San Simone lo Zelota.
Parte 2.
L’atmosfera nel seminario era tranquilla. Per la maggior parte dei novizi, arrivati da paesi lontani, le vacanze erano il momento più atteso dell’anno. I dormitori, oramai semideserti, apparivano ancora più vuoti ed enormi. C’era chi era partito per casa ben prima di Natale, chi era rimasto ad aiutare per le celebrazioni e chi, invece, aspettava che i genitori trovassero il tempo di venirli a prendere — dato che ai ragazzi era vietato uscire da soli.
«Quest’anno torni a casa?», gli domandò Tanrak mentre lavavano i piatti.
Kongdech, annuì con incertezza. «Forse… non lo so ancora. Se mia madre viene a prendermi, sì.»
«Non ti ha scritto niente per lettera?»
«No», scosse la testa. «Spedire una lettera costa troppo. Per farla consegnare fino in città dovrebbe pagare qualcuno, e a quel punto la spesa sarebbe quasi pari al biglietto dell’autobus per venire di persona», sospirò piano. «Se riesce a muoversi, viene. Ma se ci sono scontri armati nei paraggi, da dove vivo io non si esce.»
Abbassò lo sguardo sul piatto che stava strofinando. «Forse è perfino meglio rimanere qui che tornare laggiù.»
Lo disse con un filo di voce, con una calma disarmante. La storia della sua famiglia era stata tutto fuorché semplice. Pur essendo formalmente registrato, il suo villaggio sorgeva a ridosso del confine, in una terra abitata da varie minoranze etniche dove la povertà e il disinteresse dello Stato avevano alimentato ogni sorta di piaga: faide territoriali, contrabbando e scompigli legati ai conflitti oltre la frontiera. Il padre di Kongdech era morto proprio così, travolto dall'esplosione di un ordigno vagante durante uno di quegli scontri.
«Se non fosse stato per questo posto… probabilmente sarei morto insieme a mio padre», mormorò Kongdech, continuando a sciacquare i pochi piatti rimasti nel lavello.
Quel giorno suo padre stava trasportando dei prodotti agricoli da vendere in città quando, per un tragico errore, il camion su cui viaggiava fu preso di mira da una banda armata. La notizia gli era arrivata direttamente dalla madre, salita fin al seminario solo per avvisarlo. Non aveva potuto nemmeno riportarlo a casa per un ultimo saluto: la zona era diventata troppo pericolosa anche solo per farvi ritorno.
«Se quel giorno fossi stato a casa, sarei morto anch’io.» Accennò un sorriso amaro. «Mio padre mi portava sempre con sé. Diceva che gli facevo compagnia e lo aiutavo a non addormentarsi al volante. Se non fosse stato per Dio… a quest'ora non sarei qui.»
Mentre pronunciava quelle parole, la sua voce andò quasi a sovrapporsi a un'altra, poco distante. Era Barth, impegnato con un altro gruppo a riordinare la mensa. I due non potevano essere più diversi: per l'uno, Dio era il salvatore che gli aveva risparmiato la vita; per l'altro, il testimone silenzioso che aveva assistito alla rovina della propria famiglia.
«Kongdech… vieni un momento, c’è un tuo familiare!»
Il richiamo spezzò d'un tratto la conversazione. Voltandosi, scorsero dall’altra parte della sala una donna che attendeva con un sorriso timido, visibilmente emozionata e un po’ impacciata di fronte al figlio. Era sua madre. Tanrak la riconobbe al volo e giunse le mani al petto in segno di rispetto. Kongdech si lavò e si asciugò di corsa le mani, per affrettarsi a sbrigare le ultime pratiche per il rientro a casa.
«Ti avevo detto di arrivare prima», borbottò Kongdech. «L’ultima volta, quando siamo arrivati in stazione, gli autobus erano già partiti tutti. Abbiamo finito per dormire al terminal di Mo Chit... Mamma, dai, davvero.»
