San Tommaso.
Parte 3.
Con l'avvicinarsi del Natale, Tanrak si trovò costretto a partecipare alle prove del coro con una frequenza quasi asfissiante. In genere, quel periodo dell’anno era uno dei più amati dai ragazzi: la vita in seminario offriva scarse occasioni di svago e di contatto con l'esterno, e passare le giornate a cantare per poi esibirsi davanti a una cattedrale gremita era una delle poche fonti di autentico orgoglio. Almeno, lo era stato per anni. Ma non stavolta. Non quest’anno. Tanrak si sentiva esausto. Cercava ogni minimo pretesto per saltare le prove, specialmente quelle generali in cattedrale, dove l'intero gruppo si riuniva.
«Ehi, aspettami!»
Il richiamo giunse alle sue spalle. Tanrak stava varcando la soglia del dormitorio con la borsa sulla spalla, diretto all'ennesima sessione di canto. Al suono di quella voce, d'istinto, allungò il passo.
«Ti ho detto di aspettarmi, non mi senti?»
La voce gli risuonò a un millimetro dall'orecchio, accompagnata da un fiato corto, accelerato dalla corsa. Prima ancora delle parole, fu il sentore aspro e leggero di sudore tipico di Barth a investirgli i sensi. Tanrak si irrigidì, congelato sul posto. Barth gli aveva piantato le mani sulle spalle, stringendo la presa come se temesse che l'amico potesse scappare via da un momento all'altro. Il giovane seminarista si voltò lentamente, imponendo a ogni muscolo del viso di comporsi in un’espressione neutra.
«Cosa…? Scusa, ero perso nei miei pensieri,» tentò di giustificarsi.
«Ti avevo chiesto esplicitamente di aspettarmi, così potevamo andare insieme.»
Quella mattina Barth gli aveva chiesto di aspettarlo per raggiungere insieme la chiesa durante le prove del coro. Ma Tanrak se n’era dimenticato. O almeno, era questo che continuava a ripetersi.
«Scusa… me ne sono dimenticato.»
Non gli restavano altre scuse a cui aggrapparsi. Se avesse dovuto confessare la verità, avrebbe dovuto ammettere che desiderava disperatamente stare lontano da lui. Almeno fino a quando quei sussurri non avessero smesso di infestare i suoi pensieri.
Cherry e Barth.
Cherry e Barth.
Cherry e Barth.
«E poi ti avevo accennato che dovevo parlarti di una cosa importante,» continuò Barth, e stavolta nel suo tono si avvertiva una sfumatura tagliente di fastidio.
«Di cosa si tratta?»
Tanrak fece finta di non aver colto l'irritazione dell'amico, sforzandosi di camminare con passo regolare come se nulla fosse. Il tragitto tra i dormitori e la cattedrale richiedeva circa quindici minuti a piedi. Di norma il seminario metteva a disposizione una navetta per gli spostamenti, ma muoversi all'aperto era un ottimo pretesto per cambiare aria e dare tregua ai pensieri.
«Padre Anan ha chiamato il maestro Nob per definire i dettagli della festa di Natale,» esordì Barth. Allungò il passo per portarsi esattamente al fianco di Tanrak, costringendolo a incrociare la sua traiettoria. Nob era il seminarista anziano responsabile del coro.
«Ah… e cosa si sono detti?»
«Vorrebbe che il coro organizzasse una piccola esibizione durante la veglia, qualcosa che accompagni i canti tradizionali. Pensa che potrebbe attirare l'attenzione dei più piccoli», Barth fece una breve pausa, calibrando il fiato. «E poi intende sfruttare l'occasione per aprire ufficialmente le iscrizioni al Campo della Vocazione, nel caso in cui tra i bambini ci fosse qualcuno interessato.»
I due continuarono a camminare mentre Barth entrava nei dettagli del progetto. Il Campo della Vocazione era un ritiro focalizzato sullo studio delle Scritture e sulla vita comunitaria, rivolto principalmente agli studenti delle scuole medie. Serviva a gettare un ponte tra i giovani della diocesi e il seminario: se durante quei giorni qualcuno mostrava una reale predisposizione o interesse per la vita consacrata, i padri direttori lo incoraggiavano a intraprendere il cammino formale per diventare seminarista.
«Quindi il maestro Nob è venuto a cercarti per chiederti di esibirti, giusto?»
Tanrak non aggiunse altro. Si limitò a spostare lo sguardo su di lui, aspettando che arrivasse al punto. Barth esitò, sembrò sul punto di dire qualcosa, poi scosse la testa e lasciò uscire un lungo sospiro. «Sì… esatto. Ed è proprio per questo che sono venuto a cercarti prima di dare una risposta.»
