui non diminuì di un millimetro.
«Secondo le prime indagini della polizia, il principale sospettato è Chanon Jannaloy, autista della famiglia e attualmente ricoverato per le ferite riportate. Le prove raccolte sul luogo del delitto, comprese le impronte digitali e i residui di polvere da sparo, hanno portato all'incriminazione per omicidio volontario. La richiesta di libertà su cauzione è stata respinta a causa della gravità delle accuse.»
Il volto di Palm impallidì mentre sullo schermo appariva l'immagine di suo padre. Chanon aveva le mani avvolte dalle bende, ma la presenza delle manette era fin troppo evidente. Il rifiuto della cauzione significava una sola cosa: sarebbe rimasto in carcere fino a quando non fossero emerse nuove prove in suo favore.
«Palm, dobbiamo tornare indietro», disse d'un tratto Nuengdiao, afferrandolo per un braccio. «Eravamo presenti quella notte. Possiamo testimoniare e dimostrare l'innocenza di tuo padre.»
«Non ancora.» La voce di Palm era così carica di dolore da sembrare sul punto di spezzarsi. Una lacrima gli rigò la guancia, ma il suo tono rimase sorprendentemente fermo.
«Se tornassimo adesso, chi c'è dietro tutto questo troverebbe il modo di incastrare anche te. Aspettano questo momento da troppo tempo.»
Seduta dietro il bancone della reception, Maem osservava la scena in silenzio. Non sembrava affatto preoccupata all'idea che il suo ex marito fosse appena finito in prigione.
«Diamo ora parola a un familiare della vittima, il signor Supakit Kiattakulmaetee.»
La voce del telegiornale attirò nuovamente la loro attenzione sullo schermo. «Mio nipote è scomparso il giorno dell'agguato», dichiarò l'uomo, visibilmente scosso. «Non voglio accusare nessuno, ma anche il figlio del principale sospettato è sparito. Temo che possano chiedere un riscatto. Non riesco sopportare di perdere anche mio nipote.»
Supakit lascio cadere le lacrime, come se non riuscisse più a trattenersi.
«Palm, se mi stai ascoltando, ti prego. Tuo padre può aver commesso degli errori, ma questo non significa che tu sia come lui. Riporta indietro Nuengdiao. Non fargli del male, ha già sofferto abbastanza.»
Nuengdiao non aveva mai visto suo zio così disperato. Accanto a lui, Palm fissava lo schermo con un odio che non si curava nemmeno di nascondere. Le intenzioni di Supakit erano chiare: lo stava deliberatamente spingendo in un vicolo cieco. Non esisteva la minima prova che avesse rapito Nuengdiao, dopotutto erano semplicemente fuggiti insieme. Eppure, quell'appello televisivo lo dipingeva già come un criminale. L'ultimo pezzo del puzzle andò al suo posto. Possibile che la talpa, l'informatore di cui parlava Chanon, fosse proprio Supakit?
«Quindi sto ospitando mio figlio, sospettato di rapimento, e il figlio di un gangster?»
Maem lo disse come se stesse semplicemente commentando il tempo. Per loro fortuna, i media non avevano ancora diffuso le foto dei ragazzi, lasciandoli temporaneamente nell'anonimato.
«Dobbiamo tornare», insistette Nuengdiao.
«Non possiamo», la voce di Palm era roca, tesa, mentre il suo sguardo restava perso nel vuoto. «Mio padre è innocente, e lo dimostrerò a qualunque costo. Ma, prima di tutto, devo proteggere te. Se scoprissero dove ti trovi, ti porterebbero via.»
Nuengdiao lo fissò, poi si voltò verso la donna dietro il bancone. «Maem, posso usare il tuo telefono?»
La donna glielo porse senza fare domande. Nuengdiao si affrettò a cambiare account sul browser e, quasi con esitazione, inserì le credenziali di sua madre: non aveva mai pensato di farlo prima di quel momento. Una volta dentro, attivò la localizzazione del dispositivo e attese che la mappa si caricasse. Quando le coordinate apparsero sullo schermo, le sue mani iniziarono a tremare.
«È la casa dello zio Supakit...» mormorò.
