San Bartolomeo.
Parte 3.
Barth indossava ormai l’uniforme del seminario. E, con sorpresa di Tanrak, si dimostrava molto più riservato di quanto si fosse aspettato. Dopo quel momento di assoluta vulnerabilità sulla soglia, il capoclasse si era aspettato una reazione ben diversa - forse perfino uno scontro o l’ennesima provocazione per ristabilire le distanze. Invece, Barth era rimasto semplicemente in silenzio. Tanrak sembrò sul punto di aggiungere qualcos'altro, ma tornò a fissare le figure tormentate del dipinto e scelse di tacere. Non era il tipo da insistere o da forzare le confidenze altrui; se qualcuno decideva di chiudersi, lui si limitava a fare un passo indietro. Fu così che lasciò che il passato di Barth rimanesse, almeno per il momento, avvolto nel mistero.
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«Quanto pensi che durerà?»
Una mattina, Kongdech pose quella domanda quasi in un sussurro, mentre Tanrak era intento a sistemare con cura le lenzuola del proprio letto. Seguendo la direzione del suo sguardo, il capoclasse capì subito a chi si riferisse. Barth era ancora rannicchiato su se stesso, ignaro del sommesso trambusto del dormitorio che lentamente si risvegliava. Gli bastò un istante per accorgersi che Barth era senza coperta. Non era difficile immaginare che qualcuno gliel’avesse sfilata nel cuore della notte, approfittando del suo sonno pesante, per poi nasconderla. A quell’ora del mattino Tanrak non poteva certo svegliare il sacerdote responsabile del dormitorio per chiederne un’altra, né poteva dividere la propria coperta, dal momento che il regolamento ne prevedeva tassativamente una per ogni studente. Trattenendo un sospiro, il capoclasse si diresse verso il letto del ragazzo.
«Barth, forza, svegliati», mormorò, cercando di richiamarlo dal sonno. «Dobbiamo andare dal sacerdote a chiedere una nuova coperta.»
Lo chiamò più volte, ma il ragazzo non accennò a muoversi. Quando Tanrak gli posò una mano sulla spalla, avvertì subito un calore anomalo. In quell’istante capì che qualcosa non andava. Lo scosse di nuovo, stavolta con estrema delicatezza, finché Barth non riuscì ad aprire a fatica gli occhi. I suoi lineamenti, di solito così rigidi e distanti, apparivano completamente indifesi, segnati dalla stanchezza della febbre. Tanrak si voltò verso Kongdech, che era rimasto a osservare la scena poco distante, e gli fece cenno di andare avanti senza di lui. Avrebbe saltato le lodi del mattino. La sua priorità, in quel momento, era accompagnare Barth in infermeria. Preoccupato, gli tastò la fronte con il dorso della mano. La pelle scottava, ma, dopo anni passati a familiarizzare con i malanni del seminario, capì che non si trattava ancora di una situazione allarmante.
«Stai bene?» gli chiese Tanrak mentre attorno a loro il dormitorio si svuotava rapidamente.
«Scusa... mi dispiace...» mormorò Barth. Aveva la voce impastata dal sonno e dal malessere, del tutto priva di quel tono graffiante che usava come difesa. Con uno sforzo evidente, il ragazzo si mise a sedere sul bordo del letto, puntando i piedi nudi sul pavimento. La febbre lo debilitava, ma non abbastanza da togliergli le forze per reggersi in piedi. La maschera di freddezza e ostilità che indossava di solito era completamente svanita, lasciando spazio alla vulnerabilità di un corpo malato.
«Resta qui. Vado a prenderti una coperta.»
Con un sospiro, Tanrak lasciò solo Barth sul letto e si diresse verso l’uscita. Sulla soglia, tuttavia, si scontrò con uno dei maestri più anziani, incaricato del consueto controllo mattutino del dormitorio. L’istituto funzionava con la rigida precisione di un perfetto ingranaggio ecclesiastico. Il complesso ospitava una cattedrale maestosa, aperta ai fedeli della città per le grandi celebrazioni, e la cappella interna in cui i novizi pregavano e si preparavano alla vita spirituale quotidiana. A guidare la comunità c’era padre Anan, affiancato dai maestri del seminario e, infine, dai seminaristi più grandi, ormai prossimi all'ordinazione.
«Perché non sei ancora andato in cappella, Tanrak?» chiese il maestro.
