San Simone lo Zelota.
Parte 4.
Tutto si faccia tra voi nella carità. — 1 Corinzi 16,14
Tanrak era seduto sul sellino posteriore della moto. L'asfalto si srotolava all'infinito, stretto tra distese di campi di riso dorato. Barth spingeva sull'acceleratore, sfrecciando sotto un sole cocente verso una campagna desolata che, tuttavia, non trasmetteva alcuna solitudine. Il vento soffiava caldo, sollevando ai margini della strada una polvere che danzava come fumo. Tanrak si strinse alla vita di Barth, strappandogli una risata dolce e al contempo amara. Le gomme stridettero leggermente sull'asfalto prima che la moto imboccasse un sentiero stretto e ombroso, custodito dalla chioma maestosa degli alberi della pioggia. Barth parcheggiò, scese e tese la mano a Tanrak. Poi, l'uno accanto all'altro, i due si addentrarono nel giardino segreto che si apriva davanti ai loro occhi. Quel passaggio angusto non era particolarmente curato, eppure dava l'idea di essere molto frequentato. Il continuo calpestio aveva scavato piccoli pendii tra i terrapieni e la fitta vegetazione della foresta. Il fragore dell'acqua poco distante infondeva una sorprendente sensazione di pace, mentre una brezza fresca saliva dall'interno del bosco, portando con sé l'odore pungente dell'erba e l'aroma d'argilla che li avvolse.
«Attento...» lo ammonì Barth, che gli apriva la strada. Lungo i margini del sentiero non c'era quasi nulla a cui aggrapparsi.
Il terreno, costellato di ciottoli, era duro e compatto, ma bastava un passo falso fuori dalla traccia per ritrovarsi su un suolo morbido e scivoloso, capace di far perdere l'equilibrio in un attimo. Barth si voltò verso di lui con un'espressione apprensiva.
«Manca ancora molto?» chiese Tanrak.
«No, manca poco» rispose l'altro.
Il sudore colava sul viso di Tanrak, che avanzava affannato, poco abituato a uno sforzo fisico simile. Come seminarista gli capitava di svolgere lavori faticosi, ma mai sotto un caldo così soffocante. La sua pelle sensibile non tollerava bene le alte temperature e la sensazione del sudore gli dava da sempre un certo fastidio.
«Siamo arrivati!»
Barth, che spinto dalla fretta era andato avanti di una decina di passi per controllare l'incrocio, si voltò a chiamarlo, facendogli cenno di affrettarsi. Tanrak lo raggiunse a fatica e, fermandosi un istante per riprendere fiato, si diede una sistemata.
«Sono ridotto male?» chiese.
«No, sei bellissimo.»
Barth rispose con un'allegria spontanea, e la scintilla nei suoi occhi confermò che non c'era alcuna ombra di presa in giro. Rincuorato, Tanrak si riassestò ancora un momento per raccogliere le forze, pronto a seguirlo oltre l'ingresso.
«E poi sarei io quello che puzza di sudore...» lo stuzzicò Barth, vedendolo in quelle condizioni. «Stai sudando così tanto solo per due passi a piedi?»
Tanrak si lasciò cadere a terra, scuotendo la testa, e prese un profondo respiro prima di ribattere. «Non mi sono accasciato per la fatica, ma per il caldo. Semplicemente non lo sopporto.»
Guardandosi intorno, tirò un altro lungo sospiro. Il posto in cui Barth lo aveva condotto era una piccola cascata, celata agli sguardi da un prato d’erba e dalle distese di risaie. Non era stata una camminata vera e propria — un ventina di minuti, mezz'ora al massimo — e per lo più all'ombra, anche se l'aria pesava per via di un'afa insolita. Davanti a loro si apriva uno specchio d'acqua, né troppo grande né troppo piccolo, che infondeva un'immediata sensazione di freschezza al solo guardarlo. La trasparenza limpida del fondale era un invito irresistibile a tuffare una mano per scoprirne la temperatura. Quel luogo appartato sembrava un angolo di paradiso, rimasto miracolosamente intatto e lontano dal resto del mondo.
«L'acqua è freddissima» disse Tanrak non appena la sfiorò, spruzzandosene subito un po' sul viso accaldato. Barth, incuriosito, immerse le mani a coppa e si bagnò a sua volta.
«È un posto bellissimo. Come hai fatto a trovarlo?»
