San Tommaso.
Parte 4.
Dio creò l'uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò.
— Genesi 1:27
I primi capitoli della Genesi racchiudono le origini del mondo: Dio plasmò l'uomo dalla polvere, soffiando nelle sue narici il respiro della vita, e creò il rigoglioso Giardino dell'Eden affinché Adamo vi abitasse e se ne prendesse cura. Poi, non volendo che restasse solo, trasse una costola dal suo fianco e diede forma a Eva, la prima donna, destinando la prima coppia umana a vivere in quel paradiso per sempre. Il Creatore impose loro un solo comando: avrebbero potuto mangiare i frutti di qualsiasi albero, eccetto quelli dell'albero della conoscenza del bene e del male. Tuttavia, l'inganno del serpente li spinse a cedere alla tentazione. Scoperti e scacciati dal paradiso, l'umanità spezzò il proprio legame con Dio, portando il peccato nel mondo e rimanendo da allora in eterna attesa di una riconciliazione. Da devoto discepolo, Tanrak aveva imparato a memoria i versetti della Genesi ancor prima di conoscere le favole. Eppure, fin da bambino, una domanda lo tormentava: perché Adamo ed Eva non erano stati capaci di seguire la retta via? Perché avevano rinunciato a rifugiarsi tra le braccia tese di Dio, abbandonando una terra pura per lasciarsi consumare da desideri ardenti come il fuoco?
«Tanrak…»
Una voce lo chiamò, risvegliandolo bruscamente dai suoi pensieri. Si voltò di scatto, ricordandosi improvvisamente di essere in bagno con Barth, entrambi completamente nudi. A dire il vero, le docce in comune significavano proprio quello, spogliarsi l'uno di fronte all'altro, ma il limite della condivisione era sempre terminato lì. Quando la stanza era affollata era facile distrarsi, ma quella sera, rimasti solo loro due, ignorare quella vicinanza era diventato impossibile. Cercò disperatamente di rendersi indifferente, ma con scarso successo.
«Hai la febbre...? Stai bene?»
Barth gli si avvicinò con evidente preoccupazione, allungando una mano per toccargli la fronte e il collo. Quel gesto, però, non fece che peggiorare le cose: la vicinanza improvvisa rese inevitabile il contatto tra i loro corpi nudi. Tanrak deglutì a fatica, cercando disperatamente di recuperare il controllo. Il groviglio che sentiva nel petto batteva all'impazzata, al punto da fargli quasi dimenticare come si respirasse; i suoi movimenti si fecero incerti, sconnessi, e si accorse di avere a malapena la forza di rimanere in piedi.
«No», provò a liquidare la cosa.
«Ma scotti.»
Barth cercò di toccarlo di nuovo, ma Tanrak fece del suo meglio per ritrarsi, raccogliendo le ultime energie rimaste solo per sfuggire a quel contatto.
«Forse è perché fa davvero caldo qui dentro», mormorò Barth, con un tono quasi sollevato, convinto di aver trovato la risposta.
Eppure, quel calore non dipendeva affatto dalle condizioni della stanza, né da un’influenza improvvisa. La vera causa di quel rossore, però, Tanrak si rifiutava di ammetterla persino a se stesso.
«Va bene, fa caldo, ora basta. Faccio la doccia e poi prendo una medicina», tagliò corto Tanrak, allontanando l'amico una volta per tutte.
«Ma che ti prende…?» brontolò Barth, muovendosi irrequieto come un bambino che scuote la testa e dondola tutto il corpo.
Forse, però, aveva dimenticato quanto fossero vicini: nel muoversi, il resto dei loro corpi finì per sfregarsi involontariamente.
«È ora di lavarsi», tagliò corto Tanrak ritraendosi di scatto.
Ma nel momento in cui si separarono, lo sfregamento rivelò a Tanrak una verità sul proprio conto troppo vergognosa da accettare. Istintivamente si curvò in avanti, cercando disperatamente di coprirsi, e si voltò dall'altra parte con un movimento fulmineo.
«Cosa c'è…?»
«Nulla...»
«Non è vero che non è nulla. Ti sei girato all'improvviso…» Barth ridacchiò, sporgendosi in avanti nel tentativo di capire cosa l'amico stesse nascondendo. Non appena comprese la situazione, però, la risata gli morì in gola. I suoi occhi scesero involontariamente sul corpo di Tanrak, per poi risalire lentamente, verso il suo volto.
«Tu...»
Sembrava che Barth stesse per dire qualcosa, ma Tanrak non gli diede il tempo di parlare. Fuori di sé dal panico, si precipitò verso la parte opposta del bagno, dove si trovavano le piccole cabine individuali dei servizi. Ci entrò di corsa, sbatté la porta alle proprie spalle e si chiuse a chiave. Non aveva portato con sé nulla. Nemmeno un asciugamano per coprirsi.
«Ehi, Tanrak! Esci e parla con me. Non fare così!»
