Giuda Iscariota.
Parte 2.
La loro nuova storia d'amore ebbe inizio nel buio di uno stretto ripostiglio delle scope. I due ragazzi avevano stabilito di tenersi a distanza per non attirare attenzioni indiscrete: mancava poco più di un mese alla fine dell'anno scolastico e, poiché almeno Barth sperava di diplomarsi per costruirsi un futuro, un'espulsione avrebbe rovinato la vita a entrambi. Tuttavia, nessuno dei due aveva alcuna intenzione di rinunciare all'altro. Per non farsi scoprire, Tanrak e Barth decisiro di smettere di vedersi e di comunicare solo tramite bigliettini. Utilizzavano le rispettive copie della Bibbia come nascondiglio segreto per scambiarsi i messaggi. Così, mentre agli occhi di tutti sembravano essersi gradualmente allontanati, nel segreto di quella corrispondenza il loro legame si faceva ogni giorno più profondo, annullando qualsiasi distanza.
Oggi il maestro mi ha interrogato di nuovo sulla dottrina. Ma perché le preghiere della Lettera ai Corinzi sono così difficili? Quelle del Vangelo di Giovanni sono molto più facili. Ho sbagliato così tante volte che mi ha punito facendomele ricopiare cento volte.
— Nathanael
Te l’avevo detto di fare più attenzione mentre studiavi, ma tu non mi ascolti mai… Oggi Kongdech stava quasi per trovare il nostro biglietto. Per fortuna sono riuscito a nasconderlo in tempo e adesso sembra essersi tranquillizzato. Non voglio che tutto torni come prima.
— Philip
Ma figurati... uno come Kongdech se ne dimenticherà presto. Incontriamoci nel solito ripostiglio delle scope durante l'ora di studio. Bussa tre volte alla parete come segnale, proprio come facevamo una volta.
— Nathanael
Grazie per le rose. Sono bellissime, le adoro… Le ho trovate solo adesso, nascoste dentro il libro. All’inizio mi hai fatto prendere un colpo! Ma dove le hai trovate? Non dirmi che sei andato a rubarle dalla grotta della Vergine Maria!
— Philip
No! Però ci sei andato vicino… Ahah! Le ho prese dall’altare. Ormai San Valentino è alle porte e mi dispiace poterti regalare solo questo, ma ti prometto che, appena ne avrò la possibilità, ti porterò delle rose ancora più belle. P.S. Ci vediamo oggi al solito posto.
— Nathanael
Mi manchi… Mi manchi da morire.
— Philip
Perché non puoi essere libero di venire da me? Mi manchi da morire anche tu. Lo sai quanto è difficile incontrarsi ogni giorno senza poterci avvicinare, senza poterci parlare o anche solo sorriderci, quando tutto ciò che desidero è stringerti tra le braccia? Rubare qualche bacio nei pochi momenti in cui restiamo soli non è mai abbastanza, non importa quanti siano. Anche solo dieci minuti lontano da te bastano a farmi sentire la tua mancanza. Possiamo vederci? Anche solo per cinque, dieci minuti… ti prego. Continuare così mi sta consumando. Non ti manco? Non senti il bisogno di stringermi, di baciarmi? Incontriamoci al solito posto, oggi. Non so se riuscirai a venire, ma io sarò lì ad aspettarti. E continuerò ad aspettare, anche se non dovessi arrivare, finché non capiremo entrambi cosa vuol dire impazzire davvero per amore.
—Nathanael
Tanrak fissò il biglietto che teneva tra le mani con una morsa di inquietudine al petto. Trasse un profondo sospiro, incerto su cosa fare. Alla fine, infilò di nuovo la lettera tra le pagine della Bibbia, ripose il volume nell'armadietto e vi sistemò davanti i suoi libri per nasconderlo alla vista. Poi alzò lo sguardo verso l'orologio a muro: mancava ormai poco alla fine dell’ora di studio. Se Barth aveva davvero mantenuto la parola, in quel momento lo stava già aspettando nel buio soffocante del ripostiglio, chissà da quante ore. Un'ondata di preoccupazione lo travolse. Nell'ultimo periodo, le occasioni per vedersi si erano ridotte drasticamente, a differenza di prima quando riuscivano a ritagliarsi un momento quasi ogni giorno. In parte la colpa era degli esami imminenti, che li costringevano a ritmi di studio serrati, ma il vero motivo era un altro: un giorno, andando al solito appuntamento, avevano trovato un lucchetto a chiudere la porta del ripostiglio delle scope — una stanza a cui nessuno aveva mai prestato attenzione prima. Era risuonato come un avvertimento teso e velato, la prova che qualcuno sapeva per cosa venisse usato quel posto. Terrorizzato all'idea di essere scoperti, Tanrak aveva deciso di interrompere subito i loro incontri segreti.
Scusami... ho visto il biglietto solo ora. Incontriamoci domani pomeriggio nell'aula della 5ª B, nel vecchio edificio vicino alla piscina. Chi arriva prima chiuda la porta a chiave. Chi arriva dopo bussa tre volte alla parete come segnale.
