San Bartolomeo.
Parte 1.
Tanrak esalò un lungo sospiro, avvertendo un peso opprimente sul petto. Lo sguardo gli corse alla stretta finestra ritagliata quasi a ridosso del soffitto, oltre la quale infuriava il temporale. La pioggia si abbatteva senza tregua contro le antiche mura di pietra, simile a una tempesta di peccati decisa a profanare la purezza della sua fede. Un fremito di inquietudine lo attraversò. Non ricordava di aver mai visto una simile furia; per un istante, si chiese persino se i volti dei santi impressi sulle vetrate colorate avrebbero resistito a quell'assalto.
«Ehi!»
Il grido improvviso di uno dei novizi spezzò il silenzio. Nello stesso istante, un tuono formidabile squarciò il cielo e la cattedrale piombò nel buio. Non un buio totale, però: attraverso le grandi vetrate, il pallido chiarore della luna continuò a filtrare. Tanrak sussultò e per poco non lasciò sfuggire un grido, ma riuscì a ricomporsi. Sbatté più volte le palpebre, lasciando che gli occhi si abituassero al buio, poi si guardò intorno nel tentativo di ritrovare la calma. Lui e gli altri ragazzi stavano preparando la chiesa per l'imminente cerimonia di ordinazione, ma sembrava che tutto dovesse interrompersi almeno per il momento.
«Va tutto bene?» chiese sottovoce al suo migliore amico.
«È solo saltata la corrente, che altro dovrebbe essere?» rispose Kongdech con una risata.
«Facile dirlo per te. Poco fa stavi tagliando i gambi dei fiori e hai ancora il coltello in mano.»
«Rilassati, amico.» Kongdech rise di nuovo.
Tanrak scrollò le spalle. Non aveva voglia di continuare quella conversazione. L'altro stava per aggiungere qualcosa quando i grandi portoni della cattedrale si spalancarono. Una luce accecante invase l'interno dell'edificio. Probabilmente all'esterno la corrente non era ancora saltata. Quel bagliore improvviso trasformò l'ingresso in una scena quasi irreale, come se le porte del paradiso si fossero aperte davanti ai loro occhi. Tanrak socchiuse le palpebre, ancora abbagliato. La prima figura che riuscì a distinguere fu padre Anan, avvolto nella sua consueta veste bianca. Poi si accorse che, dietro di lui, c'era qualcun altro. La luce proveniente dall'esterno lo avvolgeva completamente, rendendolo quasi una semplice sagoma.
Chi è...?
Fu il primo pensiero che gli attraversò la mente. Man mano che gli occhi si abituavano alla luce, la figura prese forma. Era un ragazzo, doveva avere più o meno la sua età, forse un anno o due in più. Aveva capelli neri come l'ebano che gli ricadevano in morbide onde sulla fronte, grandi occhi rotondi incorniciati da ciglia folte. Aveva lineamenti comunque decisi, definiti da una mascella forte ma armoniosa. La sua corporatura robusta e le spalle larghe schermavano la luce alle sue spalle, facendolo sembrare l'ombra di un'apparizione più che una persona in carne e ossa. Per una frazione di secondo, Tanrak ebbe l'impressione che quegli occhi lo stessero fissando con intensità, ma forse era soltanto una suggestione.
«Attenti!»
Un fragoroso schianto interruppe i suoi pensieri, rimbombando cupo nella navata. I novizi sobbalzarono all'unisono; qualcuno lasciò sfuggire un grido soffocato. Voltandosi di scatto verso l'altare, videro la grande croce di legno preparata per l'ordinazione — un colosso alto quasi due metri — riversa a terra. I ragazzi si precipitarono verso di essa, scossi. C'era qualcosa di profondamente inquietante nel vedere l'immagine del Figlio di Dio con il volto rivolto verso il pavimento, anche se si trattava solo di una scultura. Tanrak fu il primo a raggiungerla: si lasciò cadere sul pavimento e sfiorò il legno con le dita tremanti per verificare i danni.
