San Tommaso.
Parte 1.
Con l’arrivo del freddo arrivava anche la fame. L’inverno è spesso sinonimo di festa: porta con sé un'atmosfera vibrante, numerose celebrazioni e segna l’avvicinarsi della fine dell’anno. Per i seminaristi, però, cresciuti e formati secondo la tradizione cristiana, quella stagione assumeva un significato completamente diverso. Le prime mattine gelide ricordavano i tempi biblici della carestia e del digiuno; insegnavano la mortificazione della carne, la pazienza e la vigilanza contro il peccato di gola, ammonendo l’uomo a nutrirsi unicamente di ciò che era necessario alla sopravvivenza. Le basse temperature ricordavano i tempi biblici della carestia e del digiuno; insegnavano la pazienza e mettevano in guardia dal peccato di gola, ricordando all’uomo di nutrirsi unicamente di ciò che fosse davvero necessario alla sua sopravvivenza.
«…Per questo l’uomo deve imparare a controllare i desideri che potrebbero allontanarlo da Dio...»
La voce sommessa di un predicatore, trasmessa da una piccola radio in sacrestia, riempiva l’aria rarefatta quando Tanrak fece il suo ingresso nella chiesa principale del seminario. Era l'edificio in cui anche i fedeli provenienti dall’esterno potevano unirsi alla comunità per partecipare alla celebrazione della Santa Messa e rendere omaggio al Figlio di Dio. A turno, i seminaristi venivano scelti per assistere padre Anan all'altare durante la funzione. Tanrak quel giorno era arrivato in largo anticipo. In parte lo aveva fatto per dedicarsi ai preparativi, ma soprattutto per un motivo molto più intimo e pressante: voleva evitare qualcuno. Qualcuno che, negli ultimi giorni, non aveva smesso un solo istante di tormentare i suoi pensieri.
«Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.»
Mormorò quelle parole mentre allungava la mano verso l’acquasantiera di marmo all’ingresso, pronto a tracciare il segno della croce. Ma, all’improvviso, si bloccò. La punta delle sue dita rimase sospesa a pochi centimetri dalla superficie dell’acqua benedetta. Le immagini degli ultimi giorni tornarono ad assalirlo con una violenza spietata, impossibili da scacciare. Rivide il proprio corpo nudo riflesso nello specchio del bagno, incapace di mentire. Le reazioni del suo corpo, viscerali e incontrollabili, che avevano tradito quei desideri impuri. E poi il corpo di Barth; le linee dei suoi muscoli riaffioravano nella sua mente con una nitidezza disarmante. Le mani del giovane seminarista presero a tremare vistosamente. Quella manciata di centimetri che lo separava dall’acqua santa parve dilatarsi in un abisso infinito, impraticabile per un'anima corrotta come la sua. Il respiro si fece di colpo irregolare, affannoso. Sforzandosi al limite delle sue forze, Tanrak cercò di mantenere un’espressione impassibile per non dare nell'occhio, ma dietro quella maschera di devozione stava combattendo una battaglia estenuante.
«Tanrak…»
Una voce fin troppo familiare lo fece trasalire. Ritrasse immediatamente la mano dall'acquasantiera e si voltò di scatto. L’origine di tutto quel tormento era lì, in piedi davanti a lui.
Barth.
Indossava già la veste bianca da ministrante e lo osservava con sospetto.
«Perché non mi hai aspettato?» brontolò. «Sono andato a farmi una doccia veloce e, quando sono uscito, eri già sparito. Visto che oggi siamo di turno insieme, potevamo fare la strada assieme.»
«Avevo finito prima e non mi andava di aspettarti,» rispose Tanrak, sforzandosi di mantenere un tono di finta indifferenza.
«Che ti prende? Di solito mi aspetti sempre.»
«Nulla. Semplicemente oggi non ne avevo voglia.»