«Mi perdoni, maestro. La coperta del nuovo novizio è sparita, perciò stavo andando a chiederne un'altra. Sembra che sia rimasto al freddo tutta la notte e ora abbia un po' di febbre. Pensavo di accompagnarlo prima in infermeria e poi, se faccio in tempo, raggiungere gli altri per le lodi.»
Tanrak spiegò la situazione con deferenza. In realtà, il suo istinto gli suggeriva di non impicciarsi troppo in questioni che non lo riguardavano direttamente, ma il ruolo di capoclasse gravava sulle sue spalle. Sapeva bene che, se la situazione fosse degenerata, il primo a doverne rispondere davanti a padre Anan sarebbe stato proprio lui. Era decisamente meglio prevenire il problema prima che diventasse ingestibile.
«Barth, intendi?»
«Sì.»
Il maestro rimase in silenzio per qualche istante, studiando il volto del capoclasse. Poi, gli rivolse una domanda diretta, priva di filtri.
«È stato vittima di bullismo?»
Quelle parole, così crude, spezzarono il silenzio mattutino. Tanrak volse istintivamente lo sguardo verso l’interno del dormitorio. Osservò il compagno rannicchiato sul vecchio letto a castello, consumato dagli anni e dall’uso. Privato della sua solita rabbia, appariva incredibilmente fragile, quasi indifeso. Era difficile non provare compassione per lui, anche se era evidente che non desiderasse affatto trovarsi in quel posto.
«Non ne ho la certezza... ma è possibile, maestro.»
Tanrak rimase sul vago per non lanciare accuse alla cieca, senza però negare l'evidenza. Barth era arrivato lì da alcune settimane, ma per il capoclasse era già fin troppo chiaro che il ragazzo non avesse alcuna intenzione di integrarsi con gli altri novizi. Lo si vedeva sempre da solo. E chi sceglieva di isolarsi dal gruppo finiva spesso per diventare il bersaglio ideale di coloro che cercavano qualcuno da tormentare.
«Anche se sono novizi, non riescono a controllarsi nemmeno davanti a una sciocchezza simile», commentò l'anziano con evidente disappunto. «Sanno bene che l’invidia è un peccato, eppure permettono che si insinui nei loro cuori fino a portarli a compiere simili gesti.»
Tanrak taceva, lo sguardo basso, come se quel rimprovero indiretto fosse rivolto a lui. Quando il maestro gli aveva chiesto se avesse idea di chi fosse il responsabile, lui aveva risposto sinceramente di non saperlo. Infatti, proprio per questo, il senso di colpa adesso lo rodeva dall'interno: sentiva di aver fallito nel suo dovere di capoclasse.
«Va' pure in cappella, qui ci penso io.» Il maestro lo congedò con un cenno rassicurante.
Tanrak ricambiò il saluto con un inchino e si voltò. Non potendo fare altro, tornò verso il proprio letto per riprendere la routine del mattino e non rischiare di arrivare in ritardo alle preghiere della comunità. Prima di uscire, i suoi occhi caddero un'ultima volta su Barth. Il ragazzo era sprofondato in un sonno pesante; il viso appariva arrossato e la fronte era visibilmente imperlata di sudore per via della febbre che continuava a salire. Tanrak rimase a osservarlo per qualche istante, combattuto, ma alla fine scelse di non intervenire. In un primo momento aveva pensato di insistere per andare di persona a cercare una coperta. Poi si era reso conto che sarebbe stato un gesto inutile: il maestro se ne stava già occupando e avrebbe risolto la faccenda nel giro di pochi minuti. Si diresse così verso i bagni per lavarsi e vestirsi; l'ambiente era completamente deserto, segno che tutti i suoi compagni avevano già raggiunto la cappella per l'inizio della funzione. Quando arrivò a destinazione, le lodi erano ormai terminate e gli studenti stavano già uscendo a piccoli gruppi. Tanrak cercò di scrutare i loro volti, sperando di cogliere un'espressione colpevole o un briciolo di nervosismo, ma si rivelò un tentativo inutile. Sembravano tutti fin troppo sereni, protetti da una perfetta indifferenza. Kongdech uscì per ultimo; quel giorno era il responsabile del coro, motivo per cui si era dovuto trattenere più a lungo degli altri.
«Allora? Hai trovato il colpevole?» gli chiese l'amico.
«Anche se lo trovassi, cosa dovrei fare? Arrestarlo? Non sono mica un poliziotto», rispose Tanrak, lasciando andare un sospiro rassegnato. «Volevo rimediargli una coperta, tutto qui.»
«E alla fine com'è andata?»