«Mia madre mi ci portava sempre...» Barth s'interruppe, lasciando vagare lo sguardo lontano. «...quando stavamo ancora insieme.»
Anziché rifugiarsi in frasi di circostanza, Tanrak preferì tacere, avvertendo il brusco cambio d'atmosfera. La sua mente iniziò a rincorrere i ricordi, cercando di ricucire quanto Barth gli avesse raccontato in passato sui propri genitori: la profonda fede cristiana, le crepe insanabili, il risentimento e quel matrimonio sgretolato che non voleva saperne di essere annullato.
«Tua madre... è ancora viva, vero?» azzardò Tanrak con voce fievole.
«Mia madre è... in prigione.»
La voce di Barth si incrinò, tradendo tutto il dolore trattenuto a stento. A Tanrak non servirono altre parole: gli si avvicinò e lo strinse in un abbraccio, cercando di trasmettergli tutto il proprio conforto. Barth affondò il viso in quel petto caldo, come a voler sfuggire agli interrogativi negli occhi del ragazzo. Tanrak sentì le lacrime bagnargli la maglietta. Sciolse piano la presa, prese delicatamente il viso di Barth tra le mani e gli baciò la fronte. Non avrebbe saputo spiegarne il motivo, ma l'istinto gli diceva che era la cosa giusta da fare. Barth lo abbracciò di nuovo, stringendosi a lui per un tempo che parve infinito e al contempo fugace come un soffio. Poi, con un filo di voce, il ragazzo iniziò a raccontare la sua storia — l'ultimo capitolo di quel lungo viaggio che lo aveva condotto fin lì.
«Mio padre scoprì che mi piacevano gli uomini» confessò Barth, tenendo lo sguardo basso. «Non la prese bene. Era un uomo severo… convinto che Dio avesse creato soltanto l’uomo e la donna.»
Tanrak si limitò ad annuire, lasciandogli tutto il tempo per sfogarsi.
«Un giorno, quando tornai a casa, lo trovai ad aspettarmi. Mi disse che aveva letto di nascosto il mio diario e aveva scoperto tutto quello che avevo scritto.»
«Non devi raccontarmelo per forza, se ti fa stare male» lo interruppe Tanrak con dolcezza.
Barth si fermò un istante per fare un respiro profondo, lottando contro il tremore della propria voce, prima di riprendere a parlare.
«Mio padre era di nuovo fuori di sé, ma quella volta non se la prese con mia madre. Se la prese con me.» Barth deglutì a fatica. «Non riuscivo a fermarlo. Mi inginocchiai, unii le mani e lo implorai di smetterla, ma lui non volle ascoltarmi. Fu allora che mia madre intervenne… e questo non fece altro che farlo infuriare ancora di più.»
«Tranquillo… fai con calma» mormorò Tanrak, vedendolo di nuovo sul punto di crollare.
Questa volta, però, non lo interruppe. Capiva che quello sfogo gli era necessario… o forse era lui a desiderare, in silenzio, di oltrepassare quel muro che Barth non aveva mai permesso a nessuno di superare.
«Mia madre mi abbracciò fortissimo. Mio padre era ormai fuori di sé. Si precipitò verso la cassaforte… e ne tirò fuori una pistola.»
Le parole gli morirono in gola. Tra loro calò un silenzio, così fitto che entrambi sembrarono dimenticare persino come si respirasse.
«Quando vidi l’arma, mi lanciai per cercare di prendergliela. Sapevo che, in quello stato, avrebbe sparato senza esitare. Mi colpì al volto con il calcio della pistola, facendomi crollare a terra, poi me la puntò di nuovo contro.»
Tanrak ascoltava senza sapere cosa dire, con le mani tremanti, mentre nella mente gli si prefigurava la violenza di quella scena.
«Fu allora che mia madre afferrò una statuetta di un santo che era lì vicino e lo colpì alla testa con tutta la forza che aveva, sperando di farlo svenire. La pistola gli cadde di mano, ma non perse i sensi. Quando si rialzò, urlò che ci avrebbe ammazzati entrambi», Barth fece una pausa spezzata. «Mia madre afferrò la pistola e gli sparò per prima. Se non l’avesse fatto, non ci avrebbe lasciati vivi. In quel momento ci avrebbe uccisi entrambi.»