Tanrak liquidò la questione con una secchezza insolita, tenendo lo sguardo rigidamente fisso su un punto imprecisato alle spalle dell'amico per non incrociare i suoi occhi. Barth lo fissò per un istante, poi scosse la testa e, con la massima disinvoltura, immerse le dita nell’acqua benedetta per tracciare su di sé il segno della croce. Al contrario, Tanrak rinunciò del tutto a quel rito di purificazione. Con un gesto finto sbadato, affondò la mano nella tasca dei pantaloni, fingendo di essersene semplicemente dimenticato.
«Vado a esercitarmi con il turibolo.»
«Ma che dici?» sbottò Barth confuso. «Lo usi fin dalle medie. Che bisogno hai di esercitarti proprio oggi?»
Nel tono dell’altro c’erano una curiosità e un sospetto così evidenti da far sobbalzare il cuore di Tanrak. Quell’insistenza non faceva altro che aumentare la sua agitazione.
«L’ultima volta ho sbagliato l'ampiezza dell'incensazione… Voglio solo essere sicuro del movimento, tutto qui.» La sua voce tremò impercettibilmente, ma fece appello a tutto il suo autocontrollo per mascherarlo.
«Va bene, va bene. Fai con calma. Se ti serve una mano, chiamami.»
Sfruttando quel pretesto, Tanrak si allontanò a passo rapido verso la sacrestia. Quel giorno Barth era stato incaricato di proclamare la prima lettura, così si diresse verso la navata per accordarsi con il fedele laico che avrebbe letto il brano successivo. Grazie a quei rispettivi compiti, i due non ebbero più modo di incrociarsi o parlarsi. La messa sarebbe iniziata intorno alle nove e mezza e i fedeli stavano già cominciando ad affluire in chiesa, occupando alla spicciolata i primi banchi. Nel frattempo, padre Anan si era già sistemato nel confessionale, pronto ad ascoltare chi desiderava confessarsi prima di ricevere l’Eucaristia.
«Che ti prende? Si può sapere perché non ti comporti normalmente?»
Quella voce improvvisa lo fece sobbalzare. Voltandosi di scatto, Tanrak vide Kongdech già seduto su una delle panche della sacrestia. Non aveva la minima idea di quando fosse entrato; era talmente intrappolato nel labirinto dei propri pensieri da non aver avvertito nemmeno il rumore dei passi.
«Quando sei arrivato?»
Kongdech lo squadrò con la fronte corrugata. «Da un bel pezzo. Ti sto guardando fare avanti e indietro senza fermarti un secondo, sembri un matto. Che hai fatto, hai rubato qualcosa? Hai la faccia di uno che si sta nascondendo dalla polizia.»
Tanrak rimase a bocca aperta, incapace di replicare. L’espressione divertita di Kongdech, però, si fece improvvisamente seria, venata di un dubbio autentico.
«Aspetta… non mi dire che hai davvero rubato qualcosa.»
«Ma sei impazzito? Certo che no!» ribatté subito Tanrak, stringendo i pugni lungo i fianchi. «È solo che… ho la testa un po’ confusa, oggi.»
«E cos’è che ti agita così tanto?»
«Non lo so…»
Tanrak lasciò cadere le spalle, lo sguardo fisso sulle proprie scarpe.
«Non riesco a capire se quello che ho fatto… sia un peccato oppure no. Mi sento un’inquietudine addosso che mi sta consumando, ma non so nemmeno io di cosa si tratti.»
Kongdech lasciò sfuggire un lungo sospiro e scrollò le spalle con rassegnazione. «Immagino che tu non possa parlamene.»
«Non… non ne sono sicuro,» rispose Tanrak, l'imbarazzo che gli colorava le guance.
Dentro di sé, tuttavia, la risposta gridava con una chiarezza spietata.
No, non poteva dirglielo. Assolutamente no.