«Non si è crepata.»
«Fammi controllare.» Padre Anan si avvicinò a passi rapidi, incapace di nascondere la preoccupazione. Intanto, gli altri si coordinarono per rimettere in piedi il pesante simulacro; con ogni probabilità, la fune che lo ancorava non era stata stretta a dovere. Tanrak fece un passo indietro, lasciando spazio al sacerdote.
«Hai ragione. Non c'è alcun danno», disse padre Anan, esalando un profondo sospiro di sollievo. «Leghiamola di nuovo, ma stavolta fissatela in tre o quattro punti diversi. Dobbiamo essere assolutamente certi che non si muova di un millimetro.»
Impartite le direttive, il sacerdote distribuì i compiti. I novizi si coordinarono all'istante, con gesti precisi e naturali: dopo tanti anni trascorsi insieme, collaboravano ormai in perfetta sintonia. Tanrak si offrì di tenere ferma la struttura per evitare che oscillasse, mentre i compagni si sparpagliavano alla ricerca di altre funi. In fondo, quella croce non era un peso insostenibile: era quella processionale, un pezzo di pregio riservato solo alle cerimonie più importanti.
«Ti do una mano.» Una voce risuonò alle sue spalle. Aveva un tono fermo, quasi austero, eppure attraversato da una sfumatura di inattesa gentilezza.
Tanrak si voltò di scatto. Il nuovo arrivato era lì, a un passo da lui, stagliato contro il profilo spettrale delle grandi vetrate. Ora che lo aveva più vicino, Tanrak poté scrutarlo meglio e capì di non essersi sbagliato: in quegli occhi si leggeva una sfumatura di rifiuto, o forse un conflitto che lui stesso faticava a decifrare. Un odore umido, tipico di chi ha camminato a lungo sotto la pioggia battente, aleggiava nell'aria tra loro. Senza scambiarsi altre parole, i due ragazzi afferrarono insieme il legno della croce per tenerlo ben saldo, proprio mentre padre Anan si allontanava di qualche passo, distratto dallo squillo del suo cellulare.
«Grazie», disse Tanrak a bassa voce.
«Bart...»
Tanrak lo guardò confuso.
«Mi chiamo Barth», si corresse il ragazzo dopo una breve esitazione. «Cioè... all'anagrafe sono Bodhin Tangwongwad, nato nel settantotto. Visto che siamo nel novantasei, ho diciott'anni.»
Quelle parole erano uscite dalla sua bocca con una naturalezza sorprendente. Tanrak avrebbe voluto fargli mille domande, ma si trattenne. Dopotutto, non aveva di fronte il suo migliore amico Kongdech, ma un perfetto sconosciuto. E in seminario non era insolito che nuovi volti arrivassero o che altri svanissero nel nulla. La vita in quella comunità era un flusso continuo di addii e nuovi inizi, anche se, a essere onesti, erano molti di più quelli che gettavano la spugna rispetto a chi decideva di restare. Di norma, il cammino spirituale cominciava già alle medie, Tanrak, che ormai frequentava l'ultimo anno delle superiori, era abituato ai ritmi di quel posto. Eppure, percepiva in quel ragazzo qualcosa di profondamente diverso. Era come se fosse approdato lì per una ragione misteriosa, che sfuggiva a qualsiasi logica.
«Basket...» Tanrak esitò, ancora confuso. «Intendi... come lo sport?»
«No», rispose l'altro, scuotendo appena la testa. «Barth. Come San Bartolomeo.»
Lo disse con una sfumatura di riluttanza, come se non amasse affatto parlare del proprio nome. Tanrak stava per chiedergli altro, ma i passi di padre Anan, che aveva appena riagganciato il telefono, risuonarono vicini, interrompendo quel momento.
«Bene, vedo che avete già iniziato a presentarvi.»
