San Tommaso.
Parte 2.
«Signore, concedimi il tuo immenso amore. Purifica il mio cuore inquieto, un cuore ancora attraversato dalla gelosia. Guidami sulla via della luce e insegnami ad amare con un amore puro, che non pretende nulla e non desidera possedere.»
Le voci del coro riempivano le alte navate della cattedrale, fondendosi in una melodia che sembrava sollevare le anime da terra per accompagnarle fino alle soglie del Paradiso. I cantori del seminario, guidati con rigore dagli ex alunni più anziani, erano nel pieno delle prove per i canti della imminente festa di Natale. Anche Tanrak e Barth erano presenti, ma la disposizione dei banchi li costringeva a occupare postazioni opposte. Tanrak, con il suo timbro di basso profondo, era schierato all’estremità dell’ala sinistra; Barth, con la sua nitida voce da tenore, si trovava quasi al centro.
«Va bene, ragazzi, facciamo una pausa di dieci minuti,» decretò la voce del direttore, ponendo fine a quella lunga sessione di canto.
Quel giorno l'aula era particolarmente affollata. Le prove generali in vista delle festività riunivano infatti anche le voci femminili — soprani e contralti — provenienti dalla comunità parrocchiale esterna e dalle scuole cattoliche della diocesi. Di norma le ragazze provavano separatamente nei loro istituti, unendosi ai seminaristi soltanto per raccordare l'insieme prima delle grandi occasioni.
«No, davvero… va benissimo così. Posso tranquillamente restare in piedi.»
Una voce femminile, poco distante, attirò l’attenzione di Tanrak. Non parlava a voce alta, tanto da farsi sentire sopra il brusio della pausa, ma era un sussurro gentile. Apparteneva a Cherry. La ragazza possedeva una splendida voce da contralto: un timbro caldo e delicato, mai stridente nelle note più basse. Tanrak l’aveva sentita cantare fin dai tempi delle scuole medie; anche lei, esattamente come lui, frequentava e prestava servizio nelle celebrazioni della diocesi da ormai moltissimi anni.
«Un altro che ha appena ricevuto un due di picche…» borbottò a bassa voce uno dei bassi accanto a lui, trattenendo una risatina.
Tanrak seguì lo sguardo del compagno. Qualcuno aveva accostato una sedia a Cherry per invitarla a sedersi durante la pausa, ma lei aveva declinato l'offerta con un sorriso cortese. Il ragazzo, visibilmente deluso, si era limitato a riportare la sedia al suo posto. Tanrak osservò la scena in silenzio. Cherry era indubbiamente una bellissima ragazza, e alle prove non mancavano mai i giovani della parrocchia o i seminaristi più grandi che cercavano un pretesto per avvicinarla. Eppure, nessuno era mai riuscito a oltrepassare quel muro altissimo che lei sembrava aver costruito intorno a se stessa. Prima che i suoi pensieri potessero spingersi oltre, la voce ferma del direttore richiamò tutti all’ordine.
«Forza, ragazzi, riprendiamo dall’ultimo brano. Tutti ai vostri posti.»
Un mormorio di assenso si levò tra i banchi mentre i coristi si ricomponevano. Ma, prima ancora che il direttore potesse sollevare le braccia per dare il tempo alla musica…
«Ehi, attento!»
«Scusa, scusami, non volevo!»
«No, tranquillo, non fa niente!»
Nel bel mezzo del semicerchio scoppiò un piccolo trambusto. Uno dei ragazzi, muovendosi un po' troppo bruscamente per riguadagnare la sua posizione, aveva urtato accidentalmente una sedia. Sopra vi era stato appoggiato, proprio durante la pausa, un bicchiere di plastica colmo di succo rosso. Il bicchiere si rovesciò con un movimento netto. Il liquido, però, non finì sul pavimento della chiesa, bensì dritto addosso a Cherry. La sua camicia bianca si impregnò all'istante del succo cremisi, che allargandosi sul tessuto lo rese trasparente, facendolo aderire implacabilmente alla pelle. Mentre il responsabile dell’incidente si scusava senza sosta, torcendosi le mani per il nervosismo, Cherry cercava di minimizzare l’accaduto. Tanrak mise a fuoco la scena. I suoi occhi si spalancarono per lo shock. Quel ragazzo… era Barth. Dentro di lui, qualcosa cambiò all’improvviso. Fu una sensazione così violenta e inaspettata da togliergli il fiato, come se una mano invisibile gli avesse svuotato il petto di tutta l’aria. Il cuore riprese a martellargli contro le costole con una furia spietata. Barth distolse subito lo sguardo dalla ragazza, ma fu solo il riflesso di un istante. Poi, i suoi occhi tornarono inevitabilmente a posarsi su Cherry, indugiando sulla camicia bagnata. Attorno a loro, iniziarono a levarsi i primi mormorii maliziosi e imbarazzati. Tanrak distolse lo sguardo e si voltò rigidamente verso il grande crocifisso appeso sopra l'altare, nel disperato tentativo di ritrovare la calma. Solo in quel momento notò che anche molti altri seminaristi stavano fissando la croce o il pavimento.
