性别
xìngbié significa genere.
Nuengdiao andò a scuola come sempre. Era il giorno successivo alla festa per l'anniversario dell'istituto. Appena arrivato, notò Chopper ad aspettarlo nel parcheggio. La cosa lo sorprese. Palm non era ancora arrivato. Viaggiando in autobus, difficilmente sarebbe riuscito a essere presente in tempo per l'alzabandiera. Dopo aver salutato Chanon, Nuengdiao si avviò verso l'ingresso.
«Nueng.» La voce di Chopper lo costrinse a fermarsi. «Torna a casa.»
Nuengdiao si voltò. Non aveva mai visto il cugino con un'espressione tanto tesa.
«Perché dovrei tornare a casa?»
«Ti prego... vattene.» La preoccupazione sul suo volto era così evidente da metterlo immediatamente in allarme.
«Che cosa sta succedendo?»
«Non entrare.»
«Perché? C'è qualcuno che mi sta aspettando?»
«No... ma devi andartene. Adesso.»
Prima ancora di decidere cosa fare, Nuengdiao rivolse lo sguardo verso l'edificio scolastico. Erano stati affissi fogli e manifesti ovunque, tanto da lasciare a malapena spazio libero sui muri. Gruppi di studenti erano fermi a osservarli, bisbigliando tra loro. Nel momento in cui lo videro arrivare, molte conversazioni si interruppero. Altre, invece, divennero ancora più insistenti.
«Chopper...» mormorò. «Che cos'è successo?»
Il cugino cercò di trattenerlo, ma ormai era troppo tardi. Nuengdiao si liberò dalla sua presa e raggiunse il manifesto più vicino. Lo strappò dal muro e lesse le parole stampate in nero.
"Il padre è un criminale, ma il figlio è gay."
Quella volta non avevano colpito soltanto il club di musica, ma avevano ricoperto l'intero campus. Eppure non fu la frase a lasciarlo senz'aria, bensì la foto presente in basso. Sebbene fosse sfocata, era impossibile sbagliarsi. Si trattava di lui e Ben dietro il palco mentre si baciavano. Tirò fuori il telefono e aprì Facebook per scrivere immediatamente a Ben. Ma prima ancora di raggiungere la chat, comparve una nuova notifica.
Poom aveva pubblicato un video. Anche se era stato espulso, sembrava aver trovato un altro modo per colpirlo. Nuengdiao non seguiva più Poom sui social. Ma, alcuni amici avevano messo "Mi piace" al video, facendolo comparire comunque nel suo feed. Per un istante fu tentato di ignorarlo. Poi vide il volto di Ben nella miniatura e senza pensarci, premette play. Chopper cercò di fermarlo, ma era ormai troppo tardi. Il video si aprì tra risate e urla.
«Chi dei due farà la moglie? Quello che perde il combattimento o quello che si lascia scopare?»
Le risate esplosero tutt'intorno. Ben cercava di allontanarsi, ma il gruppo continuava a inseguirlo, sbarrandogli ogni via di fuga. Sembrava non avere un posto dove rifugiarsi. Si copriva il viso con le braccia, tentando inutilmente di sottrarsi agli insulti.
«Ti piace così tanto farti usare?»
«Com'è essere solo un pezzo di carne?»
«Vieni qui... puoi inginocchiarti davanti a me.»
Ogni parola era un colpo. Nuengdiao sentì il petto stringersi sempre di più. Accanto a lui, Chopper osservava con un'espressione impotente. Avrebbe voluto spegnere il video, ma non trovò il coraggio. Le dita di Nuengdiao tremavano per la rabbia. Poi arrivò la frase che gli trafisse il cuore.
«È stato Nuengdiao a baciarmi per primo... non il contrario. Non mi piacciono i ragazzi.»
Nuengdiao non sentì più nulla. Perfino la voce di Chopper sembrò dissolversi nel vuoto. Le lacrime gli offuscarono la vista. Una fitta gelida gli attraversò il petto. La persona di cui si fidava ciecamente, quella a cui aveva consegnato il proprio cuore, aveva pronunciato davvero quelle parole.
«Nuengdiao!» Il grido di Chopper lo riportò bruscamente alla realtà. Si voltò lentamente verso il cugino. «Il padre di Ben, un ufficiale dell'esercito profondamente omofobo, ha scoperto tutto. Ho provato a parlargli, ma è stato inutile. Ora Ben è barricato in casa, completamente distrutto.»
La mente di Nuengdiao, paralizzata fino a quel momento, iniziò lentamente a comprendere il significato di quelle parole. All'improvviso, ogni cosa acquistò un senso.
«Mamma...» gli sfuggì dalle labbra quasi inconsapevolmente.
