San Pietro.
Parte 1.
Sotto le coperte di quel soffice letto, due paia di gambe nude si intrecciavano l’una all’altra. Era passato così tanto tempo dall’ultima volta che Tanrak aveva dormito nella casa di famiglia da ricordarla a malapena. I suoi genitori gli avevano lasciato un'eredità consistente, compresa la casa in cui era cresciuto. Tuttavia, dopo la loro improvvisa scomparsa, Tanrak era stato mandato in seminario e non vi aveva fatto mai più ritorno. Da bambino era stata una scelta di sicurezza, per non lasciarlo solo; ora che era grande e del tutto autonomo, era soprattutto per via del vuoto insopportabile che gli avrebbe fatto provato quel posto.
«Svegliati...»
Un mormorio delicato, accompagnato da un bacio caldo sul naso, spinse Tanrak ad aprire gli occhi, ritrovandosi davanti lo sguardo fisso di chi era già sveglio da un pezzo. Fece finta di girarsi dall'altra parte, ma non gli servì a molto. Barth strofinò la barba incolta contro la sua guancia e lungo la linea del collo, strappando un'inevitabile risata a Tanrak, che continuava ostinatamente a fingere di dormire. La stanza era ormai inondata dalla calda luce del mattino. Le tuniche da novizio erano state tolte e riposte nell'altra stanza, lontane, completamente fuori dalla vista.
«Ugh... smettila di stuzzicarmi.»
«Non è che abbiamo marinato le lezioni per rimanere a letto tutto il giorno.» disse Barth lasciandosi scappare una risata.
Tanrak avrebbe voluto davvero coprirsi la testa con il cuscino e riaddormentarsi, ma sconfitto dal solletico insistente della barba dell'altro, dovette cedere. Si voltò finalmente verso di lui, pronto a contrattare un altro paio di minuti di pigrizia.
«Il nostro patto vale soltanto per due giorni... Dove pensi che dovremmo andare?»
L'accordo che Tanrak aveva stretto con Barth era per soli due giorni: l'ultimo fine settimana prima degli esami finali. La decisione di fuggire dal seminario era probabilmente il più grande colpo di testa che avesse mai commesso in vita sua, ma la verità era che non ce la faceva più a rimanere schiacciato da quel dilemma. Una breve fuga per schiarirsi le idee — e magari trovare il modo di affrontare i problemi al ritorno — gli sembrava l'unica via di salvezza.
«Dove dovremmo andare...?» rifletté ad alta voce Barth. «La vita da novizi non è che lasci molto spazio alle mete. C'è la scuola, o la chiesa, al massimo un altro posto che ho in mente è...»
«So io dove andare!»
Tanrak scattò a sedere sul letto con un tale impeto da far sussultare Barth, che non potè fare a meno di lasciarsi andare a una risata sommessamente divertita. Tanrak gli lanciò un'occhiata di scusa e si precipitò in bagno per fare una doccia a tempo di record. Ora che aveva chiara la meta, una scarica di energia del tutto inaspettata sembrava avergli spazzato via ogni stanchezza.
«Ma insomma, dove hai intenzione di portarmi?... Mi stai facendo morire di curiosità!» gli gridò Barth da fuori.
In mezzo alla schiuma della doccia, Tanrak ridacchiò di gusto prima di rispondergli con tono allegro: «Ti porto a conoscere i miei genitori!»
Per quanto potesse suonare strano, era la pura verità. Tanrak decise di accompagnare Barth dai suoi genitori, che si trovavano non lontano sia dalla loro vecchia casa sia dall'istituto. I suoi genitori riposavano in pace in un piccolo cimitero, poco fuori città. Di norma, Tanrak faceva visita ai suoi genitori soltanto una volta all'anno, in occasione della benedizione annuale del cimitero. Questa volta, però, si trattava di un'improvvisata del tutto informale, lontana da ogni rito o cerimonia ufficiale. Tanrak desiderava semplicemente presentare il suo compagno ai genitori, a prescindere da ciò che il futuro avrebbe riservato loro. I due salirono su un autobus a poca distanza da casa. Il cimitero sorgeva lungo l'arteria principale che collegava due dei quartieri più grandi della zona; il tragitto non era brevissimo, ma risultava comunque comodo anche per chi non possedeva un'auto propria.
«È la prima volta che vado in un cimitero» confessò Barth con una sfumatura di curiosità nella voce.
Tanrak si voltò a guardarlo, sorpreso. La famiglia di Barth proveniva da una lunghissima tradizione cristiana: gli sembrava strano che l'altro non avesse mai messo piede in un cimitero.
«Mi sembra strano...» osservò Tanrak, invitandolo tacitamente a spiegarsi.
