San Pietro.
Parte 3.
La loro breve pausa dalla dura realtà del mondo si sarebbe conclusa nel giro di poche ore. Secondo il loro patto, Tanrak e Barth avevano stabilito di trascorrere i due giorni precedenti gli esami finali lontano da tutto, alla ricerca di risposte per il proprio futuro. Entrambi sapevano bene che, qualunque decisione avessero preso, avrebbero dovuto comunque fare il proprio dovere: affrontare gli esami o, perlomeno, agire per evitare di trascinare le cose nell'incertezza più totale. Il primo giorno si era svolto nel silenzio di un cimitero poco distante dal seminario. Il secondo, invece, li aveva visti viaggiare in autobus verso Bangkok, varcando la soglia di un imponente istituto penitenziario. Ora la loro fuga di libertà volgeva al termine e stavano per salire sul pullman di ritorno per affrontare la realtà. Ma forse per via del destino, o forse per quella leggera sventatezza che li contraddistingueva, i biglietti per la corsa notturna erano esauriti. Non era rimasto loro che ripiegare su una camera d'albergo economico e aspettare il primo autobus del mattino successivo.
«Ti serve qualcos'altro?» gli chiese Barth, fermandosi davanti al banco di un piccolo minimarket dove il gestore, sprofondato davanti alla TV, prestava loro a stento attenzione.
Tanrak diede un'occhiata dentro il cestino di Barth: qualche snack, bottiglie d'acqua, un tubetto di dentifricio, spazzolini e un detergente per il viso.
«In realtà... ci sono parecchie cose che vorrei provare» rispose Tanrak con un sorriso audace e risoluto.
Per tutta la vita aveva camminato lungo un binario rigoroso e stretto. Se doveva concedersi un'eccezione anche solo per una volta, voleva spingersi fino in fondo, se non altro per non vivere con il rimpianto di ciò che non aveva osato fare.
«Qualche esempio...?» domandò Barth, sollevando un sopracciglio incuriosito.
Tanrak lo guidò verso la zona dei frigoriferi e sugli scaffali adiacenti, ricolmi di prodotti che avevano catturato il suo sguardo fin dal primo momento in cui era entrato: bottiglie di liquore dalle calde sfumature ambrate, lattine di birra dalle grafiche sgargianti e pacchetti di sigarette della marca più diffusa. Aveva la mente vuota; non riusciva nemmeno a figurarsi quale sapore potessero avere quelle cose così proibite.
«Posso provare un'altra cosa?» mormorò Barth.
«Certo... a questo punto, tanto vale fare le cose per bene» disse lasciandosi scappare una risata.
Barth si incamminò allora verso un altro angolo del locale, proprio accanto alla cassa. Lì, esposte su un piccolo espositore, c'erano decine di scatoline colorate di ogni marca e tipo. I due le fissarono del tutto rapiti, senza la minima idea di cosa differenziasse l'una dall'altra.
«Non sapete quali prendere, vero?»
Il commesso si voltò con tono palesemente annoiato e si alzò dalla sedia, avvicinandosi a loro come infastidito dal fatto che continuassero a scambiarsi occhiate indecise da minuti senza comprare nulla.
«In effetti... no» ammise Barth.
«La taglia la sapete? Bisogna sapere la misura prima di comprare» incalzò il negoziante.
I due ragazzi scossero la testa all'unisono.
«Se non la sapete, prendete la misura standard. Questa qui di sicuro non vi andrà larga. Per il resto, prendete i prodotti classici, ormai non serve mica una laurea, farete da soli.»
Tanrak e Barth ascoltarono con le guance in fiamme, limitandosi ad annuire a testa bassa. Alla fine si ritrovarono tra le mani quella scatolina misteriosa. Una volta pagato il conto, la guardarono un istante e la cacciarono al volo in fondo allo zaino, dato che la busta di plastica trasparente del minimarket non nascondeva assolutamente nulla. Attraversarono in fretta la strada per tornare verso il piccolo albergo economico adocchiato in precedenza — un motel a ore riadattato anche per la notte. Tanrak fece un rapido calcolo mentale delle ore che li separavano dalla partenza del primo autobus del mattino e capì che la tariffa standard non sarebbe bastata: si accordarono così alla reception per una tariffa prolungata.
