San Bartolomeo.
Parte 2.
Fuori, sul sagrato, la tensione era ancora palpabile mentre all'interno della cattedrale la cerimonia proseguiva verso la conclusione. Poco dopo, padre Anan li raggiunse. Il suo volto appariva sereno, ma lo sguardo tradiva una preoccupazione profonda, simile a un mare calmo che preannuncia la tempesta. Con poche parole, il sacerdote chiese a Tanrak di accompagnare Barth al confessionale, affinché potesse ritrovare la calma in solitudine. Tanrak obbedì e rimase ad attenderlo a breve distanza, nel silenzio della navata laterale. Barth entrò da solo in quel fitto cono d'ombra, uscendone solo quando padre Anan lo richiamò, una volta che gli ultimi fedeli ebbero lasciato la navata.
«Non credo che quello che hai fatto sia stato saggio», esordì il sacerdote, senza giri di parole.
«Non ho fatto niente di sbagliato», Barth sostenne lo sguardo dell'uomo, senza abbassare la testa. «Mi sono semplicemente rifiutato di mostrare rispetto per qualcosa che non rispetto.»
«Mi è stato riferito che, secondo te, Dio non ti ha mai aiutato. È davvero quello che pensi?»
Barth lanciò una rapida occhiata a Tanrak, poi abbassò subito lo sguardo. Sapeva che il capoclasse si era limitato a fare rapporto; dopotutto, era il suo dovere. Dopo un silenzio che parve eterno, parlò di nuovo, con la voce che gli si incrinò in gola.
«La conosce la mia storia, no? Non è forse colpa di Dio se sono ridotto in questo stato?»
Nei suoi occhi si leggeva un dolore così denso che bastava incrociarne lo sguardo per sentirne tutto il peso. In quel momento, Barth assomigliava a un animale in trappola, prigioniero di una gabbia invisibile: continuava a dimenarsi nel disperato tentativo di liberarsi, ormai incapace persino di riconoscere una mano tesa in suo aiuto.
«Non conosco ogni singolo dettaglio di quello che hai vissuto», rispose padre Anan con calma, senza lasciarsi scalfire dalla rabbia del ragazzo. «Ma c'è una cosa che non devi dimenticare. Se oggi sei qui, in questa scuola, nonostante tutto... nonostante un trasferimento a metà anno reso necessario dalle violenze che hai subito... è stato possibile anche grazie a Dio.»
Il sacerdote sollevò una mano per indicare il Cristo crocifisso che dominava la navata. Dall’alto, lo sguardo della scultura sembrava vegliare immobile su di loro. Barth seguì quel gesto e rimase a fissare la croce, perso nei propri pensieri. Si era aspettato le urla, la furia del sacerdote; trovarsi di fronte a quella quiete lo lasciava disarmato.
«È stata una rissa... non sono stato la vittima di un'aggressione.» Questa volta la sua voce era molto più sommessa, quasi un sussurro difensivo.
«La verità è importante», rispose padre Anan. «Ma lo è anche il modo in cui le persone percepiscono la realtà. Persino un ragazzo gentile e rispettoso può ritrovarsi isolato, se tutti lo considerano una minaccia.»
Il sacerdote fece una breve pausa. «Bodhin... il tuo soggiorno qui è temporaneo. Tra sei mesi avrai concluso gli studi e lascerai il seminario, ti chiedo solo di avere pazienza. Ho fatto tutto ciò che era in mio potere per offrirti questa possibilità, ma ci sono limiti che, prima o poi, dovrai imparare ad accettare.»
Barth rimase immobile. Non riusciva a decifrare il vero significato di quel discorso. Non sapeva se fosse un rimprovero, una supplica o un consiglio. Forse era un po’ tutte quelle cose insieme. Qualunque fosse la verità, quelle parole ebbero il potere di spegnere all’istante la rabbia che covava dentro di lui. Barth chinò la testa e deglutì a fatica, come a voler ricacciare giù un groppo troppo amaro.
«Forse adesso pensi di non amare Dio... ma il Suo amore vi custodisce tutti», disse padre Anan, posandogli una mano sulla spalla. «Forse sei convinto che non ti abbia mai teso la mano, ma Lui vi aiuta, senza eccezioni. Un giorno capirai il senso di ciò che ti sto dicendo ora.»
