钱
qián significa denaro.
Ben non si era più rivisto a scuola. Da quanto aveva riferito Chopper, il padre di Ben — un alto ufficiale dell'esercito, uomo potente e rispettato — lo teneva confinato negli alloggi della caserma, vietandogli qualsiasi contatto con l'esterno. Se il ragazzo non si fosse difeso sostenendo di essere stato baciato per primo da Nuengdiao, il padre lo avrebbe già fatto trasferire in una scuola militare per "correggerlo". Nuengdiao provava una profonda compassione per lui, ma non aveva alcun modo di scrivergli o parlargli. Anche lui, nel frattempo, aveva deciso di allontanarsi dai banchi per una settimana. Sua madre non temeva affatto i pettegolezzi o gli sguardi indiscreti degli altri studenti, e aveva preteso con fermezza che la scuola rintracciasse il responsabile della diffusione del video e lo punisse come meritava. Nuengdiao, dal canto suo, aveva preferito aspettare che le acque si calmassero prima di rientrare, solo per non dare a lei ulteriori preoccupazioni. Palm, dal canto suo, non aveva saltato un solo giorno di scuola e spendeva tutto il tempo libero sui libri, da solo nella sua stanza.
«Oggi vado al club di danza.»
Quel giovedì arrivò come una scossa dopo una sequenza di giornate passate a non far nulla. Nuengdiao informò Chanon del suo appuntamento pomeridiano con Palm; sentiva il bisogno di tornare in quel posto, nonostante l'assenza di Ben.
«La signora Tanya preferisce che non lasci la casa» gli ricordò Chanon, con tono guardingo.
«Le ho spiegato che ho bisogno di suonare il pianoforte e mi ha dato il suo permesso.»
Chanon, tuttavia, sembrava tutt'altro che convinto.
«Dov'è mia madre adesso?» domandò allora Nuengdiao.
Un'ombra di esitazione passò sul volto dell'uomo.
«Chanon, dov'è mia madre?»
«La signora Tanya è dovuta andare in un hotel a Krabi» rispose lui, serio. «C'è una protesta in corso e deve negoziare personalmente con la gente del posto.»
«Pensavo che la questione fosse chiusa.»
«Quella era Phuket. Lì la gente protestava contro l'occupazione della foresta per via del nuovo stabilimento di liquori.»
«C'è dell'altro che dovrei sapere?»
Nuengdiao avvertì una fitta allo stomaco. Sua madre si stava facendo carico di tutto quel fango da sola, consumandosi in silenzio per proteggere lui.
«Signorino, la situazione è critica» insistette Chanon, fissandolo negli occhi. «Siamo sotto tiro da ogni parte. Ho il forte sospetto che una talpa, all'interno della nostra cerchia, stia istigando la folla contro la famiglia.»
«Hai idea di chi possa essere?»
L'uomo scosse il capo, incapace di dargli una risposta. Nuengdiao lasciò andare un lungo sospiro. Era ormai ora di andare. Si fece dare un passaggio da Chanon fino al club, cercando di scacciare i pensieri cupi che continuavano ad affollargli la mente, nonostante l'eccitazione all'idea di ritornare a suonare il pianoforte. Voleva disperatamente credere che le cose si sarebbero sistemate. Si accomodò nella sala delle esibizioni, lo sguardo fisso sulla porta nell'attesa che il suo amico arrivasse.
«Palm!»
Una voce ruppe d'un tratto il silenzio della stanza. Il tendaggio che separava la sala dal corridoio oscillò appena. La porta, rimasta socchiusa, lasciava filtrare chiaramente le parole provenienti dall'esterno.
«Makie», subito dopo, risuonò la risposta di Palm.
«Finalmente ti ho trovato! Senti, tra qualche giorno è il mio compleanno. Ti andrebbe di venire alla mia festa?» il tono della giovane era scherzoso, quasi civettuolo.
Spinto dalla curiosità, Nuengdiao si alzò e si accostò all'ingresso. Attraverso un piccolo spiraglio nella tenda, vide Palm intento a parlare con la ragazza. La riconobbe all'istante: era Makie, la nipote del proprietario del club. L'aveva incrociata solo un paio di volte, ma non avrebbe mai immaginato che lei e Palm fossero così in confidenza.
«Non sono sicuro di essere libero quel giorno.»
«Avanti, Palm, stacca la spina ogni tanto! Non sarà così difficile chiedere un giorno di permesso al tuo capo, no?»
Nuengdiao distolse lo sguardo e incrociò il proprio riflesso nel grande specchio della sala. Per un istante, si domandò se fosse davvero un padrone così rigido e irragionevole. Se Palm gli avesse chiesto un giorno di libertà per uscire con lei, cosa avrebbe fatto? Gli avrebbe detto di sì?
