Giuda Iscariota.
Parte 1.
L’inizio dell’anno nuovo portava con sé il progressivo rientro dei seminaristi. Era un ritorno ben diverso rispetto al momento della partenza: se all’inizio delle vacanze gli studenti se ne andavano alla spicciolata — chi prima di Natale, chi subito dopo —, ora rientravano quasi tutti insieme. Subito dopo Capodanno, infatti, si teneva la consueta assemblea tra genitori e insegnanti: un’occasione in cui le famiglie riaccompagnavano i figli nella vita comunitaria e ne approfittavano per ritrovarsi. Tanrak e Barth arrivarono nella sala riunioni un po’ più tardi del previsto. I novizi che non erano tornati a casa per le feste avevano ritmi ben precisi da rispettare, e quel mattino la preghiera si era prolungata più del solito, facendo slittare tutto il resto. Chi era appena rientrato in istituto con la famiglia, invece, si godeva l'attesa chiacchierando con i propri genitori. Tanrak cercò con lo sguardo il suo migliore amico e, non appena lo individuò, gli fece un cenno, per poi rivolgere un profondo inchino di rispetto a sua madre. Subito dopo, i due ragazzi si avviarono verso le sedie vuote accanto a Kongdech e alla donna.
«Come sta andando, Tanrak caro? Pensi che riuscirai a continuare fino al seminario maggiore?», gli sussurrò la madre di Kongdech mentre aspettavano che il parroco desse inizio all'incontro. Il suo volto solcato dalle rughe lasciava trasparire un'emozione persino più profonda del solito.
Tanrak deglutì a fatica, avvertendo un nodo d'amarezza in gola, e distolse lo sguardo per fissare il piccolo crocifisso davanti a loro.
«A dire il vero non ci ho ancora pensato, signora,» rispose con sincera umiltà. «Il percorso da seminarista parte dal seminario minore, che copre le medie e le superiori. Poi, per chi supera questa fase, ci sono uno o due anni di seminario intermedio. Solo a quel punto si entra al seminario maggiore Saengtham, dove ci si prepara a diventare sacerdoti a tutti gli effetti.»
«Ti affido il mio Kongdech, caro. Spero davvero che potrete fare questo passo insieme e ritrovarvi anche al seminario maggiore.»
«Si, signora.»
Di norma, dopo la maturità, i novizi restavano al seminario per altri due anni nel ruolo di educatori per i ragazzi più piccoli. Non era comunque una regola fissa; se il gruppo di aspiranti era numeroso, ad alcuni veniva concesso di saltare quel passaggio e accedere subito al seminario intermedio.
«A quanto pare, quest'anno Padre Anan permetterà ad alcuni di noi di passare direttamente al seminario maggiore,» mormorò Kongdech. Ma prima che potesse aggiungere altro, la figura di Padre Anan varcò la soglia della sala, facendo calare un silenzio immediato su ogni conversazione. La riunione proseguì con i resoconti sulla condotta dei novizi, raccomandazioni ai tutori e qualche cenno sul futuro dei ragazzi.
«E con questo veniamo al punto più importante del nostro incontro,» annunciò Padre Anan, una volta sbrigate le comunicazioni di routine.
Un silenzio pesante si abbatté d'un tratto sulla stanza. Tanrak avvertì una vampata d'ansia scaldargli il petto, ma vedendo che nessuno gli stava usando un'attenzione particolare, cercò di riprendere il controllo.
«Voi novizi e i vostri tutori sapete bene che tra pochi mesi il ciclo delle superiori arriverà a conclusione,» esordì il Padre, lo sguardo fermo sulla platea. «Non girerò intorno al problema. È risaputo che diversi di voi non hanno intenzione di proseguire il cammino religioso. So bene che molti si stanno spaccando la schiena sui libri per preparare i test d'ingresso all'università, e che c'è persino chi si allontana di nascosto dal dormitorio per andarli a sostenere. Ho sempre preferito chiudere un occhio, perché capisco che si tratta del vostro futuro e non ho mai voluto essere d'intralcio.»
