Giuda Iscariota.
Parte 3.
«O Dio dal cuore sconfinato e misericordioso, guidami affinché io possa restare saldo nella fede e camminare sempre sulla retta via. Non permettere che il mio cuore si allontani da Te. O Dio dall’amore infinito, sostienimi nella lotta contro la crudeltà del peccato originale. Illumina il mio cammino con la Tua luce e conducimi verso l’eternità. Io Ti cerco, e Ti seguirò… per sempre.»
Le note dell'organo risuonavano nella vasta cattedrale rendendo ogni cosa ovattata e leggera, come se si camminasse sospesi sul cotone. Tanrak si guardava intorno meravigliato. Quello era un giorno speciale: Padre Anan aveva accompagnato un piccolo gruppo di seminaristi fuori dall'istituto per celebrare la ricorrenza della chiesa. Tanrak avanzava lungo la navata accanto a Kongdech, composto e tranquillo all'esterno, ma con il cuore invaso da un'inaspettata sensazione di gioia e meraviglia. Barth non era con loro quel giorno; era dovuto rimanere all'istituto per sostenere alcuni esami integrativi di catechismo per mettersi in pari con il programma.
«Voglio che osserviate attentamente questo seminario» disse Padre Anan, guidando i novizi lungo una parete decorata da imponenti affreschi che raffiguravano i momenti salienti della storia sacra.
«Questa struttura è nota per essere il seminario più rigoroso sul piano della disciplina, ma è anche quella che offre le opportunità migliori per chi desidera consacrare davvero la propria vita a Dio. I giovani più motivati chiedono spesso di proseguire qui i loro studi, e la direzione valuta ogni singola candidatura. È un luogo riservato a chi affronta il proprio percorso con autentica dedizione, a chi padroneggia già le lingue classiche e affronta il proprio percorso con serietà.»
Il sacerdote continuò le sue spiegazioni mostrando loro ogni angolo della chiesa con disinvoltura; più che a una celebrazione solenne, la giornata somigliava ormai a una visita d'istruzione. Tanrak si guardava attorno incantato. La cattedrale era quasi interamente scolpita in un marmo candido, su cui risaltavano le figure maestose dei grandi apostoli. A differenza degli edifici sacri tradizionali, cupi e solenni, quello spazio era inondato di luce, e dava quasi l'impressione che il Paradiso fosse lì, a portata di mano.
«Molti di voi ricorderanno il dipinto Ticket to Heaven», esordì la guida. «In realtà, l'artista trasse ispirazione per quell'opera proprio da questo luogo. Come potete notare, la chiesa sorge lontana dalla città, in una posizione talvolta molto isolata.»
Quelle parole fecero riaffiorare nella mente di Tanrak il dipinto esposto nella chiesa della sua scuola: un’imponente scalinata di un bianco accecante che conduceva al cielo, mentre ai suoi lati creature mostruose tendevano agguati agli uomini peccatori, pronte a divorarli e a impedirne l’ascesa verso la dimora di Dio.
«L'autore rimase folgorato da questo posto meraviglioso, che gli sembrò una vera e propria riproduzione del Paradiso, per quanto il cammino per arrivarci fosse costellato di ostacoli», continuò la guida. «Forse lo si potrebbe definire un riflesso del cielo... un luogo che non permette agli umani macchiati dal peccato di dimorarvi.»
Tanrak tornò a contemplare ciò che lo circondava. La struttura davanti a lui si ergeva verso un soffitto voltato così alto da sembrare una porta spalancata sull'infinito. In fondo, al centro della navata, un'ampia scalinata saliva verso l'altare, congiungendosi alla figura di Cristo, che regnava sovrana nel cuore stesso del tempio.
«Tanrak.»
Era un richiamo sussurrato: a tratti sembrava una voce umana, mentre a tratti il mormorio di un ruscello che lo attirava a sé. Tanrak deglutì a fatica, con la gola secca, poi scosse la testa nel tentativo di ritrovare la concentrazione. Accanto a lui c’era Kongdech, il suo più caro amico d’infanzia, la persona che lo aveva sempre sostenuto e incoraggiato a rimanere fedele ai propri principi.
«Ti piacerebbe stare qui?... Credo che sia un posto bellissimo in cui vivere.»
La voce di Kongdech gli giunse come un'eco lontana, senza una provenienza precisa. Tanrak corrugò la fronte, mentre quella domanda continuava a rimbombargli nella mente all'infinito, scuotendolo dentro. Si fermò a riflettere: quel richiamo che sentiva era ancora così nitido? Era chiaro come lo era stato il primo giorno?
«Tanrak,» insistette Kongdech, «vuoi ancora percorrere questa strada? Vuoi ancora riabbracciare i tuoi genitori? Vuoi ancora vivere sotto la protezione di Dio?»
Tanrak si bloccò e chiuse gli occhi, lasciando andare un lungo, pesante sospiro. La sua mente era un caos totale: una tempesta di pensieri così opprimente da impedirgli persino di respirare normalmente.
«Non mi sento bene. Vado a sedermi... non credo di farcela.»