«Aspetta… lo stai chiedendo a me?» Tanrak accennò una breve risata. «Che tu decida di accettare o meno la proposta di Nob è una scelta tua, Barth. Perché mai dovresti chiedere il mio parere?»
«Non lo so nemmeno io,» ammise Barth, e la sua voce si fece d'un tratto esitante, priva di quella sicurezza che lo contraddistingueva davanti agli altri. «È solo che… ultimamente ho l'impressione che tu sia arrabbiato con me. Per questo volevo parlartene prima, per essere sicuro che andasse tutto bene. Ho una maledetta paura che, se facessi di testa mia, tu potresti allontanarti ancora di più.»
Tanrak, ascoltandolo, poté solo scuotere la testa.
«Come potrei mai arrabbiarmi con te? Fai quello che vuoi, Barth. Vai, accetta pure,» rispose, stringendosi nelle spalle per simulare una perfetta e distaccata indifferenza.
Ma dietro quella maschera imperturbabile, la sua mente aveva già iniziato a correre in avanti, proiettando una sequenza di immagini. Sapeva già esattamente come sarebbe andata a finire. Tranquillizzato da quella risposta, Barth cambiò argomento con estrema disinvoltura, come se si fosse appena liberato dell'ultimo macigno che gli pesava sul cuore. Continuò a chiacchierare del più e del meno per il resto del tragitto, finché l'imponente profilo in pietra della cattedrale non si stagliò davanti a loro. Se il suo istinto non si sbagliava… Barth avrebbe interpretato Giuseppe, il falegname di Nazareth. E Cherry, ne era certo, sarebbe stata Maria. Insieme avrebbero dato volto alla coppia scelta da Dio per accogliere il Suo Figlio nella rappresentazione della vigilia di Natale. Una volta dentro, il maestro Nob radunò i coristi per illustrare i dettagli del nuovo progetto. Quell’anno non si sarebbero limitati a cantare: i brani sarebbero stati accompagnati da una vera e propria rappresentazione teatrale. Nob spiegò che la narrazione sarebbe stata frammentata in brevi scene, introdotte di volta in volta da una voce narrante. Al termine di ciascuna, la parola sarebbe tornata al coro, che avrebbe accompagnato la storia con un canto, in un’alternanza continua fino alla conclusione.
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«Maria… perdonami.»
Barth recitava senza staccare gli occhi dal copione, aperto sulla scena intitolata Le preoccupazioni nella stalla, una delle prime previste per la veglia. In quel momento Giuseppe, sopraffatto dal senso di colpa, si rivolgeva a Maria, ormai prossima al parto e stremata dalla disperata ricerca di un rifugio dove trascorrere la notte.
«Ho bussato alla porta di ogni casa sul nostro cammino,» continuò Barth, immedesimandosi nel ruolo, «ma l’unico posto in tutta Betlemme disposto ad accoglierci e a offrirci un briciolo di calore è stata questa misera stalla.»
«Non devi darti pena, Giuseppe.»
Cherry rispose a memoria, stringendo il foglio del copione tra le dita. Con un cenno aggraziato del capo indicò lo spazio vuoto davanti all'altare, il punto esatto scelto dal regista per ospitare la scenografia della mangiatoia e del fieno.
«Qui con te io sto bene. Mi sento al sicuro. Non ho freddo, e non ho più paura.»
«Troverò tutto il calore che un semplice falegname può offrirti. Fidati di me, Maria.»
Barth si tolse la coperta che portava sulle spalle e la sistemò con cura intorno a Cherry, che per copione fingeva di tremare per il freddo della notte di Betlemme. I due rimasero l’uno accanto all’altra, stretti in un abbraccio. Sul loro volto aleggiava un’espressione di pura serenità, mentre con lo sguardo rivolto verso il cielo, sembravano cercare la presenza di Dio.
«Molto bene! Davvero ottima interpretazione!»
Il maestro Nob interruppe la scena battendo le mani, e il suo applauso fu subito seguito dai mormorii ammirati dei presenti. Gli sguardi meravigliati di tutti i seminaristi e delle ragazze del coro convergevano nella medesima direzione. Tanrak non poteva più mentire a se stesso. Barth e Cherry erano davvero perfetti insieme. Erano l'incarnazione stessa di Giuseppe e della Vergine Maria, una coppia sacra benedetta dal cielo e dagli uomini. Tanrak si allontanò dal coro e si diresse a passo rapido verso i bagni, spinto dal disperato bisogno di fuggire da quella vista. Una volta dentro, aprì il rubinetto e si gettò ripetutamente manciate di acqua gelida sul viso. Per un brevissimo istante, quel contatto brutale sembrò restituirgli il controllo dei sensi. Poi, appoggiando le mani bagnate sui bordi di ceramica del lavandino, rimase lì a fissare il proprio riflesso nello specchio.