«Il mio lavoro non ha orari fissi» tagliò corto Palm. «Non saprei nemmeno come chiederlo.»
«Dovresti staccare la spina ogni tanto. Sei perennemente serio.»
Una risata cristallina riempì il corridoio. Nascosto nella penombra, Nuengdiao osservò il viso radioso di Makie. Era una ragazza spigliata, solare, piena di vita; sembrava la persona perfetta per uno come Palm. Non era una bellezza sfolgorante, ma emanava una purezza e una spontaneità contagiose. Sprigionava un'energia luminosa che Nuengdiao, in tutta la sua vita, non aveva mai posseduto.
«Mi piaci, Palm» confessò lei d'un tratto. «Anche se non vuoi rispondermi subito, ascoltami almeno fino alla fine.»
«Aspetta, in realtà...mi piace una persona.»
Il cuore di Nuengdiao mancò un battito. La confessione continuava a rimbombargli nella sua mente. Dunque Palm era interessato a qualcuno. Perchè non glielo aveva detto? Del resto, lui gli aveva confessato quello che provava per Ben.
«Ma quella persona non è qui con te» ribatté lei. «E io ti amo molto più di quanto si ami un semplice amico, lo sai?»
Stavolta il tono di Makie perse ogni leggerezza, facendosi serio. Nuengdiao smise quasi di respirare per non farsi sentire. Da un lato desiderava sinceramente che Palm trovasse la felicità; dall'altro, lo terrorizzava l'idea che, innamorandosi di qualcun altro, lui avrebbe smesso di essere la persona più importante della sua vita. E a quel punto... cosa sarebbe rimasto di loro? Sarebbero riusciti a restare ancora amici?
«Per me...»
Nuengdiao ascoltava immobile, con il cuore che batteva a ritmo con le esitazioni di Palm. Aveva lo stomaco in subbuglio, ma non riusciva a capire da dove nascesse quella sensazione. L'unica certezza, era che non voleva cedere Palm a nessuno. Per nessun motivo al mondo. All'improvviso, lo squillo di un telefono troncò a metà la conversazione. Palm si congedò in fretta, spiegando che era il suo capo a chiamarlo e che doveva assolutamente rispondere. Makie rimase lì, con una smorfia di amara sconfitta sul viso. Nuengdiao esalò un profondo sospiro di sollievo e scivolò via nell'ombra, tornando a sedersi al pianoforte per fingere che non fosse accaduto nulla. Eppure, la sua mano, stretta attorno al cellulare che aveva in tasca, tremava ancora. Aveva appena sabotato la vita sentimentale di Palm, e ancora non ne capiva il perché.
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«Che succede, Nuengdiao?»
Sentire quella voce lo innervosì. Dopo l'esibizione, il club aveva dato una festicciola. Nuengdiao si era isolato in un tavolo in disparte, in compagnia di una bottiglia di vino. Riempì il calice un centimetro alla volta, chiedendosi per quale motivo le persone amassero tanto bere. Quale segreto si nascondeva in quel liquido amaro?
«Vattene.»
«Nuengdiao, sei ubriaco.»
«Non sono ubriaco.»
«È la classica risposta di chi è ubriaco.»
«E tu, allora? Tu sei ubriaco?»
«No.»
«Allora secondo la tua logica sei ubriaco anche tu.»
Le parole gli uscivano di bocca da sole, ma la sua mente era un groviglio impossibile da districare. Forse era solo arrabbiato perché Palm gli aveva tenuto nascosta l'esistenza di Makie. O forse sotto c'era qualcos'altro, qualcosa di molto più profondo.
«Non avevi mai bevuto prima d'ora, vero?»
Quella domanda gli parve intrisa di una sottile provocazione.
«Ti ho detto di lasciarmi in pace.»
Nuengdiao lo guardò con gli occhi lucidi e cerchiati di rosso, intrappolato in un labirinto di emozioni che non riusciva a comprendere. Aveva paura di scavare a fondo, perché sapeva che la verità lo avrebbe costretto ad ammettere cose che non era pronto ad accettare.
«Mi dispiace» disse Palm.
«Dovrei essere io a dirtelo.» Nuengdiao accennò una smorfia amara, il ritratto della rassegnazione. «È così difficile stare accanto a uno come me. Tuo padre ti ha ordinato di sacrificarti per proteggermi... e tu che farai? Obbedirai e basta?»
Palm rimase in silenzio, scuotendo appena il capo, disarmato da quella rabbia improvvisa.
«Sei un idiota...» sussurrò Nuengdiao, con il cuore a pezzi. «Se mi lasciassi perdere, saresti libero di scappare lontano, di vivere come ti pare e di amare chi vuoi.»