«Non ti sembra un po' strana questa stanza?»
«Uhm... in effetti sì, è strana» ammise Tanrak. Solo dopo aver posato i bagagli sul tavolo all'ingresso si concesse il tempo di guardarsi intorno.
Non avendo alcuna esperienza di soggiorni in albergo, il ragazzo non sapeva cosa aspettarsi da una normale camera da letto. Ma ora che Barth gliene aveva fatto prendere atto, anche lui avvertiva una strana sensazione.
«L'arredamento è decisamente insolito...» mormorò ad alta voce.
La camera del motel ad ore era inaspettatamente luminosa. Dominata da un'intensa combinazione di rosso e nero, trasmetteva un'atmosfera sospesa tra la passione e il mistero. Gran parte degli arredi era rivestita in pelle scura e le sedie presenti nella stanza avevano sagome stravaganti, diverse da qualsiasi mobile avesse mai visto prima.
«Vado a fare la doccia prima io» disse Barth, frugando nello zaino in cerca di un asciugamano.
Non essendosi preparati per un pernottamento fuori — convinti com'erano di viaggiare di notte —, non avevano con sé un cambio d'abiti e avrebbero dovuto riutilizzare i soliti vestiti l'indomani. Per fortuna la carta di credito della madre di Barth era bastata a coprire la spesa della stanza senza intoppi.
«O preferisci che la facciamo insieme?» lo provocò.
«Molto divertente...» ribatté Tanrak, facendo un cenno liberatorio con la mano per sollecitarlo a lavarsi via di dosso la polvere della giornata.
Mentre il rumore dell'acqua della doccia iniziava a risuonare dal bagno, Tanrak aprì l'armadio in cerca di qualcosa di comodo. Il motel non metteva a disposizione pigiami, ma appesi alle grucce c'erano due morbidi accappatoi: per quella notte avrebbero dovuto farsi bastare quelli. Prima che Tanrak potesse notare altri dettagli della stanza, un'esclamazione sconvolta di Barth richiamò la sua attenzione. Accendendo la luce del bagno, aveva rivelato l'ennesima bizzarria della camera. L'intera parete divisoria era fatta di un unico, immenso vetro trasparente che permetteva a chiunque si trovasse nella zona notte di osservare ogni singolo movimento di chi faceva la doccia, senza il minimo riparo.
«Chiudi le tende!» gli urlò Tanrak dall'altra parte.
«Non ci sono tende! Non c'è niente per coprirsi!» gli gridò di rimando Barth.
Tanrak corrugò la fronte, incredulo. Si precipitò verso il bagno per dare una mano e cercare un interruttore, una mantovana o un qualsiasi pannello che oscurasse quel vetro del tutto rivelatore. I due cercarono a lungo e dappertutto, ma senza alcun risultato.
«Pazienza... tanto a scuola la doccia ce la facciamo comunque insieme» borbottò alla fine Barth con finta nonchalance, rassegnandosi dopo cinque minuti passati a caccia di una tenda inesistente.
«In effetti hai ragione. A questo punto la faccio anch'io, così non perdo tempo ad aspettare.»
L'unica soluzione era lavarsi insieme. Sotto il getto d'acqua fresca e pulita scivolò via la stanchezza accumulata tra il lungo tragitto, la tensione della visita in carcere e la stranezza di quel motel. Una volta asciugati, si prepararono per la notte per poter riposare qualche ora prima della partenza. Indossare i vestiti della giornata dopo essersi appena lavati era fuori discussione, così concordarono di infilarsi semplicemente nei due accappatoi messi a disposizione dalla struttura.
«Come sarà la nostra vita d'ora in avanti?»
La voce di Barth si perse nell'oscurità della stanza. Tutti gli oggetti che avevano acquistato con l'idea di provarci giacevano abbandonati accanto al letto, del tutto inutilizzati. Il pensiero che di lì a poco avrebbero dovuto prendere una decisione definitiva gravava sul loro petto con un dolore sordo, impedendogli di godersi appieno qualsiasi altra cosa.
«Non lo so... E tu? Che cosa farai dopo il diploma?»
Tanrak si fece più vicino, adagiando la testa sulla spalla di Barth. La ragione gli suggeriva che, se c'era qualcosa che desiderava davvero vivere, doveva farlo finché ne aveva l'occasione.