Fece una breve pausa, prima di proseguire con tono ancora più solenne.
«A chi ha già la certezza di voler abbandonare la comunità, chiedo solo di dirmelo con la massima franchezza, così da permettermi di organizzare il trasferimento degli altri verso il seminario maggiore. Ma a chi è ancora tormentato dai dubbi, chiedo di riflettere a fondo su quanto la diocesi ha investito per la vostra formazione e il vostro sostentamento. Pensateci bene. Se dentro di voi sentite il desiderio di dedicarvi al servizio di Dio per ripagare la Sua immensa bontà, non potrò che esservi grato per non aver dimenticato ciò che Egli vi ha donato.»
Un'atmosfera tesa e soffocante calò su ogni angolo della stanza. Padre Anan non si era mai espresso con simile schiettezza. Di norma agiva come se l'ipotesi di abbandonare la vocazione non fosse nemmeno contemplabile, anche solo per evitare che qualcuno si lasciasse tentare dall’idea di andarsene. Ma per quei giovani seminaristi il momento della verità era ormai arrivato. Tentennare avrebbe solo reso le cose più difficili. Tanrak chinò la testa, schivando sia lo sguardo di Padre Anan, sia quello di Kongdech, sia gli occhi penetranti di Barth.
«Tu che intendi fare?», gli domandò Kongdech, non appena il Padre li ebbe congedati per farli tornare alla solita routine quotidiana. Anche sua madre se n'era già andata.
«In che senso?», tentò di sminuire Tanrak con un sorriso tirato.
Ma Kongdech lo fulminò con lo sguardo. «Sai benissimo a cosa mi riferisco.»
Tanrak lasciò uscire un lungo e pesante sospiro. Si era incamminato su quella strada fin da quando ne aveva memoria. Non si era mai figurato tra i banchi di un'università né intento a svolgere una professione qualunque: nei suoi pensieri si era sempre visto solo lì, con l'incensiere tra le mani, il Vangelo aperto e la voce impegnata a pronunciare l'omelia davanti ai fedeli in cattedrale. Questo almeno finché qualcuno non era piombato a stravolgergli la vita. Qualcuno arrivato in una notte tormentata, capace di mandare in frantumi ogni sua certezza. Quasi senza rendersene conto, Tanrak infilò la mano nella tracolla alla ricerca del rosario. Dentro di sé implorava in silenzio, supplicando l'aiuto della Vergine Maria.
«Non ci ho ancora pensato. Andrò dove Padre Anan riterrà più opportuno mandarmi,» rispose per tagliare corto. Tanrak sapeva bene che Kongdech voleva solo capire quale seminario avrebbe scelto, ma nei suoi occhi si leggeva un velo di profonda diffidenza.
«E comunque non farti troppi problemi per quello che ha detto mia madre. Fai di testa tua.»
Kongdech parlava mentre s'incamminavano a passo lento verso il dormitorio. Barth si era dovuto assentare per concordare un esame integrativo con il maestro, quindi non era lì con loro.
«In che senso?», chiese Tanrak, ma l'amico non rispose subito. Si bloccò a metà corridoio, infilò la mano in tasca, frugò per un istante e gli tese qualcosa.
«Ecco, il tuo rosario. Stamattina l'ho visto cadere dalla tasca di Barth davanti al bagno, solo che non sapevo bene a chi dei due doverlo restituire.»
Kongdech gli lasciò il rosario nel palmo della mano, richiudendogli le dita attorno ad esso. Poi gli voltò le spalle e si incamminò. Sul suo volto c'era un'espressione che Tanrak avrebbe preferito non dover interpretare, impastata di puro sarcasmo. Ma a ferirlo più di tutto fu quel sorriso tirato, sospeso tra la rabbia e l'amarezza: uno sguardo che non gli aveva mai visto addosso. Tanrak rimase pietrificato in mezzo al corridoio, del tutto disorientato. La mente gli si svuotò d'un tratto, invasa solo dai contorni sfocati di se stesso, di Barth e di Kongdech. Le loro voci, insieme al monologo di Padre Anan, rimbombavano nella sua testa sovrapponendosi in un frastuono assordante. Si sentiva semplicemente troppo svuotato anche solo per capire cosa fare.
