Giuda Iscariota.
Parte 4.
Un'atmosfera d'inquietudine opprimente avvolse il corridoio che conduceva al dormitorio dei novizi. Kongdech, intuendo la gravità del momento, raccolse in fretta la Bibbia e i biglietti sparsi a terra, infilando tutto nella borsa. Tanrak, dal canto suo, rimase pietrificato, immobile, in attesa del colpo di grazia. Padre Anan, tuttavia, non sembrava furioso come il ragazzo aveva temuto — o almeno non quanto si sarebbe aspettato chi, fino a un secondo prima, era convinto che la propria vita fosse finita. Con un gesto calmo, il sacerdote restitui il pezzetto di carta a Tanrak.
«Come sei entrato in possesso di questo scontrino? Avevi dei soldi con te?»
La domanda giunse del tutto inaspettata. Che si trattasse di un miracolo o di una beffa del destino, la folata di vento non aveva fatto volare una delle lettere d'amore tra lui e Barth, bensì la ricevuta di un minimarket poco distante dalla cattedrale.
«Nop, il responsabile del coro, stava offrendo da bere a tutti. Mi sono offerto di andare io a prendere le bibite» rispose Tanrak in totale sincerità.
Padre Anan non parve del tutto convinto. I suoi occhi si strinsero, ma alla fine decise di lasciar perdere. Ancora una volta, Tanrak ebbe la netta e inquietante sensazione che il sacerdote sapesse molto più di quanto desse a vedere, ma che scegliesse deliberatamente di tacere.
«Per cosa stavate litigando poco fa? Il baccano si sentiva fin dentro l'ufficio dell'economo.»
Padre Anan continuò con l'interrogatorio, accantonando la questione dello scontrino per ritornare sull'accesa discussione di prima. Quella domanda ricordò a Tanrak che la lite con il suo migliore amico era ancora del tutto aperta. Il ragazzo chinò il capo, e Kongdech fece lo stesso. Padre Anan studiò attentamente entrambi, ma né Tanrak né Kongdech accennarono a parlare. Alla fine, il sacerdote parve perdere la pazienza.
«Ricomponetevi», ordinò con tono d'ammonimento. «Separatevi e rimanete in silenzio fino all'ora di andare a dormire. Scegliete due posti diversi: uno vada nella cappella piccola e l'altro nell'aula di catechismo.»
Tanrak e Kongdech giunsero le mani nel consueto gesto di rispetto e di scusa, senza azzardare alcuna giustificazione.
«Andate. Se restate insieme, non farete altro che peggiorare le cose. Prendetevi del tempo per ritrovare la lucidità. Parlate con Dio e riflettete se sia stato giusto lasciarvi dominare dall’impulsività.»
Padre Anan ribadì l'ordine, spingendo i due a scambiarsi un rapido sguardo. Senza dire una parola, Tanrak si avviò per primo verso la piccola cappella, mentre Kongdech prendeva la direzione opposta verso l'aula. Solo dopo averli visti allontanarsi, il sacerdote voltò le spalle e riprese la sua strada.
«Nel nome del Padre,» mormorò Tanrak toccandosi la fronte, «e del Figlio,» sfiorandosi il petto, «e dello Spirito Santo,» passando dalla spalla sinistra a quella destra.«Amen.»
Si inginocchiò davanti all'altare. La piccola cappella era immersa in un silenzio assoluto, ormai svuotata delle preghiere serali e del passaggio dei fedeli. In alto, proprio sopra di lui, si ergeva la statua di Cristo. Per un istante, la mente di Tanrak fu travolta dai ricordi di un passato lontano. L'odore acre di bruciato e il senso devastante di perdita gli risalirono alla gola, accompagnati dall'eco di un pianto ininterrotto e dal profumo penetrante dell'incenso — l'origine di tutto.
«Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.»
La voce acuta di un bambino ruppe il silenzio. Tanrak non aveva ancora dieci anni e dondolava con tutta la forza che aveva in corpo un pesante incensiere metallico. I granelli di incenso ancora incandescenti si disperdevano tutt'intorno, in un fumo confuso e lontano dalla grazia solenne delle Messe solenni.
«Padre nostro... fai che questo bambino si ricongiunga ai suoi genitori. Fai che possa ritrovare i suoi genitori...»
