San Simone lo Zelota.
Parte 3.
I seminari assumono un'atmosfera del tutto diversa quando si svuotano degli studenti. I dormitori dei giovani novizi sono enormi stanzoni, simili a più aule collegate tra loro. Su entrambi i lati si allineano i letti, lasciando al centro solo uno stretto corridoio per muoversi. Le camerate sono divise per anno di corso e ai ragazzi è severamente vietato spostare le brande, per non parlare del curiosare nei dormitori degli altri anni. In condizioni normali, i letti di Tanrak e Barth si trovavano agli estremi opposti della camerata. Tanrak, in qualità di capoclasse, occupava quello vicino all'ingresso, in modo da poter aiutare i maestri a sorvegliare la stanza e mantenere l'ordine. Barth, invece, essendo l'ultimo arrivato, era stato assegnato all'angolo più lontano — il posto che nessuno voleva, perché costringeva a percorrere ogni volta l'intero stanzone. Tanrak riusciva a scorgere l'amico in fondo alla camerata, ma la distanza era troppa per poter chiacchierare. Se avevano bisogno di dirsi qualcosa dovevano avvicinarsi, anche se accadeva di rado.
«Ehi, Sorn ha spostato il letto!», esclamò Barth non appena rientrarono in stanza.
Tanrak seguì il suo sguardo e notò che, dei circa trenta studenti del loro anno, ne erano rimasti appena cinque.
«Beh... ci sta. In fondo siamo in vacanza», commentò Tanrak, cercando di mantenere il suo ruolo di capoclasse. «Comunque gli altri si sono spostati tutti sul lato interno. Lì ci sono le finestre grandi ed è noto che sia il punto più freddo della stanza.»
«Allora mi sposto anch'io.»
«Fai come vuoi», poi aggiunse. «Ricordo che l'anno scorso il maestro venne a controllare le stanze a tarda notte durante una pausa lunga come questa. Gli studenti si erano messi vicini perché c'era poca gente, e lui non disse una parola.»
«Te l'avevo detto, signor capoclasse», ridacchiò Barth, allontanandosi verso il proprio letto. Poco dopo tornò indietro con cuscino e coperta al seguito.
Inizialmente Tanrak pensava che l'amico avrebbe scelto un posto vicino alla porta d'ingresso, dove la brezza girava piacevolmente.
«Questo è perfetto!»
Contrariamente alle aspettative, Barth superò il posto migliore e andò dritto nella branda accanto all'ingresso, lanciando cuscino e coperta sul letto a castello superiore. Tanrak non avrebbe sussultato, se non fosse che lui occupava proprio il letto di sotto.
«Barth!»
«Che c'è?», lo sbeffeggiò l'altro con un tono di finta sfida, anche se nel suo atteggiamento non c'era alcuna reale cattiveria.
«Siamo appena stati puniti dal maestro e hai ancora voglia di scherzare?», brontolò Tanrak.
Sulle prime Barth non rispose. S’arrampicò con calma lungo la scaletta fino al letto superiore, poi sporse la testa verso il basso.
«Non sto scherzando, mi sono solo trasferito a dormire qui.»
Tanrak poté solo scuotere il capo. «E va bene. Ma se il maestro se ne accorge, finirà di nuovo per sgridarci.»
«E per cosa dovrebbe sgridarci? Mica stiamo correndo per la stanza. Ci siamo solo messi un po' più vicini.»
Barth ridacchiò, e Tanrak aprì la bocca per ribattere ancora. Ma in un attimo — un brevissimo istante — lo sguardo dell'altro cambiò. Vi affiorò un'ombra di malinconia, la luce fragile di chi ha solo paura di restare solo nel silenzio della notte.
«Non protestare, dai», disse Barth con voce più dolce. Si portò un dito sulle labbra e poi lo allungò lentamente verso il basso dal letto superiore.
Tanrak osservò quel gesto come ipnotizzato. Senza neanche capire il perché, stese a sua volta l'indice verso quello dell'altro, fino a far sfiorare i polpastrelli.
«Buonanotte», sussurrò Barth.
«Buonanotte», rispose Tanrak in un soffio, che parve rimbombare nell'oscurità di quella notte fredda e solitaria.
Nelle ore successive, Tanrak continuò a girarsi e rigirarsi tra le lenzuola senza riuscire a prender sonno. Non sapeva nemmeno lui il perché. Da sopra, sentiva la cuccetta di Barth oscillare ad ogni suo movimento, inquieta proprio come la sua. Continuava a perdersi nel labirinto dei propri dubbi. Mosso da un desiderio profondo e incomprensibile, Tanrak sollevò il proprio indice e vi depose un bacio d'estrema delicatezza.
Ora dunque rimangono queste tre cose: la fede, la speranza e la carità. Ma la più grande di tutte è la carità.