I due ragazzi si guardarono, entrambi perplessi. Tanrak si rese conto solo in quel momento di non essersi ancora presentato; senza dire una parola, indicò semplicemente il ricamo sul petto della propria uniforme scolastica, dove spiccava il suo nome.
«Tanrak.»
Padre Anan sorrise. «Bene. Tanrak, da oggi sarai tu a prenderti cura di Barth.»
Il tono del sacerdote, che per i ragazzi era una guida sia spirituale che scolastica, non ammetteva repliche. Tanrak aggrottò la fronte, confuso: per un istante temette di aver capito male. Cercò lo sguardo di Barth, ma anche lui sembrava altrettanto spaesato.
«Che cosa dovrei fare, di preciso, padre?» chiese alla fine.
«Barth si è appena trasferito nel nostro istituto per cause di forza maggiore», spiegò padre Anan. «Sai bene che la vita in seminario ha ritmi molto più rigidi e regolamentati rispetto a un normale collegio. Purtroppo, visto l'anticipo ridotto, non abbiamo il tempo di organizzare un vero inserimento. Tu sei il rappresentante dell'ultimo anno, perciò ho pensato di affidarlo a te. Avrà bisogno di qualcuno che gli mostri come muoversi.»
Padre Anan concluse con un sorriso incoraggiante, rivolto soprattutto al nuovo arrivato per farlo sentire il benvenuto. Tanrak ebbe la conferma definitiva di non essersi sbagliato: dietro l'espressione apparentemente impassibile di Barth si nascondeva una silenziosa, ostinata resistenza. Il ragazzo si limitò ad alzare appena le spalle, facendo un piccolo passo indietro come a voler ristabilire una distanza di sicurezza. Pur corrugando la fronte, non disse una parola e continuò ad ascoltare il sacerdote in silenzio. Padre Anan spiegò che Barth era stato ammesso in seminario in via del tutto eccezionale durante l'ultimo semestre dell'ultimo anno di liceo, grazie a una speciale autorizzazione della diocesi. Non aggiunse altro, e Tanrak intuì che dietro quel trasferimento improvviso si celassero questioni personali e delicate, di cui non era il caso di fare parola. Il suo compito, in sostanza, sarebbe stato quello di fargli da guida finché non si fosse adattato a quella nuova quotidianità, scandita da regole e ritmi decisamente più rigidi rispetto a quelli di una scuola normale.
«Per il momento prestagli una delle tue uniformi della scuola», concluse padre Anan. «Il sarto dovrà confezionarne una su misura per lui, ma difficilmente sarà pronta prima della cerimonia di questa domenica.»
Con quelle ultime raccomandazioni, il sacerdote si congedò. Nel frattempo, gli altri novizi erano tornati con le funi e avevano fissato saldamente la grande croce al suo sostegno. Pochi istanti dopo, con un ronzio sommesso, anche la corrente ritornò. Barth si presentò brevemente ai compagni, ma nessuno sembrava particolarmente propenso a fare conversazione. L'aria afosa della sera aveva impregnato di sudore le uniformi di tutti e, tra il blackout e il caos provocato dalla caduta della croce, la maggior parte dei ragazzi desiderava soltanto una doccia.
«Hai mai usato un bagno comune?» gli chiese Tanrak mentre lo accompagnava verso il dormitorio, quando ormai gli altri si erano dispersi. L’interesse per il nuovo arrivato sembrava già svanito nel nulla, fatta eccezione per chi aveva ricevuto l'ingrato compito di fargli da guida.
«No, ma non credo sarà un problema.»
«Perfetto», annuì Tanrak. «Qui ci sono parecchie regole da seguire, ma in questi giorni saremo tutti presi dai preparativi per la cerimonia di domenica. Se c’è qualcosa di importante ti avviserò. Per il momento ti basta fare quello che fanno gli altri. Se hai dubbi, chiedi pure.»