«Ho incrociato il maestro e se n'è occupato direttamente lui. Mi ha detto di non preoccuparmi e mi ha mandato dritto in cappella. Immagino che a quest'ora Barth sia già stato portato in infermeria.»
Thanrak era immerso nei suoi pensieri. Nella sua mente continuava a scorrere l'immagine del nuovo arrivato. Fin dal primo istante, Barth gli era sembrato un animale feroce rinchiuso in una gabbia troppo stretta. Nessuno, in quel seminario, conosceva il passato turbolento di Barth, segnato da risse e problemi, che si era lasciato alle spalle prima di arrivare lì. Per quanto ne sapeva Tanrak, era l’unico a esserne a conoscenza. Lasciò andare un sospiro amaro, domandandosi come avrebbe fatto un ragazzo già così profondamente ferito a sopportare anche l’ostilità spietata dei compagni.
«Secondo me non durerà nemmeno un mese.» Kongdech non lo disse con cattiveria; il suo era il tono di chi stava semplicemente constatando un dato di fatto. «Un tipo del genere non può resistere a lungo con questa pressione», aggiunse, scrollando le spalle.
Tanrak lo sapeva bene: in quel posto, non tutti i ragazzi erano guidati dalla fede. Molti varcavano quelle porte perché le loro famiglie vivevano in gravi difficoltà economiche e vedevano nel seminario l’unica possibilità di garantire ai propri figli un pasto caldo e un’istruzione. Senza una reale fede a sostenerli, le vecchie abitudini aggressive rimanevano radicate nel profondo. Ed era proprio quella crudeltà — fatta di coperte sfilate nel cuore della notte, sguardi affilati e isolamento forzato — a fare più male, ed era anche la più difficile da estirpare.
«Non me la sento di fare previsioni», disse Tanrak, abbassando lo sguardo. «Ad essere onesti, Barth non sta simpatico neanche a me, ma prenderlo di mira in questo modo è comunque ingiusto.»
Il capoclasse aveva scelto la via della franchezza con l'amico. La verità era che nutriva una forte antipatia per Barth fin dal primo giorno in cui il ragazzo aveva messo piede in seminario; lo aveva visto sfidare Dio davanti a tutti, ostentando una spavalderia che Tanrak aveva trovato intollerabile. Tuttavia, come gli ricordava sempre Padre Anan, il perdono era la virtù più importante per chi decideva di consacrare la propria vita al Signore. Ed era proprio quella la strada che lui aveva scelto di percorrere. Forse quel ragazzo tormentato, comparso dal nulla in una notte di pioggia violenta, non era altro che una prova messa sul suo cammino dal Signore.
«Se non fosse così irritante, forse nessuno si darebbe la briga di tormentarlo.»
L'osservazione di Kongdech era priva di una vera logica etica. Eppure, a modo suo, nascondeva una cinica verità. Tanrak si limitò a scuotere la testa, sforzandosi di ritrovare quella calma interiore che quella conversazione gli aveva lentamente sottratto. Perché, ogni volta che la mente tornava all'immagine di Barth rannicchiato sul materasso spoglio, sentiva nascere dentro di sé una compassione così profonda da risultargli inspiegabile? Cercava in tutti i modi di mantenere le distanze da lui. Non perché lo odiasse davvero, ma perché era evidente che vedessero il mondo da prospettive diverse. Tanrak aveva fede in Dio; Barth, al contrario, sembrava averla perduta del tutto. Infatti, credeva che, più si sarebbero avvicinati, più sarebbe stato difficile per entrambi comprendere il mondo dell’altro. Ma, sarebbe stato ingiusto scaricare l'intera colpa sui compagni. Se Barth era finito ai margini, umiliato giorno dopo giorno, la responsabilità non era solo loro. C'entravano il preside, gli insegnanti... e forse, più di chiunque altro, la colpa era proprio sua. In quanto capoclasse, avrebbe dovuto proteggerlo. Una morsa gli strinse lo stomaco. Non riusciva a capire perché l'immagine di quel ragazzo, spogliato di ogni difesa, continuasse a tormentarlo in quel modo, rifiutandosi di lasciargli un po’ di tregua. Di fronte a un dilemma che non poteva risolvere con le sue sole forze, Tanrak si rifugiò nell'unica certezza che gli era rimasta. Tutto ciò che poteva fare era pregare. Pregare che Barth fosse al sicuro, malgrado la sua stessa ostilità.
Pregare che Dio lo proteggesse.