— Philip
Sulle prime Tanrak fu quasi tentato di correre da Barth nel ripostiglio, ma non appena si voltò, incrociò lo sguardo di qualcuno fisso su di lui e un brivido di terrore gli gelò il sangue. Quando cercò di guardare meglio per capire di chi si trattasse, la figura era già svanita nel nulla. Non sapeva se fosse soltanto suggestione o se ci fosse davvero qualcuno a sorvegliare i loro scambi segreti. Trattenendo il fiato, infilò con discrezione il foglio nella Bibbia del compagno e si avviò verso il dormitorio, pregando in silenzio che Barth non ce l'avesse con lui per averlo lasciato ad aspettare.
Certo... ricevuto... A domani!
— Nathanael
Il sabato pomeriggio, Tanrak raggiunse il luogo dell'appuntamento. Quel vecchio edificio scolastico era ormai completamente deserto: un tempo ospitava le aule, ma con l'inaugurazione della nuova struttura gli studenti si erano trasferiti tutti, lasciando le vecchie classi abbandonate in attesa di ristrutturazione. Raggiunta l'aula della 5ª B, provò a girare la maniglia, ma la trovò serrata. Bussò tre volte in fretta e la porta di legno si spalancò, come se non aspettasse altro. Non fece in tempo a fare un passo all'interno che venne travolto dall'abbraccio disperato di Barth.
«Stavo per impazzire.»
La sua voce si spense contro la pelle di Tanrak, mentre labbra calde e delicate presero a sfiorargli la fronte, la guancia sinistra, la destra e infine le palpebre socchiuse. Non ebbe nemmeno il tempo di dire una parola: ogni pensiero svanì non appena quelle labbra si posarono sulle sue, in un bacio dal sapore dolce e amaro. Si lasciò andare del tutto, il cuore consumato dalla stessa identica sete. Per giorni aveva contato le ore e le notti che lo separavano da lui, immaginando soltanto quel momento: il sapore dei suoi baci, il calore delle sue braccia intorno a sé, la gioia di poterlo stringere finalmente senza che nulla li dividesse più.
«Anch'io...»
Barth si allontanò solo per un istante, il tempo di riprendere fiato, prima di cercare di nuovo le sue labbra con un desiderio ormai impossibile da contenere. Tanrak accolse quel bacio con la stessa urgenza, lasciando che tutti i mesi di nostalgia e desiderio trattenuti si riversassero in quell’unico, prezioso istante. I loro respiri si fecero sempre più affannosi, spezzando il silenzio della stanza. Poi, all’improvviso, un rumore insolito infranse quell’istante. Risuonò nitido alle loro orecchie, tanto da farli irrigidire. Non poteva essere frutto della loro immaginazione. Qualcuno era davvero lì.
«Arriva qualcuno! Nasconditi!»
Il sussurro di Tanrak fu un riflesso puramente istintivo. Barth, scattato a sua volta in allarme, guardò rapidamente intorno a sé e adocchiò una pila di vecchi letti ammassati su un lato dell'aula, usati ormai come deposito. Si afferrarono per mano e strisciarono sotto l'impalcatura di metallo il più in fretta possibile. Anche se la porta era chiusa dall'interno, il loro istinto diceva che chiunque stesse arrivando aveva le chiavi. Poteva trattarsi di un seminarista anziano, di un insegnante o, peggio ancora, di un sacerdote. Si afferrarono per mano e si precipitarono a nascondersi sotto l’impalcatura di metallo, cercando di fare il meno rumore possibile. Sebbene la porta fosse chiusa dall’interno, entrambi sapevano che chiunque fosse dall’altra parte aveva quasi certamente le chiavi. Poteva essere un seminarista più anziano, un insegnante o, peggio ancora, Padre Anan. Dei passi pesanti rimbombarono nel corridoio, accompagnati dal tintinnio metallico di un mazzo di chiavi. Una dopo l'altra, le aule venivano aperte e ispezionate. Poi la loro serratura scattò. Schiacciato contro il pavimento impolverato, Tanrak vedeva soltanto il lembo dei pantaloni e le scarpe dell'uomo appena entrato. Era Padre Anan. Non riusciva a spiegarsi cosa ci facesse nel vecchio edificio a quell'ora.
«Signore, accogli la mia supplica. Dammi la forza di superare questo momento e proteggimi da ogni pericolo. Amen.»
Stringendo il crocifisso che portava al collo finché le nocche non gli diventarono bianche, Tanrak mormorò una preghiera impercettibile, supplicando l'aiuto divino a fior di labbra. Quel silenzio durò meno di cinque minuti, ma a Tanrak sembrò un'eternità senza fine. Alla fine, le scarpe di Padre Anan virarono verso l'uscita e la porta fu richiusa a chiave, lasciandoli di nuovo soli. Non appena il rumore dei passi sfumò, Tanrak si gettò tra le braccia del compagno, stringendolo disperatamente prima di scoppiare in un pianto liberatorio, travolto da una tensione diventata ormai insopportabile.