Fece una breve pausa, cercando di riordinare mentalmente le scadenze della settimana. «Domenica mattina indossa l’abito da seminarista e raggiungimi in chiesa. Il programma delle giornate è appeso sulla bacheca davanti al dormitorio, puoi consultarlo quando vuoi. Per il resto... siamo grandi, ormai. Non credo di doverti spiegare ogni minima cosa, ti basta guardarti intorno.»
Solo dopo aver finito di parlare, Tanrak si rese conto di essere stato piuttosto sbrigativo. Non lo aveva fatto apposta, eppure lo sguardo ostinatamente distante di Barth gli trasmetteva la sensazione che non desiderasse affatto il suo aiuto, né tantomeno un tentativo di amicizia. Sembrava essere lì soltanto perché non aveva alternative. Anche Barth, dal canto suo, non mostrò la minima intenzione di integrarsi. I suoi occhi e il suo atteggiamento trasmettevano soltanto indifferenza. Quando raggiunsero il dormitorio, i due si separarono senza nemmeno chiedersi dove fossero i rispettivi letti. A dire il vero, l’arrivo di quel nuovo compagno, con il nome di un apostolo, avrebbe dovuto essere solo uno dei tanti eventi ordinari nella vita da seminarista di Tanrak. Ma non andò così. Sapeva che, volente o nolente, la vita di Barth era ormai legata alla sua, se non altro per il compito che gli era stato affidato da padre Anan. Eppure, nei giorni successivi, Barth sembrò sparire. Si faceva vedere così di rado che Tanrak finì quasi per dimenticarsi della sua esistenza e della responsabilità che aveva su di lui. Finché non arrivò il giorno della tanto attesa ordinazione.
Quella mattina, Barth entrò in cattedrale vestito completamente di nero. Spiccava come una macchia scura nel candore abbagliante delle vesti dei seminaristi e degli abiti chiari dei fedeli. Tanrak lo notò nell'istante esatto in cui varcò la soglia. La frenesia dell'ultimo minuto, tuttavia, impedì a chiunque di soffermarsi su quel dettaglio; dopotutto, tra la folla c'erano molti laici vestiti nei modi più disparati, e quella scelta così insolita non attirò subito l'attenzione. O, almeno... non quella degli altri. Perché nel momento esatto in cui la celebrazione ebbe inizio, il mondo tranquillo di Tanrak cominciò a sgretolarsi davanti ai suoi occhi.
«Il Signore sia con voi.»
«E con il tuo spirito.»
Al saluto liturgico del sacerdote, la folla rispose all'unisono e si inginocchiò. Centinaia di corpi si chinarono davanti a Dio in un fruscio devoto. Tutti, tranne uno.
Barth.
Vestito di nero dalla testa ai piedi, il ragazzo rimase immobile al centro della navata. In piedi, con un’espressione calma ma ostinatamente impassibile, era l'unica colonna dritta in una marea di schiene piegate. In un istante, ogni sguardo nella cattedrale si posò su di lui, e il cuore di Tanrak sprofondò nel petto. Senza riflettere, rifilò il turibolo fumante a Kongdech e si precipitò giù dai gradini dell'altare. Raggiunse Barth, lo afferrò saldamente per il braccio e lo trascinò verso l'uscita il più velocemente possibile. Attorno a loro si levò un coro di sussurri scandalizzati, ma nelle orecchie di Tanrak risuonava solo il fischio del proprio sangue. All’inizio Barth accennò una debole resistenza, piantando i piedi. Poi, con un improvviso cambio d'idea, smise di lottare e si lasciò trascinare via. Raggiunto il sagrato deserto, Tanrak gli mollò finalmente il braccio, e rimasero lì, uno di fronte all’altro.
«Si può sapere che ti è preso?» sbottò Tanrak, la voce carica di rabbia e frustrazione.
Ma la risposta di Barth fu come una secchiata d’acqua ghiacciata in piena faccia.
«Odio Dio, perchè quando avevo bisogno di Lui, mi ha lasciato solo.»