San Pietro.
Parte 2.
Il giorno seguente portò con sé una brezza leggera e fresca. Sopra di loro, il cielo si stendeva in una luminosità intensa, mozzafiato, così limpido e aperto da sembrare a un passo da Dio; eppure, l'isolamento di quel posto lo faceva percepire infinitamente distante. Le alte e molteplici cinture di recinzione schiacciavano i visitatori con una presenza opprimente. Il peso di regole inflessibili, unito a un'ansia accumulata, aleggiava nell'aria come un'infezione invisibile, rendendo l'atmosfera talmente satura da togliere il respiro.
«Sei davvero sicuro?» sussurrò Tanrak.
«Sicurissimo» rispose Barth, con uno sguardo fermo che non lasciava spazio ad alcun ripensamento. «Tu mi hai portato a conoscere i tuoi genitori, adesso tocca a me portarti da mia madre.»
I due ragazzi si trovavano davanti a un imponente istituto penitenziario a Bangkok. Dopo la visita alle tombe del giorno prima, Tanrak aveva lasciato che fosse Barth a decidere la meta per la seconda giornata di fuga dal seminario. All'inizio era convinto che l'altro lo avrebbe portato a fare un giro nella sua città natale; non avrebbe mai potuto immaginare che Barth lo avrebbe fatto salire su un autobus diretto alla capitale per un motivo così profondo e inaspettato.
«Io... non so proprio come dovrei comportarmi» ammise Tanrak, visibilmente agitato.
«Comportati normalmente. Mia madre è una persona splendida.»
Barth provò a confortarlo mentre sedevano l'uno accanto all'altro sulle panche della sala d'attesa, aspettando che gli agenti completassero le procedure per scortare la detenuta all'area colloqui. Intorno a loro c'erano altri familiari in attesa, pochi e immersi in un silenzio greve.
«Sì, d'accordo... ma sono comunque un fascio di nervi» confessò Tanrak.
Non avrebbe mai immaginato che avrebbe conosciuto la famiglia del suo ragazzo in una circostanza del genere, eppure non era affatto turbato dal fatto che la madre di Barth fosse in carcere. Al contrario: dopo che Barth gli aveva confidato la sua storia, Tanrak provava per lei un'empatia e una compassione ancora più profonde. A farlo tremare era semplicemente l'ansia di trovarsi di fronte alla madre della persona che amava per la prima volta. Come l'avrebbe presentata? E lui, come avrebbe dovuto reagire?
«Bodhin Tangwongwad... autorizzato al colloquio!»
La voce tonante di una guardia carceraria risuonò dall'ingresso della zona riservata ai colloqui. L'agente squadrò la sala con fogli e registro alla mano. Barth alzò subito il braccio, si rimise in piedi e si avvicinò al varco per mostrare i propri documenti d'identità. La guardia confrontò con attenzione la foto della tessera con il suo volto, ponendogli un paio di domande di rito prima di concedere il via libera. Lo sguardo di Tanrak fu attirato da una nicchia accanto alla porta che conduceva alla sala dei colloqui. Si trattava di una struttura allungata, a metà tra un tavolo e uno scaffale, gremita di una quantità di oggetti sacri del tutto inaspettata per un luogo del genere. Piccole statue buddhiste e raffigurazioni cattoliche di Gesù convivevano con croci, effigi di Brahma, Vishnu e Shiva, fino a una catasta disordinata di testi sacri che spaziavano da volumi in ebraico e copie della Bibbia a edizioni del Corano e sutra buddhisti.
«Nel nome del Padre,» mormorò Tanrak toccandosi la fronte, «del Figlio,» sfiorandosi il petto, «e dello Spirito,» passando dalla spalla sinistra, «Santo,» a quella destra. «Amen.»
Senza pronunciare una parola ad alta voce, rese omaggio a Dio chiedendo protezione. Ogni volta che tracciava quel segno e invocava la misericordia divina, un senso di sicurezza, gioia e di profonda pace lo avvolgeva, per quanto il suo rapporto con la fede fosse costellato da dubbi e tormenti.
«Ma tu guarda...»
Barth scosse la testa con un sorriso, ma prima che potesse aggiungere altro, la guardia carceraria sbloccò il cancello per farli passare. Per quanto Tanrak avesse vissuto da seminarista per gran parte della sua vita, raramente ricorreva al segno della croce.
