San Simone lo Zelota.
Parte 1.
Il Giardino del Paradiso, però, non crollò da un giorno all’altro. Non prima, almeno, che la veglia di Natale giungesse al termine. Le decorazioni verdi e rosse riempivano ogni angolo di gioia. Nella cattedrale illuminata da centinaia di luci, che sembrava aver trasformato la terra stessa in una Betlemme vivente, le voci si fondevano in un'armonia perfetta: i soprani si rincorrevano leggeri, gli alti aggiungevano dolcezza, i tenori intonavano melodie limpide e i bassi sostenevano il tutto con profonda devozione. Su quel palcoscenico, tra le piccole rappresentazioni della nascita di Cristo sparse ovunque, un umile falegname avvolgeva la Vergine nel suo mantello, dando vita all’immagine della Sacra Famiglia. L’interpretazione di Giuseppe e Maria si svolse senza il minimo intoppo. Barth e Cherry rappresentavano alla perfezione la purezza e, avvolti dalla luce dei riflettori, sembravano quasi irradiarla. Tanrak osservò lo spettacolo dall’inizio alla fine con il cuore sorprendentemente sereno. Non c’era traccia di gelosia in lui, solo una quieta felicità. Gli occhi dei presenti non riuscivano a staccarsi dai due protagonisti, rapiti dalla loro luminosa bellezza.
«Grazie davvero, Barth. Se non mi avessi sussurrato le battute quando perdevo il filo, le avrei dimenticate tutte. Davanti a tutta quella gente ero così nervosa che mi si sono gelate perfino le mani», disse Cherry con un sorriso, dopo che l’esibizione era giunta al termine e i membri del coro iniziavano lentamente a disperdersi.
Molti spettatori erano venuti con le proprie famiglie per assistere allo spettacolo e trascorrere insieme il resto della giornata di Natale. Il collegio, del resto, aveva chiuso ufficialmente il giorno precedente per le vacanze; quasi tutti i seminaristi erano già tornati a casa, ad eccezione di coloro che erano stati incaricati del servizio durante la celebrazione natalizia, molti dei quali sarebbero ripartiti quella sera stessa. Così, nel giro di pochi minuti, il dietro le quinte della chiesa si svuotò quasi del tutto.
«Sei stata bravissima. Dal modo in cui ha reagito il pubblico, nessuno si è accorto di nulla. È sembrato tutto naturale», rispose Barth con un sorriso.
Tanrak li osservava da lontano. Durante le prove li aveva visti parlare qualche volta, ma non aveva mai avuto l’impressione che fossero particolarmente intimi; si conoscevano perché frequentavano scuole appartenenti alla stessa diocesi e collaboravano spesso alle attività organizzate dalla Chiesa.
«Uffa!» esclamò improvvisamente Barth.
«Che succede?» domandò Cherry, sorpresa.
«Niente…» rise lui. «È solo che, dopo tutta quella recita, qualcuno potrebbe davvero convincersi che siamo una coppia.»
«Davvero?» disse con un sorriso malizioso. «Ne sei proprio sicuro?» Poi indicò scherzosamente Barth. «O forse…» Il suo dito si spostò lentamente verso Tanrak. «…si stanno confondendo con la persona sbagliata.»
Tanrak sussultò, cogliendo all’istante il senso di quella battuta. Prima ancora di potersi controllare, sentì il volto andare in fiamme e abbassò lo sguardo.
«Va bene, va bene… tregua.» Cherry rise di gusto. «Non prendiamolo più in giro, altrimenti non è più divertente.»
Diede una leggera gomitata a Barth per salutarlo e si congedò, lasciando in pochi istanti soltanto loro due.
«Ehi… non pensarci troppo a quello che mi hai chiesto. Fai semplicemente quello che senti», furono le ultime parole di Cherry. Prima di allontanarsi, rivolse un’occhiata maliziosa a Tanrak, che la fissava completamente confuso, e scoppiò a ridere.
Barth le lanciò uno sguardo di rimprovero, cercando subito di dissimulare, ma lei gli fece una linguaccia per tutta risposta, prese sottobraccio il ragazzo che la stava aspettando e si allontanò definitivamente.