Le ginocchia cedettero appena e dovette fare un respiro profondo per non perdere l'equilibrio. La campanella dell'alzabandiera risuonò in tutto l'istituto, richiamando gli studenti nei rispettivi punti di raccolta. Lui, però, non la sentì davvero. Nella sua mente c'era soltanto sua madre. Come avrebbe reagito scoprendo che il suo unico figlio, la continuazione della sua stirpe e delle sue speranze, non sarebbe mai diventato l'erede che aveva immaginato? Che cosa avrebbe provato sapendo che amava un altro ragazzo? Dopo tutto quello che aveva fatto per proteggerlo... Quanto ne sarebbe rimasta ferita?
«Nuengdiao!» Chopper lo chiamò ancora una volta, ma ormai il suo sguardo era perso. Senza dire una parola, si voltò e iniziò ad allontanarsi. Il vento gli sferzava il viso mentre cercava disperatamente un posto dove poter fuggire da tutto. Raggiunse il cancello numero sei e lo scavalcò senza voltarsi indietro.
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Nuengdiao rimase immobile, sospeso sul confine sottile tra la vita e la morte. Il tetto dell'edificio era deserto. Le punte dei suoi piedi sporgevano appena oltre il bordo. Solo un passo lo separava dal vuoto. Una scelta così semplice, una fine così terribilmente silenziosa. Sollevò lo sguardo verso il cielo e spostò appena il peso in avanti.
«Se fai un altro passo... mi butto.»
Nuengdiao parlò senza voltarsi. Aveva percepito qualcuno salire le scale di corsa, con il fiato corto e spezzato. Ma non aveva bisogno di guardare per sapere che si trattava di Palm. Quest'ultimo avrebbe voluto raggiungerlo e trascinarlo indietro, ma non osava avvicinarsi. In quella posizione bastava un movimento sbagliato perché tutto finisse.
«Nuengdiao... scendi da lì.»
Ruotò appena la testa, incrociando lo sguardo di Palm, deformato da una preoccupazione sincera.
«Secondo te... fa male saltare?»
«Perché me lo stai chiedendo?»
«Ho visto un documentario. Dicevano che la pressione dell'aria è così forte da farti perdere i sensi prima ancora di toccare il suolo.» Il suo tono era spaventosamente calmo, in netto contrasto con il panico che si leggeva negli occhi di Palm.
«E se ti pentissi all'ultimo istante? Se in realtà tu volessi vivere?» tentò di dire quest'ultimo, sforzandosi di mantenere la voce ferma.
«Ho forse qualcosa per cui valga la pena pentirsi?»
«Voglio solo sapere... perché? Perché sei arrivato a questo?»
Le sue parole risonarono nel vuoto dell'edificio deserto. Un solo braccio di distanza li separava dal trovarsi o dal perdersi per sempre.
«Non hai ancora capito perché sono salito fin qui?»
«Sì che lo so. Ma non riesco a capire perché tu stia rinunciando a tutto, Nuengdiao.»
Improvvisamente pensò ai suoi amici. Esisteva davvero qualcuno che potesse definirlo tale?
«Io non voglio morire, Palm. Voglio soltanto scomparire. Lo capisci?»
Dall'altra parte calò il silenzio. Sentii solo il vento accarezzargli i capelli.
«Se resto... prima o poi diventerò una delusione anche per mia madre. Vorrei solo svanire, non essere mai esistito. Cancellare ogni mia traccia da questo mondo.» Le sue parole suonavano spente, svuotate di ogni emozione. «Che io sia felice o triste... ormai non importa più.»
Guardò in basso, verso i propri piedi. «Ti sei mai sentito così? Con la certezza che non ci sia rimasto nulla a trattenerti qui? Senza un legame, senza un posto nel mondo... senza una casa a cui tornare?»
Con estrema lentezza, Palm protese la mano in avanti. «Ma tu hai ancora me, Nuengdiao.»
Il timbro profondo di quelle parole gli scosse l'anima. Si conoscevano da pochissimo tempo, eppure Nuengdiao percepiva un legame inspiegabile. Si trattava solo del dovere o potevano davvero definirsi amici?
«Sono tuo amico...?» sussurrò. «Lo sono davvero, o sono solo un peso di cui devi farti carico?»
Davanti a lui, il vuoto ricominciò a chiamarlo, un richiamo quasi ipnotico. La solitudine lo esortava a lasciarsi andare, a fidarsi delle sue braccia fredde. Solo un male passeggero, e poi il nulla eterno.
«Resta dove sei.» Un movimento alle sue spalle gli fece capire che Palm non aveva ascoltato il suo avvertimento. Le lacrime iniziarono a offusargli la vista.