Il suo era il tono di un rimprovero, ma senza un briciolo di vera rabbia. Kongdech era sempre stato un ragazzo serio e riservato, incline a lamentarsi della madre — sia di persona sia alle sue spalle. Eppure Tanrak sapeva che le voleva un bene dell'anima. Quelle piccole lamentele non erano che il suo modo impacciato di mascherare l'affetto.
«Dai… almeno tu ce l'hai ancora, una casa in cui tornare», disse Tanrak d'istinto, continuando a strofinare i piatti senza neanche voltarsi.
Se qualcuno gli avesse chiesto se ne avesse una anche lui, probabilmente avrebbe risposto di sì. Ma non l’avrebbe mai chiamata davvero casa. Per lui un posto non diventava tale solo per via di un tetto e quattro mura: serviva qualcuno che lo abitasse, qualcuno da cui far ritorno.
«Questa è la tua casa», gli disse Kongdech dandogli una calorosa pacca sulla spalla. «E Lui è il Padre di tutti noi.»
Un gesto semplice, sufficiente però a trascinare Tanrak indietro nel tempo. Si rivide a poco più di dieci anni, inginocchiato davanti al crocifisso mentre prometteva di consacrare la propria vita all’amore di Dio. Senza quell’amore, d'altronde, la vita di entrambi non avrebbe avuto alcun senso. Quando Kongdech se ne andò, lasciò dietro di sé i soliti dubbi, pronti a ridepositarsi sul fondo del cuore di Tanrak. Era bastata una conversazione da poco per riportare tutto a galla. Con gesto distratto, Tanrak sfiorò il ciondolo che portava al collo: all'interno c’era una miniatura dei suoi genitori, incisa proprio accanto a una piccola croce.
«Credo che le mie mani siano così screpolate che tra poco mi cadranno.»
La voce lo fece sobbalzare. Chiuse d'impatto il rubinetto e si voltò: davanti a lui c’era proprio la persona che aveva appena cercato di scacciare dai propri pensieri. A quanto pareva, anche le pulizie della mensa erano giunte al termine.
«Sei impegnato?», gli chiese.
«Molto impegnato…», rispose Barth a mezza voce, inclinando la testa per sbirciare attorno a sé con fare cospiratorio. Poi sfoderò un sorriso malizioso. «Intendi impegnato con il lavoro… o con qualcuno?»
A quelle parole, il viso di Tanrak andò all'istante in fiamme. «Barth!»
«Sì, signore!»
«Ma cosa stai dicendo?»
«Solo la verità!»
Barth scoppiò a ridere, visibilmente appagato dalla propria provocazione. Ma la sua vittoria durò ben poco: Tanrak finse di sciacquarsi le mani e, approfittando della vicinanza, gli schizzò addosso una manciata d'acqua.
Il ragazzo ridacchiò ancora più forte, divertito da matti. «Ehi, ma che fai? Ho appena finito di lavare per terra!»
«È la punizione per chi parla troppo.»
La vittima però non aveva alcuna intenzione di incassare il colpo. Afferrò la maglietta bagnata e cominciò a strofinarla addosso al responsabile di quell'agguato. Tanrak provò subito a retrocedere, ma ormai era troppo tardi.
«Lasciami! Ma che ti salta in mente?», protestò.
«Guarda che hai cominciato tu», ribatté Barth senza mollare la presa.
«No, così non vale!»
«Senti da che pulpito! Prima attacchi briga e poi dici che non ti va più di giocare?», ridacchiò l'altro, incalzandolo.
Tanrak alzò le mani in segno di resa, ma Barth non aveva alcuna intenzione di concedergli tregua: gli passò un braccio attorno alle spalle, stringendolo a sé con forza. Sfruttando un attimo di distrazione, Tanrak riuscì a divincolarsi e a darsela a gambe. Barth non si diede per vinto e si lanciò al suo inseguimento fino alla mensa, ormai quasi deserta.
«Ragazzi, che state facendo?»
La voce, per quanto calma, bastò a pietrificarli sul posto. Tanrak deglutì, la gola d'un tratto arida. Anche senza voltarsi sapeva benissimo di chi si trattasse.