Kongdech era il suo compagno di banco, un pilastro nel seminario. Avevano studiato fianco a fianco fin dai primi anni del liceo e condividevano lo stesso, identico sogno: salire insieme i gradini dell'altare e diventare sacerdoti. Non poteva permettersi di fargli scoprire che stava vacillando, che le fondamenta della sua vocazione stavano tremando sotto il peso di un desiderio proibito. Non poteva confessargli che rischiava di perdersi e di abbandonare la strada che avevano tracciato insieme.
«Allora perché non vai a confessarti?» la voce di Kongdech tornò pacata, priva di giudizio. «Forse Dio ha già la risposta che stai cercando.»
Quelle parole colpirono Tanrak con la forza di un fulmine a ciel sereno. Rimase pietrificato sul posto, il cuore che riprendeva a battere all'impazzata. Esitò, intrappolato tra il terrore della verità e il bisogno di pace. Kongdech lo studiò ancora per un istante, leggendo il tumulto dietro i suoi occhi; poi, senza aggiungere una sola parola, girò i tacchi e uscì dalla sacrestia. Lo lasciò solo, come se avesse deciso di concedergli tutto il tempo di cui aveva bisogno per fare la sua scelta. Il giovane sollevò di nuovo lo sguardo verso l’orologio appeso alla parete: mancava ancora un’ora abbondante all’inizio della Messa. Padre Anan era già dentro al confessionale, e quello appariva ormai come l’unico luogo adatto per parlare, o almeno sfogare, il macigno che da giorni gli gravava sul cuore. Tanrak si mosse verso la navata laterale e tese il passo verso la struttura isolata rispetto ai banchi principali. Era l'angolo in cui i fedeli cercavano il sacramento della Riconciliazione, l'unico ponte per purificare il cuore e rinascere spiritualmente prima della celebrazione. Scivolò all’interno, prendendo posto nell’oscurità del piccolo scomparto.
«Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo… Amen.»
Mormorò la preghiera che precedeva la confessione. La cabina di legno, misurava appena un paio di metri per lato. Al centro della parete divisoria, la sottile grata traforata permetteva alla voce di passare con chiarezza, pur schermando i volti e impedendo al sacerdote e al penitente di guardarsi. Aveva recitato quella formula un’infinità di volte, eppure, quella mattina, ogni singola sillaba pesava come piombo. Le parole uscivano a fatica, finché dall’altra parte della grata non avvertì il fruscio di padre Anan che si sistemava sulla sedia.
«Quali sono i peccati che desideri confessare, figliolo?»
«Mi benedica, padre… ma non sono nemmeno sicuro di aver commesso un peccato.»
Quelle parole gli scapparono dalle labbra, spinte direttamente dal profondo del petto. La verità era proprio quella: Tanrak non sapeva se quello che provava potesse davvero essere catalogato come una colpa.
«Perché dici questo?»
«Non lo so…» confessò Tanrak. «A volte sono convinto che quello che provo non sia contrario alla volontà di Dio. Eppure, un attimo dopo, ne ho un terrore cieco.»
«Cos’è che ti fa così tanta paura?»
Tanrak inspirò lentamente, cercando di espandere i polmoni in quella cabina soffocante.
«L’amore… padre», la voce gli si spezzò. «Credo di amare il mio prossimo come amo me stesso. Dovrei esserne felice, perché è questo che Dio ci insegna a fare… e invece mi sento divorato dall’angoscia.»
Il giovane seminarista parlava con il fiato corto, cercando di controllare il tremore della voce. Cercava disperatamente di pesare ogni parola, di raccontare ciò che provava senza svelare troppi dettagli, nel tentativo disperato di non permettere al confessore di intuire la sua identità. Eppure, più parlava, più sentiva di fallire. Le sue spiegazioni erano confuse, frammentarie; si sentiva come un naufrago che nuota senza una meta in un oceano immenso e scuro, incapace di scorgere la riva.
«L’amore non è mai un peccato, figliolo.»