La mano che stringeva il telefono prese a tremargli vistosamente. Non c'era alcuna spiegazione logica per cui Supakit dovesse tenere nascosto il cellulare di sua madre. Se avesse voluto davvero trovare un indizio sul vero colpevole, lo avrebbe consegnato subito alla polizia. Ma non lo aveva fatto. La verità lo colpì con la forza di un pugno nello stomaco: l'unico motivo per nascondere quel telefono era che dietro a tutta quella storia, dietro a ogni singola tragedia, c'era sempre stato lui. Supakit era il mandante. Palm lo fissò all'istante, stringendo i pugni, muto ma con una domanda disperata negli occhi. Nuengdiao incrociò il suo sguardo e annuì lentamente, confermando il suo peggior incubo.
─────── ❦ ─────── ✦ ─────── ❦ ───────
Nuengdiao e Palm iniziarono a lavorare come camerieri nell'hotel, proprio come Maem aveva chiesto loro fin dal primo giorno. Nonostante la famiglia di Nuengdiao possedesse un patrimonio da miliardi di baht, ora il ragazzo si ritrovava a faticare per una paga di soli trecento baht al giorno. Quando ci pensava, non poteva fare a meno di scuotere la testa e scoppiare a ridere per l'assurdità della situazione. All'inizio Palm si era offerto di farsi carico anche dei suoi turni, ma Nuengdiao aveva rifiutato categoricamente. Il turno cominciava all'alba e finiva alle due del pomeriggio. Il loro compito principale era preparare la colazione per gli ospiti. In realtà non era nulla di troppo elaborato — solo cose semplici —, ma toccava a loro occuparsi di tutto: tagliare la frutta, riempire le caraffe d'acqua, rifornire i dispenser di cibo secco, tostare il pane e, infine, lavare i piatti. All'inizio Palm non faceva che sospirare, osservando quel ragazzo muoversi con adorabile goffaggine tra i tavoli. Con il passare dei giorni, però, Nuengdiao, ci prese la mano, imparando un passo alla volta. Dalle dieci del mattino alle due del pomeriggio era il turno delle pulizie. Di solito gli ospiti uscivano in quella fascia oraria, lasciando loro il tempo di raccogliere lenzuola, federe e asciugamani per lavarli, asciugarli e stirarli. Nei giorni in cui l'hotel era vuoto, i due si concedevano il lusso di sedersi nella hall a guardare la televisione, avvolti dal profumo persistente delle sigarette che Maem fumava sul retro.
«Guarda qui», disse un giorno Nuengdiao, mentre andavano al mercato locale a fare rifornimento di frutta per le colazioni.
Passando davanti a un piccolo ristorante situato all'interno di un tempio cinese, notarono un cartello. Cercavano musicisti per esibizioni dal vivo in cambio di una piccola paga.
«Non se ne parla. Abbiamo già il lavoro all'hotel», ribatté subito Palm. I suoi occhi tradivano una costante preoccupazione per la loro sicurezza, ma Nuengdiao si mostrò testardo.
«Finiziamo alle due del pomeriggio, Palm. Possiamo farcela tranquillamente.»
«E sentiamo, cosa vorresti fare con questi soldi extra?»
«Vorrei comprare un telefono nuovo... potremmo registrarlo a nome di Maem», ammise Nuengdiao timidamente.
L'unica distrazione che possedeva in quel momento era un vecchio computer. La televisione lo annoiava a morte e desiderava solo un piccolo dispositivo economico con cui poter ascoltare un po' di musica e guardare qualche video.
«Vedi un pianoforte?»
«C'è quell'organo elettronico», rispose Nuengdiao, indicando lo strumento in un angolo della sala. «È simile a un pianoforte, anche se la struttura e il suono sono diversi. Ma per suonare dei semplici pezzi tradizionali cinesi andrà benissimo.»
Alla fine, Palm cedette davanti al suo entusiasmo. Il gestore del locale accettò di assumerli per suonare musica cinese dalle sei alle otto di sera, dal giovedì al sabato, per cinquecento baht al giorno. A quella proposta, gli occhi di Nuengdiao si illuminarono: era la prima volta che tornava a suonare da quando avevano lasciato Bangkok. Con sole due settimane di lavoro, avrebbero finalmente messo da parte abbastanza denaro per comprare il telefono.