Il piccolo mormorava la sua preghiera come meglio poteva. Da piccolo aveva sentito dire che l'incenso serviva per far salire le preghiere fino a Dio, e che per questo i sacerdoti lo usavano durante i riti. Così, ogni sera, s'intrufolava di nascosto nella cappella deserta per provare a parlare direttamente con Dio.
«Vuoi rivedere i tuoi genitori?» chiese una voce.
«Sì... voglio rivederli.»
Invece di rispondere direttamente a Dio, il bambino parlò a un uomo in veste bianca che i suoi occhi vedevano come un angelo sceso a rappresentarlo. Padre Anan gli sorrise con dolcezza, accarezzandogli il capo con compassione. Il piccolo non provava alcuna paura: ricordava chiaramente che quel sacerdote era stato un caro amico di suo padre.
«I tuoi genitori hanno lasciato questo mondo» continuò il sacerdote. «Ma li rivedrai nel giorno del Giudizio Finale. Se sarai un bambino buono, proprio come lo sono stati loro, potrai riabbracciarli e restare accanto a Dio per sempre.»
«Voglio essere una brava persona... come la mia mamma e il mio papà» rispose il piccolo con speranza.
Quello fu l'inizio di tutto, l'avvio del suo lungo e rigoroso cammino da novizio. Da quel giorno Tanrak aveva iniziato a indossare la veste bianca, a stringere la Bibbia ogni domenica tra le mani e a sbirciare da dietro l'altare i tanti fedeli che accorrevano in devozione.
«Perdonami, Padre...»
Tanrak sussurrò la preghiera, pur consapevole di non meritare alcun perdono. Aveva commesso troppi errori e i suoi principi morali erano ormai ridotti in cenere. Si sentiva intrappolato in un inferno senza via d'uscita, costretto a mordersi le labbra davanti a una verità umiliante che lo stava facendo impazzire. Stringendo con forza il tessuto dell'abito da novizio, afferrò il crocifisso che teneva nascosto sotto la veste — il medaglione che all'interno custodiva la foto dei suoi genitori insieme a lui. Il suo sguardo smarrito vagò nella penombra prima di posarsi sul piccolo confessionale. Di norma, tutti i seminaristi partecipavano alla Messa e si confessavano nella cattedrale principale del complesso. Tuttavia, quella piccola cappella era provvista di un proprio confessionale e di una saletta riservata, utilizzata per i colloqui più delicati o urgenti con i superiori. Spinto da una risoluzione disperata, Tanrak si incamminò a passi rapidi verso la stanza, sollevò la cornetta del telefono interno e compose il numero per segnalare che aveva bisogno urgente di parlare con qualcuno.
«Dio sia con te.»
Tanrak dovette attendere a lungo prima che la grata in legno che separava il penitente dal confessore si aprisse. La voce che risuonò al di là del divisorio fu però l'ultima che avrebbe voluto sentire: la voce di Padre Anan.
«E con il tuo spirito...» balbettò Tanrak, incapace di contenere oltre l'angoscia che lo divorava. «Padre, mi benedica, perché non so... non so se ciò che ho fatto sia un peccato.»
«Che cosa credi di aver fatto che possa essere un peccato?»
«Padre... il vostro figliolo si è innamorato.»
Tanrak tacque per un lungo istante, con la sensazione di soffocare, come se fosse stato spinto negli abissi più gelidi e oscuri dell'oceano. Ma sapeva che, se non avesse provato a risalire verso la superficie, sarebbe affondato per sempre, annegando nel proprio segreto per il resto dei suoi giorni.
«Chi è la persona che ami, figlio mio? È forse un tuo prossimo, come Dio ti ha insegnato ad amare?»
Tanrak non rispose — o meglio, non ne ebbe il coraggio. Rimase in silenzio, intrappolato in un labirinto di vergogna da cui non vedeva alcuna via d'uscita. Eppure, la pressione nel suo petto era diventata del tutto insopportabile.
«Vostro figlio ha baciato un uomo, Padre...» balbettò alla fine, la voce rotta dalle lacrime e il cuore ridotto in frantumi. «Vostro figlio ha baciato un uomo... mi piacciono gli uomini.»