«Non brontolare...»
Tanrak diede una gomitata leggera al braccio di Barth, sollecitandolo a entrare. La sala colloqui del carcere era un ambiente del tutto estraneo, una scena che non aveva mai visto prima e che mai avrebbe pensato di trovarsi davanti in vita sua. Vetri spessi, opachi e apparentemente indistruttibili dividevano la stanza a metà, senza lasciare la minima fessura tra un lato e l'altro. Barth si mosse a passo sicuro, sapendo esattamente dove andare. Si accomodò su una delle sedie e afferrò la cornetta del telefono per comunicare, mentre la figura dall'altra parte della barriera faceva lo stesso. Le guardie stazionavano a poca distanza alle spalle della detenuta per sorvegliare la scena; ogni parola pronunciata, naturalmente, sarebbe avvenuta sotto il loro occhio vigile.
«Mamma...»
«Barth...»
Il ragazzo parlò per primo, anticipando appena la risposta della donna. Tanrak rimase qualche passo indietro, sopraffatto da un forte senso di disagio. Barth pareva del tutto indifferente all'ambiente che li circondava — almeno a giudicare dalle apparenze —, ma i suoi occhi traducevano un'emozione immensa nel fissare la figura oltre il vetro. La madre di Barth era una donna di mezza età dalla pelle chiara e minuta. Il suo volto, del tutto privo di trucco, mostrava qualche lieve lentiggine dovuta al passare degli anni. Portava i capelli, neri come il carbone, sciolti fino alle spalle, e indossava la divisa d'ordinanza marrone, composta da casacca e pantaloni. Non appena incrociò lo sguardo del figlio, un ampio sorriso le si dipinse sulle labbra, illuminandole il viso di pura, inaspettata felicità.
«Hai mangiato qualcosa, tesoro? Come stai?»
La donna al di là del vetro parlò nella cornetta, allungando la mano verso la barriera trasparente come a voler toccare il viso del figlio. Tanrak distolse per un istante lo sguardo, trafitto da una commozione così profonda da fargli quasi male.
«Ho già mangiato, mamma» rispose Barth, con la voce che tradiva un impercettibile tremolio. «Oggi ho portato un amico a conoscerti. Si chiama Tanrak... è il mio migliore amico al seminario.»
Tanrak trasalì nel sentire il proprio nome. Si affrettò a fare un composto inchino di rispetto, a cui la madre di Barth rispose con un sorriso colmo di grazia. Nel fissarla attraverso il vetro, il ragazzo sentì una morsa di smarrimento stringergli il petto: non riusciva proprio a capacitarsi di come una donna dall'aspetto così mite e gentile avesse potuto, un tempo, arrivare a togliere la vita a un altro essere umano.
«Ciao, caro.»
«Buongiorno, signora.»
La madre di Barth si rivolse poi di nuovo al figlio. Tanrak non poteva sentire le sue parole — non avendo la cornetta all'orecchio —, ma riuscì facilmente a decifrare il movimento delle sue labbra: «Non me ne avevi mai parlato... Sono così felice che tu abbia trovato un amico vero. La professoressa Pranom mi diceva sempre quanto fossi chiuso e quanto facessi fatica a legare con gli altri. Vederti insieme a lui mi rende davvero felice... A proposito, come sta la professoressa Pranom? Tutto bene?»
«Sta bene, mamma... Con tutte le volte che mi sgrida, figurati se qualcuno può farmi del male!» Rispose Barth mettendo un finto muso, ma Tanrak, ascoltando quelle parole, sentì un nodo serrargli la gola.
La scuola che frequentavano non aveva mai avuto un'insegnante di nome Pranom: i suoi sei anni trascorsi in quel seminario glielo ricordavano oltre ogni ragionevole dubbio. Ciò significava che, con ogni probabilità, Barth non aveva mai raccontato a sua madre della rissa che lo aveva costretto a cambiare istituto né dei suoi veri tormenti. Tanrak osservò l'atteggiamento dell'altro con il cuore pesante. Barth mostrava raramente il suo lato vulnerabile, eppure la storia della sua vita pareva intessuta di un'infinita catena di sofferenze. In quel momento poteva soltanto restare in ascolto.