— 1 Corinzi 13,13
Se davvero esistono tre cose che sorreggono il mondo, dovevano essere proprio la fede, la speranza e l’amore. Abbandonandosi a quelle parole senza farsi domande, il giovane lasciò che i pensieri scorressero senza una meta precisa. Ripercorsero ogni istante trascorso con Barth: dalla battaglia d’acqua in mensa alla quiete della cappella, dal letto a castello fino a quel luogo sacro che custodiva nel profondo del cuore. In quel momento, Tanrak si trovava infatti in una chiesa distante dal seminario. Padre Anan aveva avuto un impegno improvviso e aveva incaricato i ragazzi di presenziare alla Messa al suo posto.
«Agnello di Dio, che togli i peccati del mondo, abbi pietà di noi. Agnello di Dio, che togli i peccati del mondo, abbi pietà di noi. Agnello di Dio, che togli i peccati del mondo, dona a noi la pace.»
L'eco delle preghiere risuonava solenne tra le navate. Tanrak, in abiti civili, se ne stava in disparte in un angolo della cattedrale. Se si fosse trovato nella cappella della scuola, a lui e agli altri novizi sarebbe stato assegnato un compito per servire all'altare; ma quel giorno era lì semplicemente come un fedele tra i tanti.
«Il Signore sia con voi», proclamò il sacerdote. E la comunità rispose ad una voce: «E con il tuo spirito.»
Tanrak era spalla a spalla con Barth, osservando lo svolgersi della messa in quella tranquilla mattina di domenica. Davanti a loro si stagliava la solennità della cattedrale, sovrastata dallo sguardo benevolo del Figlio e, sopra di Lui, dal Padre creatore di ogni cosa. Mentre il sacerdote celebrava la Messa, Tanrak osservava la scena rapito da un senso di profonda meraviglia. Per un attimo avvertì una strana arsura alla gola, una ruvidezza improvvisa, come se il corpo avesse perso d'un tratto la capacità di percepire ogni sapore.
«Beati gli invitati alla cena del Signore: ecco l'Agnello di Dio, che toglie i peccati del mondo», disse il celebrante. E i fedeli risposero all'unisono: «O Signore, non sono degno di partecipare alla tua mensa: ma dì soltanto una parola e io sarò salvato.»
Ebbe così inizio il rito della Comunione. I fedeli si incolonnarono devoti per accogliere l'Eucaristia e far dimora della presenza di Dio, affinché guidasse le loro esistenze nell'amore e nella pace. Perché l'amore, in fondo, era la cosa più importante.
«Il Corpo di Cristo», ripeteva il sacerdote. «Amen», rispondeva ciascuno.
Tanrak e Barth si inserirono insieme nella lunga fila, procedendo in un silenzio denso. Il ragazzo osservava ogni fedele ricevere l'ostia — il corpo offerto del Figlio — come nutrimento per l'anima, mentre le preghiere e i canti solenni riempivano la vastità della cattedrale.
«Barth…» sussurrò Tanrak.
«Tanrak…» rispose Barth con la stessa dolcezza.
Tra loro le parole avevano ormai perso importanza. Bastava pronunciarsi il nome per dirsi molto più di quanto qualsiasi frase avrebbe mai potuto esprimere. Chi si accostava all’Eucaristia doveva essere libero da ogni colpa; per questo, prima della celebrazione, la Chiesa offriva ai fedeli la possibilità di riconciliarsi con Dio attraverso il sacramento della confessione. Mentre la fila avanzava sempre più velocemente, Tanrak fu assalito da un’angoscia improvvisa. Non dubitava soltanto di ciò che stava vivendo, ma anche della propria purezza e di quella del ragazzo al suo fianco. Erano davvero degni di accogliere il corpo di Cristo? E, se lo erano in quel momento, quella purezza sarebbe sopravvissuta anche dopo averlo ricevuto?
Il respiro di entrambi si fece più corto, come se un peso invisibile si fosse posato sui loro petti. Poi, quasi senza rendersene conto, le loro mani si cercarono di nuovo, sfiorandosi appena con la punta degli indici.
Nell'amore non c'è timore, al contrario l'amore perfetto scaccia il timore.
— 1 Giovanni 4,18
«Barth…» mormorò di nuovo Tanrak.
«Tanrak…» rispose l’altro.
Si chiamarono ancora, senza un vero motivo, ritrovandosi con le dita intrecciate, incapaci di sciogliere quel legame. Fu allora che presero una decisione. Voltarono le spalle alla fila per la Comunione, al Corpo di Cristo e alle sacre immagini del Padre. Tanrak e Barth voltarono le spalle perfino al Redentore crocifisso, il cui sguardo sembrava seguirli dall’alto della croce. Senza lasciarsi la mano, avanzarono lentamente in direzione opposta, facendosi largo tra i fedeli che procedevano verso l’altare. A ogni passo, la distanza che li separava da Dio sembrava farsi sempre più incolmabile. Tanrak fu travolto da un senso di libertà. E lo stesso accadde a Barth — una libertà dolce e amara al tempo stesso, impossibile da comprendere per chiunque non l'avesse provata sulla propria pelle. Davanti a loro, oltre il maestoso portale della chiesa, la luce del giorno inondava il mondo esterno. Un mondo che, in quell’istante, sembrava sottrarsi alle leggi della morale…
…e perfino alla Sua infinita misericordia.