Palm sollevò di scatto lo sguardo, inchiodandolo con gli occhi. Solo in quel momento Nuengdiao realizzò la gravità delle sue parole e girò la testa dall'altra parte.
«Cosa stai cercando di dirmi, Nuengdiao?»
«Niente, lascia perdere.»
«Se stai parlando di Makie...»
«Ti ho detto che non è niente!»
Colpì il tavolo con tutta la forza che aveva, facendo tintinnare i vetri. L'odore pesante del vino gli provocò un conato di nausea. Il liquido scuro si riversò oltre il bordo, macchiando la camicia di Palm. Il silenzio tra i due divenne soffocante. Nuengdiao scattò in piedi, allontanandosi verso il bar. Palm allungò una mano per bloccarlo, ma il ragazzo si divincolò con rabbia.
«Nuengdiao, calmati. Non dare spettacolo.»
«E tu chi saresti per darmi degli ordini?»
Da ubriaco, Nuengdiao tirava fuori un'arroganza spietata, che non guardava in faccia a nessuno. Chiunque lo avesse visto così, lo avrebbe odiato.
«Sei solo un cane randagio.»
Le parole gli scivolarono dalle labbra insieme a un sorriso crudele, un colpo basso sferrato per fare a pezzi l'orgoglio di Palm.
«Mi dispiace» mormorò Palm, incassando i colpi.
Quella totale sottomissione non fece che alimentare la sua rabbia. Nuengdiao cercò di allontanarsi, ondeggiando verso il bar per riempire di nuovo il bicchiere, senza curarsi minimamente degli sguardi della gente nella sala. Palm lo seguì, affiancandolo.
«Sei ubriaco, torniamo a casa.»
«Stammi lontano.»
Fu in quel momento che un brusio di voci poco distanti attirò la sua attenzione. Nuengdiao si strofinò gli occhi per scacciare la nebbia dell'alcol. Davanti a lui, tre uomini robusti e dall'aria decisamente minacciosa gli sbarravano la strada. Nello stato in cui si trovava, Nuengdiao riusciva a malapena a mettere a fuoco la realtà.
«Mio padre vi ha portato via tutte le terre» provocò, la voce impastata ma intrisa di disprezzo. «E avete ancora il coraggio di mettervi in mezzo?»
«Ragazzino insolente... come osi parlarmi in questo modo?» ruggì uno dei tre.
«Detto da uno che non sa nemmeno stare al mondo.»
Lo scossone violento dell'uomo spezzò il suo equilibrio. Nuengdiao barcollò all'indietro, ma l'impatto con il pavimento fu evitato da una presa ferrea alle sue spalle. Palm lo rimise in piedi. Quando Nuengdiao lo guardò, vide un fuoco spaventoso bruciare nelle sue pupille.
«State cercando guai?»
La minaccia di Palm risuonò tagliente. I rumori del club sfumarono in un ronzio indistinto dentro la testa di Nuengdiao. Ma nonostante i sensi confusi, avvertì il cambiamento: Palm era diverso rispetto al giorno in cui lo aveva salvato da Poom. Stavolta, c'era in gioco qualcosa di personale.
«Non ho bisogno del tuo aiuto.»
Provò a strattonarlo, ma l'alcol gli aveva tolto ogni energia. La sua stessa voce gli sembrava strana, un'altalena tra sprazzi di lucidità e sussurri sconnessi.
«Dì pure quello che vuoi su di me, ma prima fammi chiudere questa storia.»
Palm mantenne la calma. E proprio quel tono così controllato gettò Nuengdiao nel caos più assoluto. Forse Palm continuava a proteggerlo soltanto per senso di colpa, o forse lo faceva unicamente perché Chanon glielo aveva ordinato. A Palm piacevano le donne, Makie era la ragazza perfetta per lui. Per quanto tempo ancora sarebbe rimasto al suo fianco prima di andarsene?
«Resta qui fermo.»
Palm lo spinse delicatamente su una sedia. Con la vista annebbiata, Nuengdiao rimase a guardare il suo amico mentre affrontava quel pericolo da solo.
«Il tuo padroncino ha la lingua troppo lunga» ringhiò uno dei tre uomini, mentre si stringevano intorno a Palm per circondarlo.
Palm non si mosse di un millimetro. «Siete stati voi a provocarlo per primi.»
«Senti questo stronzo, ora vuole pure farci la morale!»
Il primo uomo scattò in avanti, ma Palm lo anticipò con un movimento fluido. Schivò il colpo e rispose con un pugno alla mascella, per poi abbatterlo definitivamente con una gomitata secca al volto. Il corpo dell'uomo impattò pesantemente sul pavimento.