«E dimmi... vai in chiesa tutte le domeniche?» gli chiese la donna oltre il vetro.
L'espressione del figlio cambiò di colpo.
«Mamma… ma non è stato colpa di Dio se sei finita in questo posto?» disse Barth, con gli occhi colmi di un dolore che non riusciva a nascondere. Non era rabbia, ma la ferita ancora aperta di chi si era sentito profondamente tradito.
«Barth!» lo rimproverò la madre. «Ti ho sempre detto che Dio ci ha donato il libero arbitrio. Che scegliamo il bene o commettiamo degli errori, Egli ci lascia affrontarne le conseguenze affinché impariamo dalle nostre cadute.»
«E allora perché ti ha abbandonata...?»
«Non mi ha abbandonata, figlio mio» sorrise la donna. «Non ti ho ancora detto che l’avvocato è riuscito a farmi concedere la cauzione. Potrebbe volerci ancora un po' di tempo, ma presto sarò fuori di qui. Il resto lo affronteremo in tribunale.»
La donna nella divisa marrone parlò con un raggio di viva speranza nella voce, e quella frase bastò a spazzare via in un istante l'ombra cupa dal volto del ragazzo.
«Davvero, mamma?!»
«Proprio così, tesoro» rassicurò la madre, radiosa. «L'avvocato ha parlato con uno dei dirigenti scolastici del tuo vecchio istituto, un uomo molto pio. Ha ascoltato la mia storia e si è dimostrato immensamente comprensivo. Ha garantito per me, assicurando che non avrei mai tentato la fuga. E Padre Anan — il sacerdote della tua parrocchia, che ti conosce fin da quando eri piccolo — è stato d'una generosità infinita con noi.»
Tanrak sussultò. Il nome di Padre Anan risuonò nella sua testa, costringendolo ad assimilare ogni pezzo di quella verità che si ricomponeva. Barth si voltò verso di lui per un breve istante; Tanrak gli ricambiò lo sguardo offrendogli un sorriso di puro incoraggiamento, stringendolo idealmente in un abbraccio caloroso anche se non poteva sfiorarlo.
«Prega per tua madre, figlio mio... Prega affinché ogni cosa vada per il verso giusto.»
«Mamma...»
«La mamma desidera soltanto uscire da qui e tornare a riabbracciare il suo bambino con le proprie braccia.»
La voce della donna tremò mentre appoggiava il palmo contro il vetro per cercare un contatto, ultimo simbolo del suo amore. I singhiozzi di Barth divennero incontrollabili. Il ragazzo adagiò la guancia contro la barriera trasparente, il più vicino possibile alla mano di sua madre.
«Ti voglio bene, mamma» sussurrò.
«Anche la mamma ti vuole bene, Barth.»
Non restava molto altro da dirsi mentre il tempo del colloquio giungeva al termine. Le lacrime solcarono il viso del figlio in un flusso inarrestabile, e nemmeno la madre riuscì più a trattenere le sue. Persino Tanrak, che aveva cercato di volgere lo sguardo altrove per rispettare la fragilità del compagno, si ritrovò con gli occhi bagnati dalla commozione.
«Pregherò per te mamma. Pregherò ogni singola notte.»
La voce spezzata del ragazzo risuonò più forte e profonda di qualsiasi dichiarazione d'amore al mondo. Un giovane che aveva odiato Dio, un novizio che aveva giurato a sé stesso di non pregare mai più fino alla fine dei suoi giorni, aveva appena infranto il suo voto: le sue ultime parole svelavano il desiderio disperato che le preghiere per sua madre venissero esaudite.
«Mio Dio...»
Per quanto fosse soltanto il soffio di un mormorio, la preghiera che Barth rivolse alla statua di Cristo all'uscita della sala colloqui risuonò limpida nella mente di Tanrak. Il ragazzo si limitò a sorridere in silenzio. Il cielo fuori dall'istituto penitenziario risplendeva ora di una luce calda, avvolgente e sconfinata. Tanrak allungò una mano verso l'alto, come a voler racchiudere tra le dita quel sole lontano. Dentro di sé, un'intuizione improvvisa gli suggerì che, contro ogni previsione, ogni tessera della loro vita stesse finalmente trovando il giusto posto. E per la prima volta dopo tanto tempo, non s'impose di capirne il perché.