«Di cosa stavate parlando tu e Cherry?» domandò Tanrak, avvicinandosi non appena furono soli.
Barth cercò di nascondere l’imbarazzo, ma Tanrak era certo di non essersi sbagliato: per un attimo aveva colto sul suo volto un’espressione diversa, colpevole.
«Di niente», rispose Barth, cercando di liquidare la questione.
«Hai la voce troppo acuta quando menti», replicò Tanrak, stringendo gli occhi con fare sospettoso.
«Davvero, Tanrak. Niente.»
Tanrak continuò a osservarlo, a caccia di un indizio, finché il suo sguardo non cadde inevitabilmente sulle labbra dell’altro — quelle labbra che avevano ancora il sapore dolce e amaro del loro segreto. Fu il primo a cedere e a distogliere gli occhi; si chinò in fretta a raccogliere le proprie cose, fingendo di avere chissà quanti oggetti da sistemare, anche se in realtà doveva solo mettere via un unico spartito con i canti di Natale.
«Torniamo insieme?» domandò Barth, spezzando il silenzio.
«Vai pure avanti», rispose Tanrak senza nemmeno guardarlo. «Padre Anan è uscito per un impegno e mi ha chiesto di controllare che la cattedrale sia chiusa a chiave, per poi riportarle a scuola. Il custode è già tornato a casa per le feste.»
«Siamo venuti insieme», replicò Barth sfoderando un sorriso. «Quindi torniamo insieme.»
Lo disse con una tale naturalezza da far sembrare assurda qualsiasi altra opzione. Tanrak, dal canto suo, non sapeva più come definire il loro legame; sapeva solo che aveva il sapore di un frutto candito nello zucchero… e impregnato di veleno.
«E allora trova qualcosa da fare mentre aspetti», ribatté. «Potrei metterci un po’.»
«Chissà cosa potrei fare…»
Le parole di Barth risuonarono cariche di un’ambiguità enigmatica. Eppure i suoi occhi brillavano come quelli di un bambino la mattina di Natale — con la sola differenza che, in quel momento, sembrava guardare Tanrak come se il regalo da scartare fosse proprio lui. Tanrak deglutì a fatica e si voltò di scatto, sentendo il viso andargli a fuoco fin sopra la radice dei capelli.
«Che sciocchezze dici…», borbottò, provando ad allontanarsi.
Ma Barth non gli diede tregua e lo seguì. «E allora sentiamo, cosa varrebbe davvero la pena fare?»
«Di certo non stare qui a perdere tempo con te», sbuffò Tanrak, tradito da un'evidente agitazione. «Non servi a niente.»
Invece di offendersi, Barth sorrise, divertito da quella reazione. Uscirono dal retro della chiesa. Lo spazio che fino a poco prima brulicava di gente ora appariva totalmente deserto, come se l’immensa cattedrale si fosse svuotata solo per diventare un luogo riservato a loro due.
«Wow… non c’è davvero più nessuno», mormorò Barth, come se si stesse accorgendo soltanto in quel momento di quel vuoto improvviso.
Tanrak, che lo seguiva a qualche passo di distanza, lanciò uno sguardo all'intorno e annuì piano. «È bellissima…»
L’edificio si ergeva davanti a loro in tutta la sua solenne maestosità: al centro svettava il presbiterio, incorniciato da lunghe panche di legno disposte ad anfiteatro che scendevano dolcemente verso l'altare. Alle pareti candide si alternavano eleganti pannelli di legno finemente lucidato.
«Sembra il Paradiso», sussurrò Barth.
Tanrak accennò un sorriso. «Parli come se ci fossi già stato.»
L’altro non ribatté. Si lasciò cadere su una panca, adagiandosi proprio nel punto in cui la luce attraversava le vetrate colorate, disegnando riflessi vividi sul pavimento. Forse non era neppure il chiaro di luna; forse erano soltanto le ultime luci ancora accese o i lampioni della strada. Una luce ingannevole, trappola perfetta per le falene.