La risposta di padre Anan arrivò attraverso la grata, calda e pacata, posandosi come una carezza su tutta quella disperazione. Tanrak ascoltò in silenzio, aggrappato a quelle parole.
«È Dio stesso ad aver insegnato agli uomini ad amarsi gli uni gli altri,» continuò il sacerdote. «Ma quell’amore deve essere puro, gratuito, privo del desiderio di possedere. Se un cristiano riesce ad amare in questo modo, allora il suo sentimento sarà sempre gradito al Signore.»
«Quindi… amare non è un peccato?» sussurrò il ragazzo, quasi a voler convincere se stesso.
«L’amore puro e l’amore profano sono divisi da un confine molto più sottile di quanto si creda,» rispose padre Anan con paterna dolcezza. «Se il tuo amore non pretende nulla in cambio, se non desidera possedere l’altra persona, allora è autentica carità. Ma se in te si fa spazio il bisogno di farla tua, di reclamare il suo corpo e la sua volontà per te, allora quel sentimento rischia di mutare in peccato.»
Tanrak abbassò lentamente lo sguardo sulle proprie mani intrecciate.
«Credo… di non aver peccato, allora.»
Attraverso la grata, si avvertì l'eco di un lieve, rassicurante sorriso nella voce del sacerdote.
«Ne sono felice, figliolo. Un amore sincero, vissuto entro i giusti confini, non è un peccato.» Padre Anan fece una breve pausa, prima di pronunciare la formula di congedo. «Va' in pace. Non hai nulla da confessare.»
Quelle parole agirono su di lui come acqua sorgiva, capace di lavare via in un istante tutto il peso che gli schiacciava il petto. Fu come se ogni impurità fosse stata cancellata, come se il suo cuore fosse tornato puro. Tanrak spinse la porticina di legno e uscì dal confessionale. Inspirò a pieni polmoni l'aria della navata, sentendosi finalmente leggero, quasi fosse diventato un'anima nuova. Ma non appena sollevò lo sguardo… i suoi occhi incontrarono quelli di Barth. Il ragazzo indossava ancora la veste bianca da ministrante e lo fissava con aria interrogativa. In quella frazione di secondo, avvolto dal candore del camice, a Tanrak parve quasi un angelo disceso a osservare un peccatore, nel tentativo di leggergli dritto nell’anima. Spaventato da quell'intensità, Tanrak abbassò subito la testa.
«Sei arrabbiato con me per qualcosa?» gli domandò Barth, facendosi vicino. «È da qualche giorno che ti comporti in modo strano.»
«No… assolutamente no.»
Tanrak sollevò il viso e gli sorrise, sforzandosi di apparire il più naturale possibile. «Ultimamente ho avuto molti pensieri per la testa, per questo ero così silenzioso. Ma adesso ho parlato con padre Anan e… mi sento molto meglio.»
Il sorriso sulle sue labbra si fece via via più disteso, autentico. «Finalmente Dio mi ha concesso la risposta che cercavo. Ora sono tornato quello di prima.»
Per dimostrarlo, con studiata disinvoltura, gli passò un braccio intorno alle spalle mentre riprendevano a camminare insieme. In quel preciso istante, il suo corpo fu attraversato dalla medesima, destabilizzante scarica elettrica che aveva imparato a conoscere negli ultimi giorni. Ma, stavolta, Tanrak impose a se stesso di non scappare. Strinse i denti e lasciò che quell’emozione si dissolvesse, come una goccia d'inchiostro nel mare limpido e sicuro della loro amicizia. Tanrak sorrise, avvertendo un immenso senso di sollievo. Barth parve inizialmente spiazzato da quel repentino cambio di umore ma, vedendo l’amico finalmente sereno e sollevato da quel peso invisibile, preferì non fare altre domande e gli ricambiò il sorriso. Tanrak trasse un lungo, liberatorio sospiro, ripetendo a memoria le parole del sacerdote.
Un amore puro, vissuto entro i giusti confini, non era un peccato.