«Maestro.»
Tanrak fu il primo a girarsi, chinando subito il capo con aria colpevole, mentre Barth univa in fretta le mani al petto in un saluto di rispetto un po' goffo. Davanti a loro c’era il responsabile del seminario. A giudicare da dove si trovava — a due passi dai lavelli in fondo alla sala — era fin troppo chiaro che stesse assistendo alla scena già da un pezzo.
«La mensa non è un parco giochi.»
«Ci dispiace», mormorò Barth.
«Se avete tanta energia da spendere, andate a fare sport. Ma non correte in giro», fece una breve pausa. «Qual è il vostro ruolo?»
Non era un rimprovero. Eppure, proprio per questo, quella domanda rese l'atmosfera insostenibilmente imbarazzante — specialmente per Tanrak che, in veste di capoclasse, avrebbe dovuto dare l'esempio e sorvegliare gli altri.
«Novizi», rispose Tanrak per primo, sforzandosi di mantenere la voce ferma.
«Novizi», gli fece eco subito dopo Barth.
Il maestro annuì. Non sembrava infuriato, quanto piuttosto segnato da un’espressione tra il disappunto e una stanca rassegnazione.
«Proprio perché siete novizi, dovreste mostrare maggiore compostezza.» Sospirò, lasciando cadere qualche secondo di silenzio. «Visto che vi avanzano così tante energie, andate a pulire la cappella. Consideratelo un modo decisamente più adatto per farne un po' di movimento.»
Impartita la punizione, il sacerdote si voltò e si allontanò. Tanrak e Barth non poterono fare altro che annuire in silenzio. Solo quando i suoi passi si persero lungo il corridoio, entrambi lasciarono andare un lungo sospiro. Non restava loro che incamminarsi verso la cappella, il luogo in cui i novizi si raccoglievano ogni giorno per le preghiere del mattino e della sera.
«Non sembra nemmeno sporca», borbottò Barth.
Tanrak era dello stesso avviso. Prima della pausa festiva, infatti, Padre Anan aveva già organizzato una pulizia generale con tutti i ragazzi.
«Non protestare… pulisci e basta», lo riprese Tanrak, avviandosi verso il ripostiglio a prendere l'occorrente. Barth, intanto, insisteva di poter fare da solo e che non gli serviva aiuto per portare i secchi.
«Barth…», accennò Tanrak, ma le parole gli morirono in gola.
Rientrando nella cappella, notarono che dalla porta socchiusa filtrava un unico, nitido raggio di sole. Quel fascio tagliava la penombra fino a illuminare il Cristo sulla croce, eretto sull'altare di legno. Mentre Barth si spostava in un angolo per pulire sotto le vetrate, dove i riflessi disegnavano ombre leggere sul pavimento, Tanrak rimase immobile. Quell'immagine gli apparve come un presagio, destinato a incidersi a fuoco nella sua memoria: da un lato il cammino verso Cristo e il perdono; dall'altro, accanto a lui, un ragazzo la cui ombra sembrava scivolare sempre più lontana dalla luce.
«Che succede?», domandò Barth, avvicinandosi.
Ma anziché la pace o l'amore che avrebbe dovuto provare in quel luogo sacro, Tanrak venne travolto da un vortice di dubbi contrastanti. Sentì una paura quasi fisica nel sostenere lo sguardo del Redentore che lo fissava dall'alto. Lasciò cadere a terra la scopa e il mocio e si voltò di scatto, pronto a fuggire da quella realtà soffocante che lo stava schiacciando. Ma una mano lo fermò. Una presa salda, decisa. Tanrak abbassò lo sguardo su quelle dita: era la mano di chi portava il nome di un apostolo. Un'ondata di senso di colpa lo travolse del tutto. Tra di loro rimase sospeso soltanto uno sguardo implorante, denso di parole non dette. Poi Tanrak si ritrasse, allontanandosi. Sempre più lontano, mentre la luce scesa dall'alto sembrava arrendersi lentamente al buio.