«Non ho mai avuto grandi rapporti con la famiglia di mio padre» raccontò Barth. «Per quanto riguarda mia madre, la sua era una famiglia buddhista, ma lei si è convertita al cristianesimo da sola. Non ho mai capito con certezza se l'abbia fatto per via di mio padre o se fosse già credente prima di conoscerlo. Comunque sia, l'unico funerale a cui ho assistito in vita mia è stato un rito buddhista... al funerale di mio padre non ci sono proprio andato.»
Tanrak annuì e scelse di non spingersi oltre con le domande, nel timore di sfiorare un tasto dolente e riaprire vecchie ferite. Proseguirono il cammino in un silenzio. Il cimitero, immerso nella quiete fuori dal caos cittadino, li accolse con la sua atmosfera serena e pacifica, quasi del tutto deserto.
«Strano... di solito non è mai chiuso a chiave» borbottò Tanrak.
«Possiamo fare il giro dall'altra parte, sono solo due passi» gli propose Barth, indicando con un cenno del capo il portone principale più avanti.
Tanrak annuì rassegnato, non avendo molte altre alternative.
«Aspettate un momento, ve lo apro io.»
Una voce risuonò alle loro spalle — un richiamo al tempo stesso incredibilmente familiare e del tutto estraneo. C'era qualcosa di insolito in quel tono: da un lato, il timbro era troppo profondo per appartenere a una donna; dall'altro, risultava così noto che a Tanrak parve quasi di riconoscerne subito i tratti, sebbene il suono giungesse come deformato.
«Mi scusi...»
La figura che si parò di fronte a loro era una donna alta e slanciata, abbigliata con una maglia a maniche lunghe e una gonna elegante al ginocchio. Aveva i capelli raccolti con cura e un trucco leggero, senza essere troppo vistoso. Tanrak rimase a fissarla, travolto da un'improvvisa sovrapposizione di ricordi.
«Zio Lek... sei davvero lo zio Lek?»
La voce di Tanrak salì di tono, tradendo una profonda sorpresa. Aveva finalmente riconosciuto quel timbro inconfondibile: era la voce del più caro amico di suo padre, l'uomo che andava così spesso a trovarli a casa e che da bambino lo aveva persino accompagnato al parco divertimenti. Per quanto leggermente alterata dal tempo, quella voce gli era rimasta scolpita nella memoria. C'era soltanto un dettaglio inaspettato: lo zio Lek era sempre stato un uomo. O meglio, lo era stato un tempo.
«Tanrak?... Ma sei davvero tu, ragazzo mio?»
La donna di fronte a lui si lasciò sfuggire un'esclamazione di stupore. Dopo i primi affettuosi saluti e una rapida presentazione di Barth, la zia tirò fuori le chiavi, sbloccò il cancelletto di servizio e li guidò verso il settore in cui riposavano i genitori di Tanrak.
«Fate pure con calma, cari... Non voglio interrompere questo momento. Io vado a lavorare laggiù, al padiglione. Quando avete finito venite a trovarmi, così facciamo due chiacchiere.»
La zia parlò con dolcezza mentre li accompagnava fin nei pressi del tumulo. Tanrak chinò il capo in segno di profondo rispetto, seguendola con lo sguardo mentre si allontanava. Solo quando la sua figura scomparve del tutto dietro i viali alberati, il giovane abbassò lentamente gli occhi verso le lapidi dei suoi genitori. Tanrak si inginocchiò sul prato curato e sfiorò con le dita incise nella pietra le foto di sua madre e suo padre, lasciando che un lungo, liberatorio respiro gli sciogliesse il nodo alla gola. Estrasse un asciugamano, lo inumidì con dell'acqua e iniziò a strofinare le lapidi meglio che poteva.
«Perdonatemi… oggi il vostro Rak è riuscito a portarvi solo questo.»
Tanrak prese tra le mani due piccole ghirlande di fiori intrecciati, di quelle che solitamente si appendono agli specchietti delle auto. Avrebbe voluto tanto comprare delle rose fresche — le preferite di sua madre —, ma lungo il tragitto non avevano incontrato alcun fioraio, solo un'anziana signora che vendeva ghirlande alla fermata del minibus.
«Vi voglio un bene dell'anima. Mi mancate tantissimo, mamma e papà.»
Il giovane adagiò con cura una ghirlanda davanti a ciascuna pietra tombale, posizionate l'una accanto all'altra. Anche se il gesto poteva sembrare un po' insolito per un cimitero, Tanrak era certo che i suoi genitori avrebbero compreso il pensiero.
«Come ti sei chiamato poco fa mentre parlavi con i tuoi?» gli chiese d'un tratto Barth, facendo impietrire la mano di Tanrak ancora intenta a sistemare i fiori. All'inizio il ragazzo finse di non aver sentito, ma fu del tutto inutile.