«Tanrak… Tanrak… Tanrak.»
Quella sua voce sembrava raggiungerlo da una distanza infinita. Sapeva di doversi voltare, di dover rispondere, ma aveva mani e piedi paralizzati e il cuore a mille. Rimase piantato lì, lasciando che quel richiamo continuasse a rimbombargli attorno.
«Tanrak... Tanrak...»
Una presa salda sulle spalle lo strappò a quel torpore. Sbatté più volte le palpebre per scacciare le lacrime che gli velavano la vista. Quando riuscì finalmente a mettere a fuoco, vide Barth davanti a sé.
«Barth!»
«Tanrak!», esclamò l'altro, spaventato dal suo stato, guardandosi subito attorno. Ma l'ampio corridoio era completamente deserto.
Spinto da un puro istinto di sopravvivenza, Tanrak lo afferrò per un braccio e lo trascinò oltre l'angolo, lontano da sguardi indiscreti. Non sapeva nemmeno più da chi si stesse nascondendo.
«Ma che diavolo ti prende?», chiese Barth, del tutto disorientato.
Tanrak non gli rispose nemmeno. Lo spinse all’interno di uno stanzino adibito a ripostiglio per gli attrezzi delle pulizie, chiuse la porta a chiave e furono inghiottiti da un buio fitto, dove l’odore di chiuso e di polvere si intrecciava al respiro del loro amore proibito.
«Barth...» sussurrò con il fiato corto.
«Che ti prende?», mormorò la voce dell'altro nell'oscurità, lasciando trapelare una sottile urgenza. Le loro braccia si sfioravano nello spazio soffocante del ripostiglio.
«Kongdech sa tutto... Kongdech sa di noi.»
Tanrak non riuscì più a contenere il panico. Il petto gli si stringeva in una morsa, la voce tremava e la mente rincorreva ogni scenario catastrofico, prima fra tutti l'eventualità che il suo migliore amico andasse a riferire ogni cosa a Padre Anan.
«Calmati, dai, respira... calmati,» cercò di rassicurarlo Barth. «Dimmi cos'è successo. Perché dici che Kongdech sa di noi?»
Tanrak cercò di ricomporsi, per quanto le forze glielo permettessero. Il contatto con il corpo dell'altro gli restituì gradualmente un po' di lucidità. Senza mai allontanarsi da lui, gli raccontò tutto ciò che era accaduto poco prima: le frasi ambigue, la storia del rosario e l’atteggiamento insolitamente freddo con cui Kongdech lo aveva liquidato.
«Ascoltami, non puoi giungere a conclusioni affrettate solo per questo. Non metterti sulla difensiva, più ti mostri agitato, più sembrerà che tu abbia qualcosa da nascondere. La cosa migliore da fare è comportarsi normalmente, come se niente fosse.»
Barth gli posò un bacio delicato sulla fronte per scacciare la paura. Fu un gesto intriso di un affetto così profondo da travolgerlo. Il respiro affannato di Tanrak rallentò a poco a poco, fino a ritrovare il suo ritmo.
«Non preoccuparti… qualunque cosa accada, io resterò al tuo fianco.»
Si strinsero in un abbraccio, come a suggellare quel patto. Barth non gli chiedeva semplicemente di fidarsi, ma gliene dava un motivo reale. Tanrak affondò il viso nel suo petto, lasciandosi avvolgere da quel calore mentre, poco a poco, la sofferenza scivolava via nel silenzio. Forse, in momenti come quello, non esisteva rifugio più sicuro dell’amore.