家族
jiāzú significa clan.
Nuengdiao osservava la facciata dell'ospedale attraverso il vetro oscurato dell'auto. Non vedeva Palm dall'incidente della sera precedente al club. All'inizio si era imposto di restare sveglio ad aspettarlo, ma il vino aveva avuto la meglio, trascinandolo in un sonno pesante. Al risveglio, con i ricordi ridotti a schegge confuse e frammentarie, un senso di panico lo aveva assalito. L'unica certezza rimasta, era quel suo impulso irrefrenabile di ferire chiunque gli stesse davanti.
«Andrà tutto bene, signorino», provò a rassicurarlo Chanon, rompendo il silenzio.
Il ragazzo preferì non replicare. Mantenne gli occhi fissi sull'uscita finché la figura di Palm non emerse dalla penombra dell'atrio. Aveva un'aria stanca, la pelle ambrata resa pallida dalle luci cliniche e un sacchetto di farmaci in mano. La fasciatura spessa gli bloccava la spalla e parte del collo, costringendolo a movimenti innaturali. Chanon gli fece cenno di salire, senza avvisarlo della presenza del ragazzo sul retro. Quando Palm aprì la portiera del passeggero, si bloccò per la sorpresa. Salì in silenzio, allacciò la cintura con gesti misurati e rigidi, e una cappa di ghiaccio tornò ad avvolgere l'abitacolo. Quel giorno nessuno dei due sarebbe andato a scuola. Nuengdiao avrebbe dovuto partecipare alle prove del club di danza, ma dopo il disastro della sera prima non sapeva nemmeno se fosse ancora il benvenuto. In realtà, l'unica cosa che desiderava era vedere Palm e sapere come stesse.
«La spalla... ti fa molto male?»
«Non è niente, davvero. Sono abituato a incassare di peggio.»
La risposta di Palm fu così distaccata da far calare il gelo tra di loro.
«Mi dispiace.»
Nuengdiao sentiva il peso invisibile del legame di sangue e di dovere che Chanon aveva imposto a Palm, e quel pensiero lo logorava. Reclinò la testa all'indietro, sopraffatto dalla stanchezza.
«Non avresti dovuto trasferirti qui. Ti sto solo rovinando la vita.»
Non c'era traccia di ironia nel suo tono, solo una amara consapevolezza. Era la verità. Finché fosse rimasto incatenato a lui, Palm non avrebbe mai avuto la libertà di scegliere il proprio futuro. E Nuengdiao, dopotutto, alla solitudine ci era già abituato.
«Non fa niente, davvero. È una ferita da poco, non pensarci.»
Nuengdiao stava per chiedergli se avesse raccontato della rissa a suo padre, ma le parole gli morirono in gola. Chanon, rimasto fino ad allora al telefono in un mutismo assoluto, chiuse la chiamata con espressione preoccupata. Accostò bruscamente l'auto sul ciglio della strada, e si voltò verso Nuengdiao.
«Non riesco a mettermi in contatto con la scorta della signora Tanya.»
Nuengdiao si irrigidì sul sedile, raggelato. «Che cosa significa?»
«Di solito mi invia aggiornamenti regolari, ma oggi non si è fatto sentire. Ho provato a chiamarlo più volte, ma il telefono squilla a vuoto.»
«Dov'è andata mia madre oggi?»
«Aveva un appuntamento privato, ma non so dove», Il volto di Chanon si irrigidì. «Andrò a verificare di persona. Palm, tu resta con lui. Se sarà tutto tranquillo, vi farò entrare.»
«Col cavolo! Io vengo con te!»
«Signorino, è troppo percolo—»
«È mia madre!» lo interruppe Nuengdiao, con la voce che tremava per un misto di rabbia cieca e terrore puro. Le lacrime gli offuscarono la vista, represse a stento. Chanon lo fissò per un istante, poi abbassò lo sguardo; sapeva che perdere tempo a discutere sarebbe stato fatale per la signora Tanya. Senza aggiungere una parola, sterzò e si immise di colpo nel traffico.
«Hai la pistola con te?» Chanon si rivolse a Palm, senza staccare gli occhi dalla strada.
«Sì.»
Chanon accennò un breve cenno col capo. Poi, con un movimento preciso, estrasse un'arma e la porse a Nuengdiao sul retro.
«Prenda questa, signorino. E la usi solo se necessario.»
La sua calma era quasi spettrale.
«Non ho idea di cosa stia succedendo a sua madre. Ma se la situazione degenera, la sua unica priorità è correre via. Palm si occuperà del resto.»
«Ma io...»
«Deve capire che se la situazione precipita, restare lì sarebbe un suicidio. Deve fuggire e mettersi in salvo. Ha capito?»