I colpi violenti contro la porta echeggiarono nell'ampio bagno, dove non c’era nessun altro se non quei due pellegrini smarriti, intrappolati nel loro stesso labirinto. Tanrak strinse forte la maniglia, aggrappandosi a essa come se fosse il suo ultimo rifugio al mondo; il cuore gli batteva in petto per il terrore, lasciandolo troppo paralizzato persino per riuscire a parlare.
Barth, dopo aver bussato incessantemente, calmò a poco a poco la propria foga fino a sprofondare in un silenzio assoluto. Dall'altro lato della porta proveniva solo un respiro pesante, come se entrambi stessero soffrendo nello stesso identico modo. Anche la sua voce, che poco prima lo implorava di uscire, si era ormai spenta.
Tanrak si lasciò lentamente scivolare a terra, appoggiando la schiena contro la porta. Se avesse potuto vedere oltre quel divisorio, avrebbe scoperto che anche Barth, dall’altra parte, si era accasciato nella sua stessa identica posizione.
«Tanrak…» esordì Barth, mentre l'altro continuava a tacere. «C’è qualcosa che vuoi dirmi…? Voglio dire… che cosa…?»
La sua voce era carica di una confusione, un tono che raramente gli apparteneva. All'interno della cabina, Tanrak continuò a fissare il vuoto della parete spoglia, come se da un momento all'altro potesse materializzarsi una risposta. Ma non apparve nulla. Non succedeva mai.
«No…» Fu tutto ciò che Tanrak riuscì a sussurrare.
«Ma che ti prende…?»
Barth ripeté la domanda, ma dall'altra parte non ci fu risposta. Tanrak si lasciò semplicemente trascinare alla deriva, ignaro che il velo davanti ai suoi occhi stesse ormai per lacerarsi.
«Non lo so… Non riesco a capire nemmeno più me stesso», rispose infine.
La sua voce tradiva confusione e smarrimento, ma dentro di sé la verità era fin troppo nitida; semplicemente, continuava a negarla.
«Nulla sarà più come prima, vero?» chiese Barth.
«Non lo so…»
Tanrak mentì. Le cose non erano più le stesse da molto tempo. Quel momento in bagno non aveva cambiato nulla. La frattura si era aperta mesi prima.
«Tu hai già capito, vero?»
Tanrak trasalì. «Cosa?»
«Che… io non sono il figlio preferito di Dio.»
Quella confessione recise il filo del loro dialogo, lasciando spazio soltanto al silenzio. Tanrak rimase immobile, sbalordito, col fiato sospeso. Non riusciva a decifrare il tono dell'amico, ma quella voce cupa, incrinata dal dolore, lo rapì, mandando in frantumi le sue ultime difese.
«Tanrak… tu mi piaci.»
La voce di Barth era roca, ma arrivò come una sferzata d'acqua gelida, capace di paralizzare Tanrak e renderlo incapace di muoversi. Era un sussurro esitante, un groviglio inestricabile di emozioni contrastanti: gioia, shock, euforia, dolore, smarrimento. Un'immensa varietà di sentimenti racchiusa in una sola confessione.
«Cosa… cosa intendi dire?»
«Mi piacciono gli uomini…»
Tanrak aprì la porta della cabina. Sul suo volto si rifletteva un misto di emozioni contrastanti, ma l'espressione più evidente era quella di chi si era smarrito da tempo. I due giovani si ritrovarono di nuovo l'uno di fronte all'altro, nudi, senza che alcuna parola dividesse più i loro corpi.
Poi fu come ingoiare del veleno. Amaro, pungente, con il sapore del ferro. Come se il peccato originale gli si fosse insinuato dentro. Le loro labbra si cercarono, premendosi le une contro le altre in un bacio disperato, mossi da un desiderio così intenso da superare ogni controllo. Le loro mani si intrecciarono, cercandosi sulla pelle con una foga tale da far dimenticare a chi appartenesse il corpo dell'altro. Ciò che Tanrak non osava guardare, ora lo vedeva con i propri occhi; ciò che non osava sfiorare, adesso lo viveva appieno. Ciò che non osava baciare, alla fine, era suo. I suoni dei respiri affannati, espressioni di una sete insaziabile e di emozioni travolgenti, echeggiarono ripetutamente nel silenzio del bagno. I due ragazzi si erano incontrati nel cuore di un giardino oscuro e remoto, certi che lì nemmeno Dio potesse vederli. O almeno, così credevano entrambi.
«Immagino di non essere nemmeno io il figlio preferito di Dio», sussurrò infine Tanrak.
Quella risposta non fu immediata; arrivò solo dopo un lunghissimo silenzio, come l'eco del crollo di una vasta fortezza, costruita nel corso di una vita intera solo per poi sgretolarsi irrimediabilmente. Per un fugace istante, la mente del seminarista tornò alla radiosa scala - raffigurata nel dipinto - che conduceva al Paradiso. Lungo quel cammino, bestie feroci restavano in agguato, dando la caccia ai peccatori per impedire loro di raggiungere Dio. A ogni errore, quel biglietto per il Paradiso sembrava allontanarsi sempre di più. E forse, per un ragazzo come Tanrak, la possibilità di varcare quelle porte era ormai svanita per sempre.