La voce di Barth si abbassò, come se il ricordo di quella tragedia gli stesse lacerando di nuovo l'anima, lasciando riemergere un dolore antico e mai del tutto guarito.
«Mia madre è stata accusata di omicidio preterintenzionale. Il pubblico ministero sostiene che, se fosse stato davvero un caso di legittima difesa, non ci sarebbe stato bisogno di usare un’arma da fuoco. Ora è in custodia cautelare, in attesa del processo. Vorrei pagare la cauzione per farla uscire, ma non ho abbastanza soldi… Non posso fare nulla per aiutarla.»
Barth si interrompette un istante prima di aggiungere l'ultimo, amaro tassello.
«E non solo non sono riuscito a proteggerla, ma le ho persino procurato altri guai. La notizia che mia madre aveva ucciso mio padre arrivò anche a scuola. Qualche bastardo iniziò a tormentarmi, dandomi del gay e dicendo che era tutta colpa mia se lei era finita in prigione. È così che sono finito qui… quasi senza rendermene conto.»
Tra loro scese un lungo silenzio. Barth aveva finalmente svuotato il cuore di quel peso che si portava dentro da anni. Si sfilarono le magliette inzuppate di sudore e, dopo essersi scambiati uno sguardo d'intesa, voltarono gli occhi verso lo specchio d'acqua limpida. Una brezza fresca e rigenerante saliva dalla cascata, invitandoli a entrare; immergersi vestiti, però, avrebbe reso impossibile il rientro. Così, senza fretta, si spogliarono un capo alla volta, fino a rimanere nudi, prima di muovere i primi passi sulla terra soffice e scivolare nell'acqua di quel giardino segreto.
Nell'amore non c'è timore. — 1 Giovanni 4,18
«Pensi che ci sia una possibilità per noi… di essere qualcosa di più di semplici amici?» chiese Barth.
«Sì… se è questo che desideriamo entrambi…» rispose Tanrak.
Mentre parlava, le mani ruvide di Barth gli sfilarono con estrema delicatezza il ciondolo a forma di croce dal collo, per poi adagiarlo con cura accanto ai vestiti asciutti. Si baciarono. Fu un contatto cercato con disperazione, quasi fosse l’unico modo per riscattare tutti i loro peccati.
L'amore poteva davvero essere un peccato?
Tanrak non conosceva la risposta. Capì soltanto che avrebbe dovuto lasciare che fosse il tempo a guidarlo, permettendo alle domande e alle risposte di trovare, poco a poco, la loro strada. Si chinò e posò un bacio delicato sul punto in cui Barth era stato ferito. Fu una silenziosa confessione d’amore, affidata alla pelle più che alle parole. Poi le loro labbra si cercarono ancora, senza più nulla a dividerle, al riparo dalle rigide convenzioni del mondo esterno. Lì, in quel giardino segreto, una storia destinata a restare nascosta muoveva i suoi primi passi, inconsapevole di quanto sarebbe cresciuta. Giusto o sbagliato… Tanrak non lo sapeva. Opportuno o inopportuno… non gli importava più. La dolcezza di Barth e il suo profumo bastavano a mettere a tacere ogni dubbio. Sentiva che avrebbe dovuto pagare un prezzo altissimo nella vita pur di tenersi stretto quel legame inaspettato, ma — maledizione — ne valeva ogni singolo istante. Le loro labbra, colme di un desiderio trattenuto troppo a lungo, sembravano essersi cercate da sempre. Per un attimo, Tanrak avvertì il calore di una famiglia che gli mancava da anni, una casa di cui aveva perfino dimenticato il profumo. Il ragazzo davanti a lui era proprio questo: una casa. Un rifugio che attende solo il tuo ritorno, il luogo del cuore a cui appartieni. Se all’inizio quel gesto gli era sembrato un peccato troppo grande, quel calore si trasformò a poco a poco in un sollievo profondo. Tanrak si abbandonò completamente al petto di Barth, affidandosi a lui senza alcuna riserva, mentre le loro labbra continuavano a cercarsi, sussurrandosi ciò che nessuna parola avrebbe mai saputo dire. Un bacio seguì l’altro, come se volessero imprimere quell’istante nell’eternità: un bacio per suggellare il loro amore, uno per oltrepassare il confine dell’amicizia, un altro ancora per rinascere in qualcosa di completamente nuovo. Da quel momento, tra loro non esisteva più soltanto l’amicizia.