Nuengdiao deglutì a vuoto, il metallo freddo della pistola pesante tra le mani tremanti. Ancora una volta, si sentiva soltanto un peso per gli altri. Persino armato, non si sentiva capace di proteggere nessuno. Eppure, il terrore per sua madre gli bruciava nelle vene, impedendogli di arrendersi. Chanon si voltò un istante verso Palm.
«Se andiamo incontro a un'imboscata, prendilo e scappa verso il rifugio. Intesi?»
«Sì, padre.»
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«Mamma!»
Chanon spinse la porta della villa ed entrò per primo. Con le armi pronte, lui e Palm avanzavano un passo alla volta, controllando ogni angolo. L'impulso di Nuengdiao era quello di superarli e correre a cercarla, ma la paura lo inchiodò al suo posto; non aveva la minima idea di come ci si comportasse in mezzo a un potenziale conflitto a fuoco. Quella debolezza lo faceva imbestialire. Si accodò a Chanon, i passi felpati sui gradini che portavano al piano superiore. La casa trasudava un'aria sinistra. Di solito i corridoi erano pieni di guardie e personale, adesso invece, regnava solo un silenzio innaturale. Sopraffatto dal panico, Nuengdiao cercò con gli occhi Palm. Il ragazzo gli rispose con un'occhiata rassicurante, dimenticando per un attimo il muro che era sorto tra loro. Il cuore di Nuengdiao mancò un battito quando sfilarono davanti alla vecchia stanza di suo padre. Pregò con ogni fibra del suo essere che non fosse accaduto l'irreparabile. Chanon sollevò una mano, impose l'alt e bussò alla porta di legno massiccio dello studio. Non ci fu nessuna risposta. Nel momento esatto in cui vide sua madre riversa sulla scrivania, Nuengdiao perse la testa e si lanciò in avanti. Chanon lo afferrò al volo, sbarrandogli la strada per mettere prima in sicurezza la stanza. Il ragazzo scoppiò in un pianto disperato. Con una mano Chanon allertò i soccorsi, mentre con l'altra esaminò la ferita da arma da fuoco della donna e le cercò il polso.
«La signora Tanya è ancora viva», un sospiro di sollievo teso gli sfuggì dalle labbra. «Palm, portalo subito fuori di qui.»
Ma Nuengdiao si divincolò con le poche forze che gli restavano e corse ugualmente al fianco di sua madre. Nella sua mente si spalancò l'abisso del giorno in cui aveva pianto sul cadavere di suo padre; la lucidità stava svanendo, inghiottita dal panico. Con la vista completamente offuscata, le accarezzò il viso pallido e continuò a chiamarla, implorandola, senza ricevere risposta. Gli aveva promesso che non lo avrebbe mai costretto a vivere una vita che non desiderava. Era tutto ciò che gli restava. Se l'avesse persa, con chi avrebbe continuato a vivere? Prima che potesse sprofondare del tutto nell'abisso, Palm lo sollevò di peso, usando tutta la forza rimasta nella spalla sana, e lo trascinò a forza lungo il corridoio. Ma Nuengdiao continuava a dimenarsi, accecato dalle lacrime, invocando sua madre a squarciagola.
«Perché non avete ucciso me?!» urlò verso il vuoto. «Perché avete sparato a lei, maledetti?! Che cosa vi aveva fatto mia madre?!»
Era un urlo straziante, il suono di un'anima che andava in pezzi. Le lacrime gli bruciavano gli occhi, offuscandogli la vista. Combatté con ogni grammo di energia per sfuggire a Palm, ma la presa del ragazzo era ferrea, mossa dal disperato bisogno di proteggerlo. Nuengdiao non pensava più alla propria sicurezza, non gli importava se ci fosse un cecchino o un uomo armato pronto a colpire anche lui. Senza sua madre, il mondo era solo un deserto privo di significato. Stringendo i denti per il dolore e la fatica, Palm riuscì finalmente a trascinarlo oltre la porta d'ingresso. Un'esplosione assordante squarciò l'aria. L'onda d'urto li scagliò violentemente a terra, mentre l'odore acre della polvere da sparo e dei detriti invadevano le loro narici. Ignorando il dolore alla spalla ferita, Palm fu il primo a rimettersi in piedi; afferrò Nuengdiao per la giacca e lo costrinse a rialzarsi, proprio mentre l'inferno si scatenava intorno a loro. Bang! Bang!
Il rumore secco dei proiettili spazzò via l'isteria di Nuengdiao, riportandolo bruscamente alla realtà. Davanti al cancello della villa, vide un'auto dai vetri oscurati parcheggiata; l'uomo al suo interno stava sparando nella loro direzione. Con un riflesso fulmineo, Palm lo spinse dietro la macchina al sicuro. Subito dopo estrasse la propria arma e rispose al fuoco. Gli spari si susseguivano senza sosta in uno scambio frenetico. Ma la necessità assoluta di proteggere Nuengdiao, impediva a Palm di prendere la mira con precisione.