«Mi dispiace… mi dispiace così tanto…»
La voce di Barth era incrinata da un profondo imbarazzo. Il succo rosso aveva impregnato la sottile camicia della divisa scolastica di Cherry, rendendola quasi del tutto trasparente. Il tessuto bagnato aderiva alla sua pelle, mettendo involontariamente in risalto le forme. Nessuno lo aveva fatto apposta, eppure l’atmosfera all'interno della cattedrale si fece d'un tratto densa, irrespirabile. Molti dei seminaristi abbassarono di scatto gli occhi, arrossendo vistosamente; altri, invece, rimasero immobili, incapaci di distogliere lo sguardo da quella visione improvvisa. Lo stesso Barth sembrava paralizzato sul posto, senza la minima idea di come rimediare al disastro.
«Non preoccuparti, davvero… è stato solo un incidente…» mormorò Cherry. Cercava di rassicurarlo, ma l'imbarazzo stava colorando di rosso anche il suo collo, rendendola impacciata nei movimenti.
«Qualcuno ha una giacca? Anche un cappotto va bene!» Barth alzò la voce, girandosi freneticamente verso i compagni del coro.
Tutti, però, si limitarono a scuotere la testa; con il clima interno della chiesa e l'inizio delle prove, quasi nessuno aveva portato con sé indumenti pesanti. Cherry provò a pizzicare il tessuto per staccare la camicia dalla pelle, ma la stoffa era talmente intrisa di liquido che tornava subito a incollarsi alle sue forme.
«Qualcuno, per favore… una giacca qualunque va benissimo!» La seconda richiesta di Barth suonò ancora più tesa, quasi disperata.
Tanrak osservava tutta la scena dall’estremità opposta della navata. Si sentiva un estraneo totale, un semplice spettatore invisibile; come se in quel dramma silenzioso che univa Barth e Cherry non ci fosse alcuno spazio per lui, nemmeno per fare un singolo passo in avanti.
«Mi dispiace…» mormorò Barth per l'ennesima volta.
Poi, senza più esitare, si slacciò i bottoni del colletto e si sfilò la veste bianca da seminarista. La scosse con cura per eliminare ogni piega, quasi a voler offrire l'indumento più candido e dignitoso possibile, poi cercò lo sguardo di Cherry come per chiederle il permesso. La ragazza annuì appena. Con estrema delicatezza, Barth le posò il tessuto chiaro sulle spalle, avvolgendola completamente e nascondendo alla vista la trasparenza della camicia. Nella chiesa si levò un coro di sospiri di sollievo, quasi unanime. Quella tensione improvvisa, così fuori luogo all'interno di uno spazio sacro, si dissolse finalmente in un istante.
«Grazie…» sussurrò Cherry, abbassando il capo. Le sue guance erano visibilmente arrossate per l’imbarazzo, ma nei suoi occhi non c’era traccia di fastidio o risentimento. Barth le disse qualcosa a bassa voce, chinando la testa verso di lei, probabilmente per assicurarsi che stesse bene.
Poco dopo, il direttore del coro raggiunse il centro del trambusto, e la confusione continuò a tenere banco per qualche minuto. Una delle amiche di Cherry la prese sottobraccio per accompagnarla in bagno e cercare di ripulire la divisa scolastica, mentre Barth le seguiva a breve distanza, ancora visibilmente preoccupato per l'accaduto. I coristi rimasti si guardarono tra loro in silenzio, incerti su come gestire la ripresa dopo un simile imprevisto.
«Allunghiamo la pausa di altri dieci minuti!» decretò il direttore, battendo le mani per scuotere l'ambiente. «Poi però dobbiamo rimetterci tassativamente al lavoro. È già abbastanza difficile riunire il coro al completo in questi giorni, e Natale è ormai alle porte.»
Un cenno di assenso generale si diffuse tra i banchi, e ognuno tornò a disperdersi nel brusio della cattedrale, lasciando che la normalità riprendesse il sopravvento. Poco dopo, Cherry fece rientro insieme alle sue amiche. Tanrak si era aspettato di vederla con un'uniforme di ricambio, ma si dovette ricredere: la ragazza indossava ancora la veste di Barth. Il legittimo proprietario dell'abito era rimasto a torso nudo; eppure, l'assenza del camice non sembrava turbarlo minimamente, tanto era concentrato a sincerarsi della salute di Cherry. Non appena i suoi occhi intercettarono i muscoli scoperti e la linea nitida del petto di Barth, Tanrak distolse immediatamente lo sguardo. Dentro di lui, la tregua appena conquistata andò in frantumi, spazzata via da una tempesta di emozioni feroci e contrastanti.