«Te la cavi bene, viscido ragazzino» ringhiò il secondo, correndogli incontro.
Palm si girò di scatto per evitarlo, ma il terzo complice ne approfittò per sferrargli un calcio alle spalle. Nuengdiao gridò, un suono strozzato e involontario. Si sentiva completamente impotente. Nel frattempo, uno dei teppisti afferrò una bottiglia dal bancone e la infranse contro lo spigolo del tavolo, trasformandola in un'arma mortale. Palm si scagliò sul secondo uomo e lo mise fuori combattimento, lasciando in piedi soltanto l'ultimo, che stringeva il collo della bottiglia scheggiato tra le dita. Nuengdiao tentò di avvertirlo, ma la voce gli morì in gola. Poi, in un battito di ciglia, il teppista cambiò obiettivo e si lanciò dritto su di lui. Nuengdiao provò a fuggire, ma le gambe gli cedettero di colpo. Cadde a terra, indifeso. Strinse gli occhi, mentre il grido disperato di Palm gli lacerava i timpani. L'ultima cosa che vide prima del buio fu la punta di vetro diretta verso il suo petto. Un istante dopo, l'odore acre del sangue invase l'aria. Eppure, non sentì alcun dolore. Spalancò gli occhi. Palm si era scagliato davanti a lui, incassando il colpo al suo posto. Il sangue che sgorgava copioso dalla spalla destra stava già tingendo la camicia di un rosso vivido. Nuengdiao lo fissò, completamente sconvolto.
«Cosa volevi dimostrare? Che sei uno schiavo che obbedisce senza pensare?» ringhiò Nuengdiao, aggrappandosi alla rabbia per non piangere. «Perché cazzo non mi hai lasciato morire? A quest'ora saresti libero di andare dove vuoi. Ti piace così tanto essere il mio servitore?»
Sputò quel veleno mentre un senso di nausea gli stringeva lo stomaco. L'alcol gli offuscava ancora i sensi, ma non abbastanza da impedirgli di leggere il dolore e la profonda delusione negli occhi. Senza dire una parola, Palm infilò la mano sotto la giacca ed estrasse una pistola. Nuengdiao non sapeva nemmeno che ne portasse una con sé. Nel momento esatto in cui l'arma comparve tra le sue dita, l'aria nella stanza cambiò completamente. L'uomo con la bottiglia lasciò cadere il collo di vetro, che andò in frantumi sul pavimento. Palm si avvicinò a Nuengdiao, gli mise la pistola tra le mani e, stringendo le proprie dita sopra le sue, la puntò dritta contro gli aggressori. I tre si immobilizzarono all'istante, sbiancando.
«Andiamo a casa» sussurrò Palm all'orecchio di Nuengdiao, con un distacco che faceva paura.
Provò a farlo camminare, ma le gambe di Nuengdiao erano fatte di piombo. Senza dire una parola, Palm lo prese in braccio. Il silenzio che li avvolse lungo il tragitto era una condanna. Nuengdiao teneva gli occhi fissi sulla spalla squarciata di Palm, sentendo il rimorso mordergli l'anima. Era tutta colpa sua, sempre e soltanto colpa sua.
«Padrone, non si preoccupi. Mio padre si occuperà di chiarire tutto con il proprietario.»
Era da una vita che Palm non lo chiamava più in quel modo. Nuengdiao non si rese nemmeno conto di quando Chanon avesse aperto la portiera dell'auto; registrò solo Palm che lo adagiava con cura sul sedile posteriore, mentre intorno a lui risuonavano voci ovattate e indistinte. Palm, però, non salì in macchina. La portiera si chiuse e il silenzio inghiottì tutto. Nuengdiao aveva convissuto con la solitudine per tutta la vita, eppure non l'aveva mai sentita così opprimente. L'immagine della camicia di Palm intrisa di sangue continuava a bruciargli dietro le palpebre. Sapeva di aver vomitato parole crudeli, ingiustificabili. Le ricordava tutte, una per una, lame affilate penetrate in un cuore già devastato. Eppure, in quel groviglio di alcol e rimorso, riusciva solo ad afferrare frammenti confusi. Qualcosa dentro di lui urlava, ruggiva per uscire. Ma non riusciva a trasformarsi in parole.
«Padre, accompagnate Nuengdiao a casa» ordinò Palm. «Io vi raggiungerò più tardi.»
«Dove stai andando?» mormorò Nuengdiao, nel panico.
Chanon si voltò lentamente verso il sedile posteriore, mantenendo un'espressione del tutto imperturbabile.
«Palm ha bisogno di un medico per quella ferita. Sarà di ritorno a casa non appena lo avranno medicato.»