«Non sono venuto qui per dovere» disse Palm, con una fermezza che non ammetteva repliche. «Sono venuto qui perché sono tuo amico.»
Prima che potesse opporsi, due braccia lo avvolsero da dietro, stringendolo in una morsa disperata. Il corpo di Nuengdiao, ormai svuotato di ogni forza, si abbandonò contro il petto dell'altro; le gambe gli cedettero di colpo, incapaci di sostenerlo ancora. In quel momento non desiderò altro che quel contatto. Voleva solo lasciarsi andare. Lasciare a Palm tutto ciò che lo stava uccidendo. Il fardello delle aspettative. La stanchezza che gli consumava le ossa. L'agonia. Il cuore spezzato.
«Finché il tuo cuore continuerà a battere, Nuengdiao, batterà anche il mio. Vivremo e moriremo insieme. Non ti basta come prova che il dovere non c'entra nulla?»
«Palm...» Nuengdiao crollò in un pianto dirotto, come un uomo smarrito in un deserto infinito. Giorno dopo giorno era stato trascinato in un labirinto senza vie d'uscita, circondato solo dal vuoto.
«Sono inutile. Non so dove andare, né cosa fare della mia vita. Ma grazie a te, io ho trovato una ragione per continuare a vivere. Voglio che tu sappia che non sei solo. E se cadrai, sarò lì a stringerti la mano.»
Le mani di Palm erano ruvide, segnate dai innumerevoli combattimenti affrontati negli anni. Eppure, mentre accarezzavano i capelli di Nuengdiao, gli trasmisero l'unico calore che avesse mai desiderato per tutta la vita. Per un secondo, quel calore gli restituì il ricordo di suo padre, strappatogli via quando aveva appena dieci anni. Caldo. Gentile. E terribilmente lontano.
«Palm... mia madre...?»
«Non ne ho idea» ammise Palm, con disarmante onestà. «Però, se fossi al tuo posto, vorrei parlarle prima di compiere una scelta definitiva.»
Lo tirò ancora più vicino a sé.
«E se deciderai di fare un passo indietro... io farò quel passo con te. Non dirò nulla alla signora Tanya.»
«Palm... dimmi la verità. È solo per via del tuo dovere?»
Palm negò lentamente con il capo. «Nessuno arriverebbe a rischiare la vita per un semplice compito.»
Strinse Nuengdiao ancora di più, quasi a volerlo sigillare dentro di sé, al sicuro dal resto del mondo. In quel momento, Palm divenne una fortezza inespugnabile, un porto sicuro in mezzo alla tempesta.
«Hai detto che hai avuto un solo amico in tutta la tua vita, e per me è lo stesso» sussurrò contro i suoi capelli. «Quell'amico sei tu.»
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Quando rientrarono a casa, era ormai quasi mezzanotte; il tempo era volato, molto più in fretta di quanto avessero immaginato. Quando avevano lasciato quell'edificio, il sole aveva già iniziato la sua discesa verso la sera.
«Nuengdiao!» La voce di sua madre ruppe il silenzio non appena lui aprì la porta del soggiorno, correndogli incontro. Dall'altro lato della stanza, Chanon lo fissava con un'espressione di puro sollievo, come se si fosse appena liberato di un macigno sul petto. Nella sala c'erano anche altre persone, ma alla vista di Nuengdiao si allontanarono in silenzio. Perfino Chanon fece un passo indietro per lasciarli soli. Palm, invece, rimase. Era stato Nuengdiao a stringere un lembo della sua camicia, implorandolo con quel gesto di non lasciarlo andare. Palm abbassò leggermente il capo e, in silenzio, prese il posto che Chanon aveva appena lasciato libero.
«Dove sei stato? Mi hai fatto spaventare a morte.»
«Sono andato solo a fare una passeggiata.»
La madre lasciò andare un lungo sospiro e lo accolse di nuovo tra le braccia. Scelse di non interrogarlo oltre, nonostante il peso delle mille domande che le si leggevano negli occhi.
«Ti prego, non sparire mai più in questo modo.»
Nuengdiao sollevò lentamente lo sguardo su di lei.
«Mamma... hai visto tutto, vero?»
Sapeva che ormai mentire non serviva più a nulla. Voltò appena gli occhi verso Palm, che gli regalò un accenno di sorriso.
«Ti riferisci a quelle fotografie?»
Nuengdiao fece un cenno col capo.
«Sì, le ho viste» disse la madre, mantenendo un tono incredibilmente pacifico. «La scuola mi ha comunicato che una guardia le ha rubate dalle telecamere di sicurezza, e che il preside ha già provveduto al licenziamento.»
«Quindi sai ogni cosa...»
Nuengdiao si sciolse lentamente dall'abbraccio materno, facendo un passo indietro. Tanya rimase in silenzio, limitandosi ad accennare un altro cenno del capo.