«Il lunedì il ristorante è chiuso. Se volete venire qui a esercitarvi, vi basta chiedere. Per qualsiasi problema, chiamatemi», disse sbrigativo il manager.
Nuengdiao contava con trepidazione le ore che lo separavano da quel momento. I due ragazzi attraversarono insieme il cortile del tempio per andare a esercitarsi. Il custode indicò loro una scorciatoia per raggiungere il locale sul retro e accese le luci della sala. L'atmosfera all'interno era completamente immerso nel silenzio.
«Trova un posto dove sederti», disse Nuengdiao, sistemandosi davanti allo strumento. «Faccio solo un rapido controllo per vedere se è tutto a posto. Non ci metterò molto.»
Palm annuì. Sapendo di non poter essere di grande aiuto in quel campo, trascinò una sedia e si mise comodo poco distante. Suonare era l'unica cosa che faceva sentire Nuengdiao davvero libero dal peso del mondo. Da quando erano fuggiti da Bangkok, aveva dovuto accontentarsi di canticchiare sotto la doccia per non impazzire; ora, finalmente, le sue dita potevano scivolare di nuovo sui tasti di una tastiera, anche se si trattava solo di un vecchio organo elettronico.
«Signore, quale brano vorrebbe ascoltare stasera?» domandò Nuengdiao, appoggiandosi leggermente allo schienale della sedia e sorridendo a Palm come se si trovasse davanti a una platea di centinaia di spettatori.
«Non sono molto esperto di musica cinese.»
«Sul serio?»
«Beh, una volta ho ascoltato una canzone suonata da un certo Nuengdiao...»
A quelle parole, nella mente del ragazzo affiorò improvvisamente il ricordo di Ben. Si chiese se fosse felice, se continuava a mostrare lo stesso sorriso sereno. Nuengdiao non disse nulla e lasciò che le sue dita iniziassero a muoversi sui tasti. L'organo non possedeva la profondità o la risonanza di un vero pianoforte, ma in quel momento, andava bene così.
'Come una coppia di fenici che attraversa insieme gli anni più difficili, chi può davvero sfuggire alle sofferenze del mondo? Due anime in un universo colmo di fiori: il solo fatto di potersi incontrare è già un miracolo. Non serve volare fino all'azzurro del cielo; basta continuare a restare l'uno accanto all'altro, come due esistenze destinate a intrecciarsi per sempre.'
Il brano non era ancora finito, ma Nuengdiao smise di suonare. Si alzò in piedi quasi nello stesso istante in cui Palm faceva un passo verso di lui. La mano destra di Nuengdiao cercò quella sinistra del ragazzo, come fosse guidata da una forza a cui era impossibile opporsi. In quella sala silenziosa e vuota, i due ragazzi iniziarono a ballare lentamente, dondolando a un ritmo tutto loro, mentre i loro occhi si incrociavano, brillando di una luce intensa e sincera. Erano come le ali delicate di un'orchidea phalaenopsis che, pur travolta dal vento gelido, trova la forza di aggrapparsi tenacemente all'altro per superare la tempesta. Nessuno dei due lo disse ad alta voce, ma entrambi compresero le intenzioni dell’altro. Nueng si rese conto che aveva ancora qualcuno pronto a sorreggerlo ogni volta che cadeva. Dal club di musica al palazzo abbandonato, fino a quel tempio, Palm era sempre stato lì per lui. Era entrato nella sua vita, era rimasto e continuava ancora a camminare al suo fianco. Come se fossero stati avvolti da un incantesimo, le loro labbra si sfiorarono dolcemente. Nuengdiao sapeva quanto gli fosse mancata la persona davanti a lui. Palm era tutto per lui, una presenza ormai inseparabile dalla sua vita. Anche se non sapeva quando né dove quel sentimento fosse nato, ora riusciva finalmente a comprenderlo. L’uomo davanti a lui non era un estraneo, ma qualcuno capace di curare le sue ferite. Per quanto potesse essere spaventoso, stare con lui gli dava comunque un senso di sollievo. Non sapevano perché si amassero così tanto. Ma, nel profondo del loro cuore, sapevano di essere legati da un destino impossibile da spezzare. Il filo che li univa era così forte che nemmeno la distanza tra i loro cuori sarebbe riuscita a separarli.