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«Sto cercando un mio amico, si chiama Bodhin.»
Solo dopo aver pronunciato quelle parole, mentre varcava la soglia dell'infermeria, Tanrak si rese conto di aver definito Bodhin un amico. Dietro la scrivania dell'accettazione sedeva un seminarista maggiore. Una volta terminati gli studi, infatti, i giovani erano tenuti a rimanere nella struttura per altri due anni, dividendosi tra l'approfondimento della dottrina e i compiti pratici di assistenza ai novizi più piccoli.
«Il tuo amico è già stato dimesso», rispose il ragazzo, senza sollevare gli sguardi dai suoi registri. «È tornato in dormitorio proprio poco fa.»
Tanrak aggrottò la fronte, sorpreso. Istintivamente cercò con lo sguardo l'orologio appeso alla parete: erano quasi le cinque del pomeriggio. Era corso in infermeria non appena la campanella aveva decretato la fine delle lezioni, spinto dal bisogno urgente di controllare le condizioni di Barth. Dopotutto, se la febbre non era salita troppo, era naturale che lo avessero dimesso. Di lì a poco sarebbe iniziato il turno delle docce, seguito poi dalla cena e dalle preghiere della sera. Ringraziò il seminarista e uscì senza aggiungere altro. Provò a convincersi che, in fondo, fosse una buona notizia: se Barth era già tornato nel dormitorio, significava che il peggio era passato. Quanto alla questione del bullismo, decise che, se le cose fossero peggiorate, ne avrebbe parlato direttamente con uno dei maestri.
«Tanrak! Tanrak!»
Il richiamo risuonò dal fondo del corridoio. Prima ancora di capire cosa stesse succedendo, Tanrak vide Kongdech correre nella sua direzione, trafelato e con il volto stravolto dall'agitazione.
«Che succede?»
«Barth e Kit stanno litigando nel dormitorio!» farfugliò Kongdech, faticando a riprendere fiato. «Kit lo accusa di avergli rubato le cuffie. Hanno iniziato a urlarsi contro e poi... poi sono venuti alle mani! Devi venire subito!»
Kongdech aveva il petto che gli si alzava e abbassava rapidamente, segno che aveva attraversato di corsa l'intero edificio pur di trovarlo. Tanrak imprecò sottovoce e scattò immediatamente verso il dormitorio. Non lo stupiva che l'amico si fosse rivolto a lui prima di allertare un superiore. In quanto capoclasse, il suo dovere era proprio quello di contenere i problemi all'interno del gruppo, risolvendo le tensioni prima che potessero degenerare. Se Padre Anan fosse venuto a sapere della rissa, per Barth sarebbe stata la fine: avrebbe rischiato una punizione severissima, se non addirittura l'espulsione dal seminario. Spesso i drammi peggiori nascevano da sciocchezze insignificanti, proprio come un paio di cuffie sparite. E se quella situazione fosse degenerata, avrebbe finito per distruggere il futuro di Barth. Tanrak non poteva permettere che si rovinasse in quel modo.
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«Sei un bastardo!»
«Guarda chi parla!»
Le urla furiose rimbombavano contro le pareti del dormitorio. I due ragazzi si colpivano con violenza, accecati dalla rabbia e ormai del tutto incuranti delle regole e delle conseguenze. Nessuno degli studenti presenti accennava a separarli. Al contrario, alcuni facevano apertamente il tifo, eccitati da quella violenza improvvisa, mentre altri restavano a guardare, paralizzati dall'indecisione. Per fortuna, la maggior parte dei novizi era già scesa in mensa, il che limitava il numero dei testimoni. Tanrak e Kongdech si scambiarono un rapido cenno d'intesa e, in una frazione di secondo, si divisero per agire. Tanrak scattò alle spalle di Barth, cingendogli il busto con le braccia nel tentativo disperato di trascinarlo indietro e immobilizzarlo. Contemporaneamente, Kongdech si lanciò su Kit, afferrandolo per le spalle. Contenere la furia esplosiva di Barth, tuttavia, si rivelò un'impresa quasi impossibile: Tanrak riuscì a trattenerlo a stento per pochi istanti, prima che il ragazzo, con una spallata brutale e un grugnito rabbioso, si liberasse dalla presa per lanciarsi di nuovo all'attacco.
«Adesso basta! Fermatevi!»
Una voce tuonò improvvisamente dall'ingresso del dormitorio. Fu un grido così profondo e carico d'autorità da congelare all'istante ogni singolo movimento.