Lo sguardo del sacerdote era colmo di un profondo, sincero perdono. Barth rimase in silenzio, ormai incapace di mascherare il peso del rimorso che gli schiacciava il petto. Con un'ultima carezza affettuosa, padre Anan si congedò e si avviò verso l'uscita. Prima di varcare la soglia, però, rivolse un sorriso d'intesa a Tanrak e, con un cenno complice della testa, gli ricordò ancora una volta il suo compito.
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«La sveglia è alle cinque e mezza.»
Durante il tragitto verso il dormitorio, Tanrak continuò a illustrargli la routine del seminario. «Ci si lava, ci si veste e poi si va dritti in cappella per le preghiere del mattino. Alle sette in punto si fa colazione tutti insieme in refettorio. Alle otto c'è l'alzabandiera nel cortile principale, e subito dopo iniziano le lezioni, che durano fino alle cinque del pomeriggio. Finito lo studio abbiamo un po' di tempo libero per una doccia veloce prima di cena, che viene servita alle sei. Dalle sette alle otto c'è lo studio obbligatorio per i compiti; se non ci sono consegne particolari, in quell'ora possiamo anche fare un po' di sport. Alle otto si torna in dormitorio e alle dieci in punto si spengono le luci.»
Si passò una mano tra i capelli, cercando di fare mente locale. «A grandi linee il programma è questo... sempre che non mi sia sfuggito qualcosa.»
L’istituto era la più grande scuola cattolica della provincia, situata a poche ore da Bangkok. Mentre la maggior parte degli studenti proveniva dai paesi vicini, i seminaristi beneficiari di una borsa di studio risiedevano stabilmente all’interno della struttura, dove seguivano il lungo cammino verso il sacerdozio. A distinguerli dagli esterni non era solo l'uniforme, ma una vita scandita da regole ferree, preghiere e ritmi che gli altri studenti potevano appena immaginare.
«Da quanto tempo sei rinchiuso in questo posto?»
La buttò lì con una mezza risata, un suono graffiante e quasi beffardo che costrinse Tanrak a fermarsi di scatto per assicurarsi di aver capito bene. In quel breve istante, il capoclasse ebbe la stessa identica intuizione di padre Anan: l'arroganza di quel ragazzo era solo uno scudo. Dietro le provocazioni taglienti si nascondeva il disperato tentativo di proteggere una ferita ancora aperta. Il problema era che, per quanto quel dolore fosse evidente, aiutarlo non sarebbe stato affatto facile. Finché Barth avesse continuato a innalzare muri, rifiutando ogni mano tesa, qualsiasi sforzo si sarebbe infranto contro la sua diffidenza.
«Nessuno di noi considera questo posto una prigione», replicò Tanrak, sforzandosi di mantenere un tono calmo. «E non siamo qui solo per fuggire dai nostri problemi. Certo, tra di noi c'è chi viene da famiglie con difficoltà economiche e vede nel seminario una possibilità di riscatto. Ma la motivazione pratica non basta. Ci vuole fede, altrimenti nessuno di noi resisterebbe a questa vita.»
Tanrak non lo stava dicendo per convincere Barth, né tantomeno per rassicurare se stesso. Esprimeva solo la propria verità, con quella limpida onestà che lo caratterizzava da sempre. Se per molti dei suoi compagni l'ingresso in noviziato era stato un compromesso dettato dal bisogno, per lui le cose erano andate diversamente. Tanrak aveva percepito dentro di sé un richiamo che lo spingeva a percorrere una strada diversa, verso qualcosa di immensamente più grande.
«E tu? Perché hai deciso di farti novizio?»
La domanda di Barth, diretta e del tutto priva dell'abituale sarcasmo, lo colse impreparato. Tanrak avvertì una punta di disagio per il tono così diretto e informale con cui gli aveva parlato. Non che fosse un problema insormontabile – dopotutto usava lo stesso tono confidenziale con i compagni più stretti –, eppure, sulle labbra di Barth, quella familiarità suonava ancora fuori posto. Decise comunque di sorvolare.
«Perché vuoi saperlo?» chiese, mentre lo accompagnava nello spogliatoio. La stanza si presentava come una fila ordinata di armadietti, destinati ai vestiti e agli oggetti d'uso quotidiano; gli effetti di valore, come imponeva il regolamento, dovevano essere consegnati al responsabile del dormitorio. Tanrak studiò il nuovo arrivato con una punta di curiosità. Barth era lì solo da venerdì sera – appena un giorno e mezzo – e sebbene cominciasse a orientarsi tra le mura dell'istituto, gli sarebbe servito molto più tempo per adattarsi a quella disciplina. Sempre che ne avesse davvero intenzione. A giudicare dal suo atteggiamento, qualsiasi spiegazione o regola gli venisse impartita sembrava entrargli da un orecchio e uscirgli dall'altro.