Perché…?
Era un'unica domanda, un'ossessione che risuonava nella sua mente senza trovare risposta. Si portò una mano al volto, accarezzando la barba appena accennata che i cambiamenti del corpo e il passare degli anni stavano rendendo sempre più evidente. Poi la mano scese lentamente: sfiorò il pomo d’Adamo pronunciato, il petto piatto, le linee di un corpo ormai del tutto privo di curve.
«Tanrak… stai bene?»
Una voce familiare ruppe il silenzio. Voltandosi di scatto, Tanrak vide Barth fermo sulla soglia; non aveva idea di quando fosse entrato. Un'improvvisa ondata di imbarazzo lo travolse, insieme al terrore che i suoi gesti avessero tradito qualcosa di troppo. Si costrinse a ricomporsi, sforzandosi di sembrare naturale. «Sì… avevo solo sonno, sono venuto a lavarmi la faccia.»
Barth esitò, guardandolo con occhi stretti. «Sei sicuro…? Sembravi strano.»
«Non mi sento molto bene. Pensavo di tornare prima al dormitorio», disse Tanrak, evitando accuratamente il suo sguardo.
Voleva solo scappare. Nella sua mente continuava a tormentarlo l'immagine dell'abbraccio tra Barth e Cherry: un uomo e una donna, due figure pure e sacre, eppure così lontane da tutto ciò che lui riusciva a comprendere.
Preoccupato, Barth allungò una mano verso di lui. «Fammi vedere se scotti…»
«Non toccarmi!»
La reazione scattò prima ancora che Tanrak potesse controllarla. Trasalì lui stesso per la violenza delle proprie parole, mentre Barth si irrigidiva, immobile, senza sapere come reagire. Nel bagno calò un silenzio pesante, denso di un imbarazzo quasi insostenibile.
«Scusami… mi sono spaventato», cercò subito di rimediare Tanrak, balbettando una scusa nel disperato tentativo di salvare la situazione. «Se è un raffreddore potrei attaccarti dei germi. Se ti avvicini rischi di ammalarti anche tu... e devi continuare con la recita. Se saltasse il tuo ruolo sarebbe un disastro.»
«Probabilmente non succederà nulla», obiettò Barth.
«Fidati di me… preferisco tornare al dormitorio. Non ce la faccio proprio più.»
Chiuse subito l’argomento e uscì dal bagno per raggiungere il maestro Nob. Gli spiegò che non si sentiva bene e che avrebbe dovuto saltare le prove. L’uomo lo fissò con aria confusa, incapace di comprendere l’origine di quel malessere improvviso.
«Lo accompagno io», si offrì Barth, comparendo alle sue spalle.
A quel punto Nob si trovò ancora più in difficoltà: dopotutto, Barth era il protagonista principale. Eppure, davanti alla determinazione del ragazzo, non poté fare altro che cedere. «D'accordo, fate attenzione lungo la strada. E tu riposati», concluse, congedandoli.
I due ragazzi si lasciarono alle spalle la cattedrale. Dentro la musica continuava a risuonare, ma fuori, nel silenzio della sera, le strade erano ormai deserte. Camminavano tenendo lo sguardo basso, avvolti da una quiete pesante. All'inizio Barth aveva provato a rompere il ghiaccio, ma Tanrak rispondeva a monosillabi, una o due parole al massimo. Alla fine, sentendosi impotente, anche Barth scelse il silenzio. Ci vollero quasi dieci minuti di cammino, così, per raggiungere il dormitorio.
«Va' a farti una doccia prima», lo rimproverò Barth, vedendolo puntare dritto al letto come se volesse solo sdraiarsi e dimenticare il resto del mondo. «Anche solo una sciacquata veloce è meglio che andare a dormire tutto sudato.»
Quelle parole lo riscossero, facendogli improvvisamente notare quanto la sua pelle fosse appiccicosa. Così, arrendendosi al consiglio dell'amico, Tanrak si alzò, prese le sue cose e si diresse verso i bagni del dormitorio. A quell'ora la stanza era quasi vuota; davanti alla grande vasca di cemento, piena d’acqua, c’erano soltanto loro due. Per i seminaristi lavarsi insieme era la norma, un'abitudine a cui Tanrak aveva sempre creduto di essere abituato. Finché non si voltò. In quel momento vide Barth togliersi i vestiti, sfilandoseli di dosso fino a rimanere completamente nudo di fronte a lui, senza più alcun indumento a nasconderne il corpo.