«Palm! Dietro di te!»
Con la coda dell'occhio Nuengdiao aveva intravisto la sagoma e il riflesso metallico di un secondo uomo armato, nascosto a pochi metri da loro. Un ringhio uscì dalla gola di Palm. Ruotò su se stesso e fece scudo a Nuengdiao con il proprio corpo, facendo fuoco verso la direzione indicata. L'uomo scansò la traiettoria e caricò nella loro direzione. Nuengdiao afferrò il braccio di Palm, terrorizzato. In preda al delirio, Nuengdiao guardò freneticamente intorno a sé, cercando qualcosa con cui combattere. Un bastone, un coltello, persino un frammento di ceramica o una ciotola; qualunque cosa sarebbe andata bene. Odiava restare a guardare, rifiutava l'idea di nascondersi mentre gli altri sacrificavano la propria vita per lui.
Palm... tu non puoi morire. Non osare buttare via la tua vita per me.
Il terrore gli faceva tremare le dita, la vista ridotta a macchie sfocate per il pianto. Palm continuava a cambiare posizione per non offrire un bersaglio facile, ma i due assalitori compresero che i ragazzi avevano una sola arma e che quei colpi servivano solo a tenerli a distanza, non a ucciderli. Sfruttando il riflesso nello specchietto retrovisore dell'auto, Palm individuò il momento giusto e decise di esporsi per mettere fine allo scontro. Ma, proprio in quell'istante, altri due spari lacerarono l'aria. Chanon si stagliò sulla soglia della porta e, senza esitare, scaricò una raffica di colpi sui due uomini. La sua mossa disperata serviva a dare respiro ai ragazzi, ormai intrappolati e senza via di scampo.
«Palm, portalo subito via!»
Furono le ultime parole che Nuengdiao gli sentì pronunciare prima che il caos inghiottisse tutto. Chanon passò al figlio un mazzo di chiavi, il portafoglio e un vecchio telefono cellulare non tracciabile. Palm afferrò tutto al volo, senza fare domande; era chiaro che entrambi si aspettassero da tempo uno scenario del genere e si fossero preparati ad affrontarlo.
«Signorino, vada via adesso» disse Chanon, voltandosi un'ultima volta verso Nuengdiao. «La cosa più importante è che lei resti al sicuro. Per la signora Tanya... ci sono io.»
Palm inserì la retromarcia e speronò l'auto che bloccava l'uscita, spingendola di quel tanto che bastava per aprire un varco. Le sue abilità al volante erano sbalorditive. Con una serie di manovre millimetriche e decise riuscì a liberare il passaggio, poi schiacciò l'acceleratore, sfrecciando via. I suoi occhi rimasero inchiodati alla strada. Nuengdiao afferrò il borsone nascosto sotto il sedile. Quando lo aprì, trovò diversi caricatori di riserva. Nonostante le mani gli tremassero in modo incontrollabile, cercò di rifornire l'arma, sentendo il sangue rimbombare nelle orecchie. Sapeva che, in caso di pericolo, avrebbe passato immediatamente la pistola a Palm. Ancora una volta, lo spettro dell'inutilità tornò a schiacciarlo. Era incapace di guidare, incapace di sparare, incapace di difendere qualcuno. Era solo un fardello da trascinarsi dietro. Le parole di Palm sul fatto di vivere e morire insieme.... avevano ancora un valore dopo lo schifo della sera prima?
Per la prima volta in vita sua, Nuengdiao si rese conto di quanto poco conoscesse il mondo reale. Palm, invece, si muoveva nel labirinto di Bangkok con una sicurezza disarmante, imboccando vicoli e strade secondarie senza il minimo bisogno di una mappa o di un navigatore. Il viaggio in auto terminò in un immenso parcheggio pubblico. Quando il motore si spense, Nuengdiao si accorse con orrore che dalla vecchia ferita di Palm il sangue aveva ricominciato a sgorgare, scuro e denso. Il ragazzo, ostinato, ignorò il dolore e si tirò giù la manica per nasconderla.
«C'è un localizzatore GPS sull'auto» spiegò Palm. «Mio padre la troverà facilmente quando sarà il momento.»
Nuengdiao fece un cenno col capo. Per fortuna, aveva ancora con sé lo zaino, con i documenti e i pochi effetti personali. Nel giro di pochi minuti recuperarono tutto dalla macchina. Per depistare eventuali inseguitori, attraversarono un centro commerciale, uscirono dal lato opposto e saltarono sul primo taxi diretto alla stazione degli autobus. Nuengdiao non aveva la minima idea di quale fosse la loro destinazione. Una volta saliti sull'autobus di linea, chiese di potersi sedere accanto al finestrino per guardare fuori. Senza riuscire a guardarlo negli occhi, sussurrò un timido grazie a Palm. Il ragazzo si voltò e gli accennò un piccolo, stanco sorriso. Forse aveva capito che dietro quell'unica parola si nascondeva un mondo intero.