«Volevo solo capire cosa ti spinge a essere così devoto», spiegò Barth. «Soprattutto considerando che sei il capoclasse.»
A quelle parole, Tanrak esalò un lungo sospiro. Poi iniziò a raccontare, senza riserve o falsi pudori; per lui non c'era nulla da nascondere, né di cui vergognarsi.
«Ero ancora un bambino e viaggiavo in macchina con i miei genitori quando un autista ubriaco ci venne addosso a tutta velocità, mandandoci fuori strada», la sua voce rimase ferma, quasi distaccata dal ricordo.
«Mi risvegliai in ospedale, giorni dopo. All'inizio i medici erano convinti che non ce l'avrei fatta. Ero rimasto immerso nell'acqua stagnante di un canale per così tanto tempo che il rischio di un'infezione cerebrale letale era quasi una certezza. Ma, per un miracolo inspiegabile, sono sopravvissuto, e senza riportare un solo danno.»
Abbassò lo sguardo, e la sua voce si fece appena più sottile. «I miei genitori morirono sul colpo, prima ancora che i soccorsi riuscissero a tirare fuori l’auto dal canale. Le mie spese mediche ammontavano a centinaia di migliaia di baht. Essendo solo un bambino e senza un soldo, fu la diocesi a coprire ogni costo.»
Raccontava quel incidente senza la minima autocommiserazione, sebbene i lineamenti dei genitori stessero ormai sbiadendo nei labirinti della sua memoria. Gli anni trascorsi in seminario avevano levigato il dolore, ma al prezzo di consumare i dettagli di quei volti; ormai faceva fatica a ricordare persino il suono delle loro voci. L'unico legame tangibile che gli restava era un piccolo medaglione, l'ultimo regalo di compleanno ricevuto prima dell'incidente. Tanrak lo sfilò da sotto la camicia e lo mostrò a Barth. All’interno c’era una vecchia fotografia sbiadita che ritraeva un uomo e una donna sorridenti mentre stringevano tra le braccia un bambino piccolo. Un frammento di felicità così remoto che, a guardarlo adesso, sembrava quasi appartenere a un'altra vita.
«E poi...?» Barth lo sussurrò appena, quasi temesse di profanare quel pezzo di vita spezzata. Tanrak non riuscì a decifrare l'ombra che gli era passata sul viso, ma continuò il racconto con la stessa, spiazzante calma.
«E poi mi sono perso», confessò. «Senza i miei genitori, all'improvviso ero solo al mondo. C'era un po' di denaro dell'assicurazione sulla vita, ma ero troppo piccolo per capire cosa farne. Non avevo parenti da nessuna parte, nessuno a cui aggrapparmi. Poi conobbi padre Anan e scoprii che era stato un compagno di scuola di mio padre.»
Barth accennò un movimento del capo, un silenzioso assenso per custodire il flusso di quel racconto così privato, senza alcuna intenzione di interromperlo.
«È stato lui a prendermi per mano e a mostrarmi la strada della fede.» Sul volto di Tanrak fiorì un accenno di sorriso, colmo di una gratitudine che non aveva mai vacillato.
«Dopo aver pregato mi sentivo più tranquillo», ammise. «La mente si svuotava, il dolore si allontanava e, finalmente, smettevo di piangere ogni volta che pensavo ai miei genitori.»
Tanrak guardò il compagno negli occhi. «Puoi anche non essere d'accordo con me, Barth, ma pregare Dio mi ha dato la forza di andare avanti. Almeno non mi sono più sentito completamente solo in questo mondo.»
«Quindi è per questo che sei diventato un novizio.»
«Sì», la risposta arrivò senza la minima esitazione. «Voglio rivedere i miei genitori. Prego ogni giorno affinché, quando sarà il mio momento, Dio mi accolga accanto a Sé e mi permetta di riabbracciarli. Sono sicuro che mi stanno aspettando lassù.»
Abbassò di nuovo lo sguardo sul medaglione che teneva stretto nel palmo della mano.«Per questo cerco di vivere nel modo migliore possibile. Perché voglio essere degno di poterli rivedere.»