«"Il vostro amore"... o sbaglio?» insistette Barth con un sorriso sornione.
«Il vostro Rak...» sospirò Tanrak, arrendendosi. «I miei genitori mi hanno chiamato Tanrak perché per loro rappresentavo il loro amore. Quando parlavo con loro, amavano che mi riferissi a me stesso semplicemente come Rak, perché ero il loro amore più grande.»
Tanrak spiegò ogni cosa abbassando il capo per un pizzico d'imbarazzo. La verità era che non ne aveva mai parlato con nessuno prima di allora, perché chiamarsi Rak, ovvero amore, da solo gli era sempre parso un po' strano.
«Ma che cosa dolce...» mormorò Barth accucciandosi al suo fianco sul prato. «Allora quando parli con me, chiamati Rak ogni tanto. In fondo sei anche il mio, di amore.»
«Lo uso solo con i miei genitori, idiota! Che fai, ti credi mio padre?!» esclamò Tanrak, spingendolo via giocosamente con una spallata.
«Lo sai che quando ti vergogni tendi ad alzare la voce? Lo trovo adorabile» lo stuzzicò l'altro, dandogli una spinta scherzosa con la spalla. «Dai, chiamati "amore" adesso! Amore, amore, amore!»
Tanrak rimase spiazzato. Anche se stavano insieme da più di un mese e il loro legame si era spinto ben oltre la semplice amicizia, non riusciva ancora a gestire una simile ondata di dolcezza.
«Smettila di scherzare.»
«Guarda che non sto scherzando, dico sul serio.»
«Fai come ti pare...» Tanrak preferì ignorarlo.
«Mamma, papà, lui è Barth, il mio migliore amico» riprese, cambiando discorso e rivolgendosi alle lapidi. «Volevo che vi conosceste.»
«Soltanto migliore amico?» ribatté Barth.
«Mamma, papà... lui è Barth, il mio ragazzo. Sei contento adesso?!» esclamò Tanrak voltandosi verso di lui, con il viso che tradiva un'immensa esasperazione e un rossore acceso sulle guance.
Barth scoppiò a ridere, visibilmente al settimo cielo, prima di iniziare a presentarsi ai genitori di Tanrak con sé li conoscesse da una vita. Tanrak, diviso tra un finto fastidio e una tenera divertimento, finì di sistemare la ghirlanda e si rimise in piedi. I due si incamminarono verso il padiglione centrale — l'edificio utilizzato per le celebrazioni e la benedizione delle tombe — per cercare un po' d'ombra. Il cimitero era deserto, fatta eccezione per la zia Lek, che sedeva in silenzio sorseggiando un bicchiere d'acqua. Tanrak entrò per primo, seguito a breve distanza da Barth.
«È passato davvero tanto tempo, Tanrak» esordì Zia Lek per rompere il ghiaccio. «L'ultima volta che ho sentito parlare di te avevi intrapreso il cammino da novizio. Lo sei ancora, ragazzo mio?»
Tanrak esitò soltanto per un istante, per poi risponderle con una mezza verità: «Sì... mi sono preso un paio di giorni di pausa prima della sessione d'esami per venire a trovare i miei.»
Zia Lek annuì con comprensione, volgendosi a guardare il cielo limpido come se avesse trovato un momento di pace interiore. Tanrak continuò a fissarla, sovrapponendo l'immagine di quella donna a quella dell'uomo che ricordava da bambino: un amico di famiglia attraente, muscoloso e imponente. Oggi, nella sua nuova identità di donna, conservava comunque i tratti distintivi del suo corpo d'origine — le spalle ampie, il portamento fiero, il profilo della mascella e il pomo d'Adamo ben visibile.
«Un tempo sono stata un novizio anch'io. Non so se tuo padre ti abbia mai raccontato nulla al riguardo» esordì, catturando del tutto la sua attenzione. «Ho abbandonato il seminario subito dopo le superiori. Immagino di non doverti spiegare il perché: il mio corpo e la mia mente non riuscivano ad andare d'accordo. Non ce la facevo più a vivere incastrata in un sistema rigido che pretendeva che fossi chi non ero.»
Tanrak non rispose. La fissò negli occhi, scorgendovi un dolore antico e profondo, tentando di assimilare ogni singola parola.
«Vedi, Tanrak... un tempo ero convinta che ci fosse un'unica strada per raggiungere il regno di Dio. Ma guarda me oggi, non sono diventata sacerdote, non benedico l'acqua né impartisco sacramenti.»
La donna fece una breve pausa, come se stesse confidando quelle parole prima di tutto a sé stessa.
«Eppure la vita è andata avanti. E lungo il cammino ho capito una cosa fondamentale... che possiamo amare noi stessi e continuare ad amare Dio, senza che le due cose debbano mai escludersi.»