Un silenzio assoluto calò nell'oscurità del confessionale. Le lacrime che solcavano il viso di Tanrak si fecero gelide per il terrore. Aveva parlato. Aveva confessato ogni cosa. Se lo avessero espulso dall'istituto quella sera stessa, che cosa ne sarebbe stato della sua vita?
«Desideri ancora rincontrare i tuoi genitori... nel regno in cui Egli ti attende?»
La voce di Padre Anan giunse priva di rabbia, impregnata invece di una compassione così densa da annientare il ragazzo, già piegato dal senso di colpa. Un nuovo fiume di lacrime tornò a bagnargli le guance, trascinato da una tempesta emotiva impossibile da domare.
«Io... sì, Padre... desidero con tutto il cuore rivedere mia madre e mio padre» mormorò Tanrak con disperata sincerità.
Desiderava soltanto poterli riabbracciare ancora una volta, sussurrare loro quanto li amava, soprattutto in quel momento buio in cui una scelta tremenda gravava sulle sue spalle. Se soltanto i suoi genitori fossero stati lì a sfiorargli i capelli, il mondo intero avrebbe smesso di sembrare così spietato.
«Se è così, allora va' e metti fine a tutto questo. Purificati da questo affetto distorto e ritorna sul cammino della retta via. Dio perdona sempre. Egli concede sempre una seconda possibilità... Devi soltanto tornare indietro.»
Tanrak accolse il peso della penitenza, inghiottì l'ultimo boccone amaro e prese la sua decisione finale. Non c'era più spazio per i dubbi. Se quella era l'unica strada rimasta per riscattarsi e riavvicinarsi a Dio, doveva imboccarla senza esitazione. Si congedò dal sacerdote, uscì a passi lenti dal confessionale e poi, d'improvviso, si lanciò in una corsa disperata fuori dalla cappella. Corse a cercare Barth. Mancavano pochi minuti al rientro obbligatorio nei dormitori; Barth poteva essere in qualunque angolo dell'istituto. Controllò la mensa, la sala comune, la stanza della televisione — niente. Risalì di corsa al dormitorio, perlustrò le docce, la sala studio — ancora vuote. Spinto da un ultimo presagio, si precipitò all'esterno, dirigendosi verso il campo sportivo ormai inghiottito dalle ombre della sera.
«Barth...»
Poco distante, una sagoma solitaria continuava a tirare a canestro nell'oscurità. Tanrak non aveva nemmeno bisogno di vederlo chiaramente: gli bastava ascoltare quel respiro affannato, i suoi mormorii frustrati o il più piccolo movimento per riconoscerlo al primo istante.
«Noi dobbiamo…io…»
Ma prima che potesse completare la frase, labbra calde e famigliari si posarono di scatto sulle sue. Tanrak crollò di nuovo in un pianto diroppato, del tutto inerme. Come poteva rinunciare a quell'uomo? I loro respiri si fusero all'istante, diventando una cosa sola.
«No! Non ti lascio andare!» la voce di Barth lo bloccò, come se avesse già presagito le parole che stavano per spezzargli il cuore.
«Ma...» esitò Tanrak, mentre la condanna pronunciata nel confessionale tornava a rimbombargli nella testa.
«Io non rinuncio a noi.»
«Non possiamo continuare così per sempre! Siamo novizi, stiamo per prendere i voti... e quello che facciamo è un peccato. Un peccato gravissimo.»
Tanrak parlò con la voce di chi si sente ormai andato in frantumi, privo di qualsiasi possibilità di riparazione. Le lacrime continuavano a rigargli il volto senza sosta, mentre un turbine devastante gli lacerava l'anima. Per un istante terribile, il ragazzo pregò in un urlo silenzioso: Se solo potessi tornare indietro nel tempo... Se solo quel giorno fossi stato in macchina con i miei genitori...
«Scappiamo via di qui...»
Il sussurro di Barth fu lievissimo. Un bacio deciso e disperato gli sfiorò entrambe le guance, prima che mani delicate iniziassero ad asciugargli le lacrime, trasformando quel terrore in pura e struggente tenerezza. Senza neppure il tempo di buttargli le braccia al collo, Tanrak annuì a ripetizione, un gesto disperato che era insieme un'implorazione e un naufragio.
«Ti prego... portami via. Lontano, il più lontano possibile da questo posto.»