«Ci credi sul serio?» La domanda di Barth era del tutto priva di quell'ironia che aveva mostrato fino a un momento prima. Tanrak si limitò a scrollare le spalle con un accenno di sorriso. Scelse di non rispondere; non sentiva il bisogno di giustificare la propria fede. Chiuse l'armadietto con un secco scatto metallico e fece cenno al ragazzo di seguirlo fuori. Avrebbe dovuto mostrargli la scuola già il giorno prima, subito dopo il suo arrivo, ma i preparativi per la cerimonia avevano assorbito ogni minuto del suo tempo; aveva ingenuamente pensato che Barth sarebbe riuscito a cavarsela da solo. Dopo il disastro sfiorato durante la messa, però, Tanrak aveva capito che l'incarico affidatogli da padre Anan avrebbe richiesto molto più impegno del previsto.
La loro prima tappa fu la piccola cappella interna al complesso, il luogo raccolto in cui i novizi si riunivano per le preghiere del mattino e della sera. Fu proprio sulla soglia che la voce di Barth lo bloccò di nuovo, più tesa, quasi a pretendere una risposta.
«Ci credi davvero? Intendo... credi sul serio in Dio? Che abbia creato il mondo e l'umanità, che abbia mandato Suo Figlio sulla Terra e che un giorno ci giudicherà tutti?» fece una breve pausa, fissandolo negli occhi. «Parlo delle basi, nient'altro. Dimmi solo questo... ci credi davvero?»
Inizialmente Tanrak decise di non rispondere, convinto che quel confronto non avrebbe portato a nulla. Ma Barth allungò una mano e gli afferrò il gomito con fermezza, costringendolo a voltarsi e a guardarlo in faccia. Si trovarono così l'uno di fronte all'altro sulla soglia della cappella, proprio dove la luce fioca del corridoio illuminava un grande dipinto sacro, che raffigurava una solenne e maestosa ascesa spirituale.
«Quel quadro si intitola Ticket to Heaven», Tanrak indicò la tela. «L'artista ha voluto rappresentare il viaggio verso il paradiso come un cammino tortuoso, pieno di spine e di bestie feroci che tentano di divorare gli uomini per impedire loro di purificare il proprio cuore.»
Il capoclasse si liberò con un movimento fluido dalla presa, voltandosi del tutto verso il compagno. Nello sguardo di Tanrak non c'era l'ombra di un dubbio, solo una limpida, incrollabile certezza.
«Se vuoi la verità, Barth, la risposta è sì. Ci credo con tutto me stesso.»
Barth non ribatté, ma la sua espressione era un misto di sconcerto e totale incomprensione.
«Ci credo perché è stato Dio a strapparmi alla morte», continuò. «Perché è stato Lui a prendermi per mano quando non avevo più nessuno, a mostrarmi la luce e a guidarmi fin qui. E, soprattutto, ci credo perché so che un giorno potrò riabbracciare mia madre e mio padre.»
Il capoclasse distolse lo sguardo e tornò a osservare le figure tormentate sulla tela. Le parole gli sfuggirono in un sussurro, rivolte più a se stesso che al ragazzo al suo fianco. Nella sua mente, certi ricordi conservavano una nitidezza quasi dolorosa. Rivedeva il bambino che seguiva i genitori a messa ogni domenica. Il giorno in cui, all'improvviso, erano spariti per sempre. E il momento esatto in cui aveva deciso di cercare da solo delle risposte, aggrappandosi a qualsiasi cosa pur di rendere tollerabile quel vuoto. Ricordava quando, di nascosto, aveva rubato il turibolo di un novizio perché aveva sentito dire che il fumo dell'incenso portava le preghiere dritto in cielo, fino a Dio. Era stato proprio padre Anan a trovarlo in lacrime e, alla fine, ad accoglierlo. Non gli aveva dato una famiglia, ma qualcosa di altrettanto prezioso: la compassione più profonda e genuina che un uomo potesse offrire. Quando perdi i genitori, una casa perde il suo significato, riducendosi soltanto a un insieme di mattoni, pietra e polvere. Per molti ragazzi il seminario era solo una prigione da cui fuggire; per Tankrak, che non aveva un posto in cui tornare, era la cosa più vicina a una vera famiglia. Non aveva mai dubitato della strada scelta. Ogni parola che pronunciava nasceva da quella certezza radicata, senza la minima esitazione.
«Se avrai abbastanza fede in Dio, sarà Lui a indicarti la strada giusta.»