Grazie per essermi amico. Grazie per avermi protetto. Grazie per essere rimasto al mio fianco fino a oggi.
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La loro destinazione era Surat Thani. Ogni singola mossa di quella fuga sembrava essere stata pianificata con una precisione chirurgica. Nuengdiao si lasciò cadere sul sedile reclinabile del pullman notturno. Aveva la netta sensazione di essere tornato in vita dopo aver sfiorato la morte.
«Riposati», sussurrò Palm nella penombra dell'abitacolo.
Nuengdiao rimase un attimo a fissare il soffitto del bus, poi si voltò verso di lui. «Perché mi aiuti?»
Sapeva bene che Palm e Chanon avevano il compito di difendere la sua famiglia a qualunque costo. Eppure, aver vissuto sulla propria pelle quel terrore rendeva impossibile soffocare quella domanda. Palm non rispose subito; lasciò che il rombo monotono del motore riempisse il silenzio per qualche istante.
«Tuo padre ha salvato la vita al mio», disse infine, incrociando il suo sguardo.
Nuengdiao lo fissò, sorpreso da quella rivelazione.
«Quando mio padre arrivò a Bangkok con me, gli rubarono tutto ciò che aveva», raccontò Palm. «Fu costretto a chiedere un prestito a degli strozzini, ma gli interessi erano folli e in poco tempo si ritrovò ricoperto di debiti.»
Abbassò lo sguardo, fissandosi le mani intrecciate in grembo.
«A quel tempo ero un bambino e mi ero ammalato gravemente. Dovevo restare ricoverato in ospedale, e le cure costavano una fortuna.»
«Mio padre gli diede i soldi?» ipotizzò Nuengdiao.
«No», Palm scosse la testa. «Gli uomini a cui doveva dei soldi lo trascinarono fuori dalla clinica per dargli una lezione. Cercò di difendersi, ma stava rischiando di morire.»
Fece una breve pausa, come se stesse rivivendo un vecchio incubo.
«Fu allora che apparve tuo padre. Fece intervenire i suoi uomini, lo portò via e pagò ogni singolo centesimo. Coprì persino le spese per le mie cure.»
Nuengdiao rimase spiazzato. Aveva sempre dato per scontato che Chanon lavorasse per la sua famiglia solo perché lo stipendio era più alto rispetto a qualsiasi altro impiego.
«Sai perché lo fece?» chiese Palm.
«No.»
«Mio padre mi ha raccontato che anche tu, quando eri piccolo, sei stato molto male e hai rischiato di non farcela. Credo che tuo padre, vedendo il mio, abbia capito all'istante cosa significasse avere un figlio sospeso tra la vita e la morte.»
Palm si voltò a guardarlo dritto negli occhi. «Anche se potessi tornare indietro, sceglierei ancora di aiutarti.»
Le luci dei lampioni della superstrada filtravano dal vetro, riflettendosi nelle sue pupille come un cielo notturno senza fine. «Tuo padre mi ha restituito la vita. Tutto questo... è solo il mio modo per ringraziarlo.»
Un groppo in gola impedì a Nuengdiao di rispondere. Si limitò ad appoggiare la fronte contro il vetro freddo del finestrino, lasciando che il silenzio calmasse i battiti del cuore.
«Dove stiamo andando, esattamente?» chiese, per cambiare discorso.
«In un posto sicuro.»
«A casa tua?»
«No.»
Nuengdiao si voltò di scatto. «Che significa?»
Aveva sentito parlare di rifugi e safe house fin da quando era bambino, ma non ne aveva mai vista una. Nella sua mente erano sempre state simili a quelle dei film: luoghi spettacolari, nascosti chissà dove. Palm gli lesse l'espressione sul volto e accennò un mezzo sorriso, quasi divertito.
«Lo vedrai presto.»
«Che vuoi dire?»
«Mio padre è convinto che il responsabile dell'attacco sia qualcuno all'interno della villa, qualcuno di molto vicino a noi», rispose Palm, rivelando finalmente la gravità della situazione. «A Bangkok siamo troppo vulnerabili. Per questo dobbiamo nasconderci in un posto dove nessuno penserebbe mai di cercarti. È da una vita che non ci torno, ma mio padre è ancora in contatto con questa persona. Se le cose fossero andate male, il piano è sempre stato quello di portarti lì.»
Nuengdiao aggrottò le sopracciglia, incuriosito da quel pezzo di passato che Palm non aveva mai menzionato.
«Di chi è la casa?»
Palm rimase in silenzio per qualche istante. Quando riprese a parlare, la sua voce si era fatta più bassa.
«Di mia madre.»