Si giustificò così, prima di scuotere la testa e allontanarsi verso un angolo isolato della cattedrale, lasciandosi tutto alle spalle. Raggiunta una panca, affondò il viso tra le mani per un lungo momento, come a voler fermare il tempo. Ogni respiro gli lacerava il petto. Voleva soltanto resettare tutto, svuotare la testa. Tutto quello che aveva detto Kongdech era vero: quel posto era meraviglioso, un vero giardino del Paradiso. Ma lui era stanco — troppo stanco per provare ancora qualcosa.
«Allora Pietro si avvicinò e gli domandò: “Signore, se mio fratello pecca contro di me, quante volte dovrò perdonarlo? Fino a sette volte?”. Gesù gli rispose: “Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette.”»
— Matteo 18:21-22
Tanrak rientrò a scuola emotivamente esausto. Era come se il suo corpo stesse cedendo sotto il peso dello stress: avvertiva forti capogiri, faticava a respirare ed era così debole da sentirsi a un passo dal crollare ammalato.
«Tanrak... devo parlarti.»
La voce di Kongdech lo bloccò di nuovo, proprio mentre si avviava a cambiarsi per poi chiedere al maestro il permesso di andare a letto prima del tempo.
«Ehi... non mi sento per niente bene. Possiamo parlarne dopo?», cercò di prendere tempo Tanrak.
«Smettila di scappare dai problemi. Puoi fingere di stare male finché vuoi, ma le cose non si risolveranno da sole. Accetta la realtà.»
Il tono fu così duro e spietato che Tanrak sussultò.
«Ma di cosa stai parlando?» chiese, mentre il peso enorme che lo opprimeva sembrava svanire per un istante, sostituito da un improvviso brivido di terrore.
«Vuoi dirmelo tu? Magari così dimostreresti almeno un minimo di sincerità...»
«Io...»
«...Come un vero amico. O forse sono l'unico ad essermi legato così tanto?»
Tanrak fissò gli occhi di Kongdech, sopraffatto da un'insopportabile sensazione di estraneità. In quello sguardo c'erano risentimento, delusione e un'inaspettata cattiveria: sentimenti inconcepibili, provenienti dal suo più caro amico. Mandò giù un boccone amaro, sforzandosi di mantenere un'espressione neutrale.
«Di cosa stai parlando? Non capisco.»
«Davvero?... Che cosa mi stai nascondendo? Che cosa stai combinando di nascosto, alle mie spalle?» insistette Kongdech. Per un brevissimo istante, il suo sguardo sembrò supplicarlo di confessare. Ma finché c'era anche solo una minima possibilità che l'altro non sapesse davvero la verità, Tanrak doveva aggrapparvisi come a un'ultima spiaggia.
«Allora dimmi... cos'è questo?»
Kongdech era ormai divorato dalla rabbia, irriconoscibile. Infilò la mano nella borsa ed estrasse un oggetto. Tanrak pregò con tutte le sue forze che non fosse quello, ma le sue speranze crollarono all'istante. Era la Bibbia che custodiva segreti e indizi incontestabile dei loro peccati.
«Kongdech...»
«Prendilo, e dimmi cos'è.»
«Scusami...»
«Ti ho chiesto cos'è!»
Tanrak allungò le mani tremanti, ma prima che le sue dita cariche di senso di colpa potessero sfiorarlo, il suo migliore amico lasciò cadere la Bibbia di proposito. Il pesante volume impattò contro il pavimento con un rumore sordo, aprendosi di scatto e disseminando decine di foglietti tutt'intorno.
«Non me l'avevi promesso?!» urlò Kongdech, afferrandolo brutalmente per il colletto. Lacrime di pura delusione gli riempivano gli occhi. E per Tanrak non era diverso: le sue erano lacrime di profondo disprezzo verso sé stesso.
«Non mi avevi promesso che saremmo diventati frati insieme? Che saremmo diventati sacerdoti fianco a fianco? Non eri stato tu a dirmi che era solo grazie a Dio se avevi trovato la forza di andare avanti, e che Lui ti avrebbe ricongiunto ai tuoi genitori? Non mi avevi giurato che gli avresti consacrato la tua stessa vita, a qualsiasi costo...?»
La rabbia cieca di Kongdech lasciò il posto a un dolore schiacciante. Lo scuoteva con violenza mentre lo incalzava, forse sperando in una reazione, in una difesa, persino in uno scontro. Ma Tanrak non reagì: le gambe gli cedettero di schianto, incapaci di sorreggerlo. Crollò a terra sul pavimento, scosso da singhiozzi sempre più violenti e incontrollabili.
Aveva tradito il suo migliore amico... Aveva tradito la memoria dei suoi genitori... Aveva peccato contro Dio...
Tanrak pianse disperatamente, incapace di contenere quel turbine di emozioni soffocanti. La colpa, l'amore, il sacro, il proibito — tutto ciò che lo aveva lacerato in quei mesi lo aveva infine spezzato, riducendolo in mille pezzi. D'improvviso, una folata di vento attraversò il corridoio, facendo volare uno dei biglietti poco più in là. Istintivamente, Tanrak lo seguì, finché non si fermò contro un paio di pantaloni candidi e scarpe nere perfettamente lucide. Il cuore gli si fermò in gola. Alzando lentamente gli occhi, scorse la figura di Padre Anan, intento a leggere con attenzione ogni singola parola.