«Forse ci sono andato vicino…»
La voce di Barth si fece d'un tratto seria. Con le mani ruvide, segnate dal lavoro, iniziò a sbottonare lentamente la veste da seminarista, svelando la pelle chiara, quasi diafana, sotto il tessuto. Tanrak sentì un brivido di curiosità stringergli il petto, ma lo sguardo gravido di ombra sul volto di Barth gli bloccò ogni parola in gola: non stava affatto scherzando.
«Davvero…?», domandò piano.
Il suo sguardo scivolò, quasi suo malgrado, sul corpo dell’altro. La camicia sbottonata lasciava intravedere le spalle ampie, il petto e gli addominali scolpiti, ancora lucidi di sudore per lo sforzo della recita. Non era la prima volta che lo vedeva scoperto, eppure, per la prima volta, sentiva di guardarlo sul serio.
«Eccolo…», mormorò Barth. «Il mio biglietto per il Paradiso...»
Sfiorò con un dito il centro del petto, come se stesse inseguendo un ricordo lontano più che cercando parole per spiegarlo. Seguendo quel movimento, Tanrak scorse un piccolo segno, quasi invisibile sotto i riflessi delle vetrate.
«È… una voglia?»
«No», rispose Barth, scuotendo piano la testa. «È una cicatrice.»
Tanrak si avvicinò, lasciando che la curiosità avesse la meglio. Barth gli afferrò delicatamente la mano e la guidò fino al centro del proprio petto; al tatto sembrava pelle normale, ma muovendo piano le dita, Tanrak percepì una lieve avvallatura. Un solco discreto, il segno di una ferita rimarginata ormai da tempo.
«È stato un incidente?», sussurrò.
«Non esattamente…», rispose Barth, allentando la presa e lasciandogli andare la mano.
Tanrak corrugò la fronte, disorientato, ma non trovò il coraggio di insistere. Come per colmare quell'esitazione, Barth riprese a parlare, lasciando che lo sguardo si perdesse nel buio della navata.
«I miei genitori erano devotissimi. Ogni domenica andavo in chiesa con loro, pregavo, cantavo nel coro, non saltavo una Messa.»
Tanrak inarcò le sopracciglia, sorpreso. Per come lo aveva sempre visto, Barth gli era sempre sembrato il classico tipo che con Dio aveva chiuso ogni conto; non avrebbe mai creduto che venisse da una famiglia così religiosa.
«Ma i miei litigavano in continuazione», proseguì Barth. La sua voce restò ferma, d'una calma quasi glaciale. «Mio padre tradì mia madre, e da quel momento la nostra famiglia andò in pezzi. Mia madre divenne ossessionata dal sospetto; mio padre… mio padre cominciò a picchiarla.»
Il silenzio che ne seguì pesò su di loro più delle parole stesse. Poi Barth accennò un sorriso amaro e abbassò lo sguardo. «La cosa assurda è che non hanno mai divorziato. Sai perché?»
Fissò per un istante il grande crocifisso sospeso al centro della navata. Il Cristo, inchiodato al legno, sembrava intento a custodire quel racconto — una ferita che, proprio come quella sul petto del ragazzo, non si sarebbe rimarginata mai.
«Per Dio», rispose Barth.
Una risposta semplice, eppure bastò. Tanrak capì al volo: per due persone così devote, il matrimonio era un sacramento indissolubile, un'unione che nulla avrebbe dovuto spezzare. Il divorzio restava un tabù, un peccato imperdonabile contro la volontà divina; l'unica via d'uscita sarebbe stata la nullità, l'atto formale che dichiarava che quel vincolo non era mai esistito. Ma i suoi genitori avevano scelto di restare insieme, mandando a fuoco la propria vita in un inferno domestico pur di salvare le apparenze davanti all'altare. Tanrak annullò la distanza tra loro e lo strinse a sé in un abbraccio silenzioso, consapevole che per un dolore del genere le parole non servivano a niente. C'era posto solo per la presenza, per la dolorosa consapevolezza di come perfino la fede potesse scavare ferite così profonde da non chiudersi mai. Barth non aggiunse altro, e Tanrak non gli chiese più niente. Lentamente, Barth lasciò cadere la testa sulla sua spalla, abbandonando finalmente ogni difesa. Tanrak prese ad accarezzargli piano i capelli, affidando a quel gesto lento tutto il calore che le parole non avrebbero mai saputo dare.