«Bene, ragazzi, possiamo riprendere,» decretò il direttore, parlando come se nulla fosse accaduto.
Anche gli altri cercarono di adeguarsi a quella finta normalità. Le note tornarono a levarsi alte, riempiendo le volte di pietra della cattedrale. Eppure, se il Figlio di Dio avesse chinato lo sguardo dall’alto del grande crocifisso absidale per osservare quel coro intento a cantare le Sue lodi, avrebbe scorto con spietata chiarezza la strana inquietudine che aleggiava tra quei giovani. Un'anomalia che si concentrava proprio nel cuore del semicerchio: un ragazzo esposto a torso nudo e, a pochi passi, una ragazza avvolta nell'abito sacro di un seminarista.
«Signore, concedimi il tuo immenso amore. Purifica il mio cuore inquieto, un cuore colmo di gelosia. Guidami sulla via della luce e insegnami ad amare con un amore puro, che non pretende nulla e non desidera possedere.»
Il giovane seminarista, sollevò ancora una volta gli occhi verso Cristo. Implorava una misericordia che sentiva di non meritare più. Pregava che purificasse il proprio cuore, ma una voce maligna dentro di sé gli sussurrava che non sarebbe bastato. Che forse era ormai diventato un peccatore troppo corrotto per essere riaccolto. Il petto gli tremava. Persino la sua voce di basso, mentre intonava quelle parole sacre, vacillò. Eppure, quell'incertezza nel canto non fu abbastanza forte da soffocare la frustrazione e la rabbia che, sotto la maschera della devozione, continuavano a ribollirgli nel sangue.
«Ti prego, Signore… donami il tuo immenso amore… e purifica questo cuore tormentato… questo cuore colmo di gelosia…»
Le labbra di Tanrak si muovevano, ma la sua voce aveva ormai smesso di seguire lo spartito e la melodia del coro. Non era più canto. Era un’invocazione disperata, un grido muto che nasceva dal profondo della sua anima. Aveva persino dimenticato il ritmo del proprio respiro, specie ogni volta che i suoi occhi finivano per calamitarsi su Barth e Cherry, ormai trasformatisi nel fulcro magnetico dell'intera cattedrale. Con il passare dei minuti, l'imbarazzo generale aveva ceduto il passo a una complicità diffusa. Tra i banchi avevano iniziato a circolare sorrisi maliziosi, sguardi d’intesa e sussurri divertiti. Poi, come un veleno, la voce cominciò a diffondersi. Nessuno sapeva chi l’avesse messa in giro, ma in pochissimo tempo si era insinuata ovunque. Da allora, i sussurri continuarono a perseguitare Tanrak ovunque andasse.
«Cherry e Barth…»
«Cherry e Barth…»
«Cherry e Barth…»
Quei due nomi gli rimbombavano nel cranio con la cadenza di un martello pneumatico. Tra i tavoli della mensa, dietro i banchi di scuola, sotto il vapore delle docce. Persino quando rimaneva solo. Persino nei suoi sogni. Con il trascorrere dei giorni, quelle voci smisero di essere soltanto parole pronunciate dagli altri. Si insinuarono dentro di lui, trasformandosi lentamente in qualcosa di più oscuro: un dubbio che cresceva nel silenzio e che nemmeno il sonno riusciva più a cancellare. Nella penombra dei suoi incubi presero forma le figure primordiali di Adamo ed Eva. Tanrak si ritrovava nel Giardino dell’Eden, circondato dagli alberi che si piegavano sotto il peso di una tempesta improvvisa. Il verde della vegetazione era troppo vivido, quasi irreale, mentre il profumo delle mele mature gli riempiva l’aria fino a renderla soffocante. Quel paradiso perfetto non gli dava pace. Sembrava un luogo da cui, prima o poi, era destinato a essere cacciato. E lì, davanti agli alberi del Giardino e al frutto del peccato, Tanrak continuava a porsi la stessa domanda, quella che lo tormentava ormai anche da sveglio.
Chi sono?
Qual è il mio posto in questa storia?
Sono forse il serpente dell’Eden, colui che porta la tentazione?
Sono forse Lilith, la creatura che non appartiene più al Paradiso?
O sono soltanto un figlio maledetto, qualcuno che è stato rifiutato e scacciato per sempre dai cancelli dell’Eden?