«Sei arrabbiata con me?» Le parole gli si incistarono in gola. «Perché io... sono fatto così.»
E le lacrime, puntuali, ricominciarono a premergli dietro le palpebre. Conosceva fin troppo bene sua madre. Una donna che, dopo aver perso l'amore della sua vita, aveva riposto l'intera sua esistenza in quel solo figlio. Era impossibile che non fosse devastata.
«Arrabbiata con te?» Lo sguardo della donna si tinse di stupore. «Mio figlio ha un talento per il pianoforte. Perché mai dovresti nasconderti dietro le quinte? Il tuo posto è sul palco, a esibirti come un vero musicista durante le feste più importanti.»
«Mamma...»
«È questa la tua passione, giusto, Nuengdiao? Avresti dovuto parlarmene. Cercherò i maestri migliori, voglio che tu possa mostrare il tuo talento al mondo.»
Stavolta fu lui a rimanere senza parole. Per un istante sospeso, sua madre tornò a essere la donna di un tempo: quella che lo spingeva a inseguire i propri sogni e lo proteggeva dai mostri che si nascondevano nel buio.
«Io... io intendevo il bacio...» sussurrò.
«Nuengdiao, eri felice in quel momento?» Il sorriso della madre era sereno, privo di qualsiasi ombra di giudizio.
«Mamma... stavo baciando un ragazzo» insistette lui, cercando di capire se avesse afferrato davvero la gravità della cosa.
La donna si avvicinò, riducendo la distanza tra loro, e gli confidò a bassa voce: «Pensi che sia una novità per me? Anche tua madre, in passato, ha avuto delle storie con altre donne.»
«Mamma!!» Nuengdiao sgranò gli occhi, completamente spiazzato. Tanya scoppiò in una piccola risata e tornò ad accarezzargli i capelli con dolcezza. In quel tocco c'era tutto l'amore incondizionato che lui aveva bramato per anni.
«Dimmi, ti sei mai domandato perché tu sia arrivato così tardi nella mia vita?»
Fece segno di no con il capo.
«Io e tuo padre ci sposammo che avevamo ventiquattro anni» spiegò la donna. «Eppure, tu sei nato solo quando lui ne ha compiuti trentuno.»
Era un dettaglio a cui Nuengdiao non aveva mai prestato attenzione.
«So bene che mettere al mondo un figlio non è mai una scelta alla leggera» continuò la madre. «La nostra famiglia gestisce affari non del tutto puliti e, quando cresci in un ambiente simile, si finisce sempre per parlare solo di eredi, doveri e successioni.»
Sospirò, facendo una breve pausa.
«La maggior parte dei genitori pretende dai figli una sola cosa. Preservare la dinastia.»
Il suo sorriso si fece ancora più dolce. «Ma io non obbligherei mai mio figlio a consumarsi in una vita che non desidera.»
Abbassò gli occhi, lo sguardo improvvisamente perso nei ricordi.
«Tuo nonno era un uomo profondamente tradizionalista. Prima ancora che i suoi figli nascessero, aveva già stabilito quanti dovessero essere, di quale sesso, che tipo di persone sarebbero diventate, quando si sarebbero sposate e persino a quale età.»
Sbuffò, visibilmente indispettita da quei ricordi. «Ma i figli non sono bambole da vestire e modellare a proprio piacimento. Se fossi stata d'accordo con la mentalità di tuo nonno, non avrei mai accettato di avere bambini.»
Un sorriso amaro le tese le labbra. «Ecco perché sono passati dieci anni prima che tu nascessi.»
Infine lo guardò dritto negli occhi.
«Lo so bene, Nuengdiao. Essere l'erede di questa famiglia è un fardello pesante», il suo tono si fece ancora più dolce. «Ti chiedo soltanto un'unica cosa: quando sarai adulto, aiutami a portare avanti le nostre attività. A parte te, non mi è rimasto nessuno.»
Gli prese le mani, stringendole tra le proprie.
«Per il resto, sei libero. Non ti costringerò mai a fare nulla. Ama chi vuoi amare. Diventa la persona che desideri essere e vivi la tua vita fino in fondo, senza voltarti indietro. Per me, questo è più che sufficiente.»
Un nuovo pianto lo scosse, eppure il sapore di quelle lacrime era completamente diverso. Erano lacrime di pura libertà. Le sbarre della sua prigione non erano svanite, ma si erano allargate abbastanza da permettergli di dispiegare le ali. Si rifugiò nell'abbraccio di sua madre, stringendola forte. Era passato così tanto tempo dall'ultima volta che aveva sentito quel calore.
«Grazie, mamma. Grazie di tutto.»