«Probabilmente mi iscriverò a un corso di formazione professionale. Stavo valutando la riparazione dei computer, tra le varie opzioni. Si può iniziare a lavorare già dopo un anno o due. Penso che in futuro tutti useranno i computer, quindi se imparo a ripararli non sarà difficile trovare un impiego.»
Barth parlò a lungo, confidandogli aspirazioni e desideri per il domani con una trasparenza che Tanrak non gli aveva mai visto prima. Il ragazzo affondò il viso contro il petto del compagno, provando un profondo senso di gratitudine nel sentirlo condividere con tale generosità i suoi sogni e il futuro che lo attendeva.
«E tu... cosa pensi di fare?» gli domandò infine Barth.
Quella domanda continuò a rimbombare nella mente di Tanrak fino a quel preciso istante, a quel preciso secondo. Non sapeva ancora rispondere a sé stesso: doveva abbandonare la sua strada da seminarista o lasciarsi alle spalle ogni errore per proseguire lungo quel cammino fino a ritrovare, un giorno, Dio? Tanrak conosceva così poco del mondo. Cresciuto e protetto per anni tra le mura del seminario, aveva sempre vissuto sotto la premurosa guida degli altri. Nel profondo aveva paura — paura dell'ignoto, paura di una vita fatta di scelte autonome e di una libertà fin troppo vasta, tanto da rischiare di diventare tossica.
«Non lo so... Davvero non lo so» mormorò Tanrak, lasciando che fosse l'istinto a guidarlo.
La sua mano sfiorò con grazia il petto dell'altro, prima di scostare con delicatezza i lembi dell'accappatoio, cercando al tatto quella pelle invisibile nell'ombra ma solcata dai ricordi dolorosi del passato.
«Pensi che ci sarà posto per noi... lassù?» sussurrò Barth, con una domanda che non aveva bisogno di alcuna spiegazione per essere compresa appieno.
Erano peccatori. Erano umani imperfetti che, pur arrampicandosi lungo una scalinata candida e pura, temevano di venire divorati dal peso della morale prima ancora di raggiungerne la cima.
«Genesi capitolo 1, versetto 27: Egli li creò maschio e femmina» pronunciò Tanrak, senza sapersi spiegare il motivo di quelle parole.
Conosceva a memoria le Scritture e i dogmi a tal punto che i suoi maestri, un tempo, lo avevano definito un dono del Signore. Ma chi gli avrebbe creduto, ormai? Quella stessa conoscenza che un tempo era stata motivo d’orgoglio rischiava ora di marchiarlo per sempre come un eretico.
«O forse... ha semplicemente creato due uomini» sussurrò Barth di rimando.
Si chinò lentamente, posando con infinita dolcezza le sue labbra calde su quelle del ragazzo così devoto alle regole. Solo un filo di luce filtrava nella penombra, sufficiente a rivelare quel volto puro e quegli occhi fedeli. Tanrak gli offrì il proprio corpo senza riserve. Le loro mani scostarono senza fretta gli abiti che ancora separavano i loro corpi, permettendo loro di ritrovarsi ancora una volta. Il soffio della vita scorreva attraverso ogni fibra del loro essere, travolgente, tanto intenso da far vacillare ogni certezza. Un sussurro rauco, un nome pronunciato al posto di una promessa d’amore, si levò appena, eppure riecheggiò come un tuono lontano in quel luogo protetto, lontano dagli occhi del mondo e da ogni convenzione. I loro baci si cercavano senza sosta, mentre le mani continuavano a sfiorarsi con la naturalezza di chi, nell’altro, aveva finalmente ritrovato casa.
Niente è più grande dell’amore. Niente è più puro dell’amore. Niente è più vero dell’amore.
Ogni cosa ebbe inizio e si svolse in perfetta armonia, come una melodia destinata a non spegnersi mai. Tanrak non sapeva cosa gli avrebbe riservato l’indomani, né dove lo avrebbe condotto il cammino della vita — verso la salvezza o verso la caduta —, o se un giorno avrebbe trovato rifugio nel perdono divino. Ma, in quell’istante, non aveva più domande. Fu allora che comprese come persino il peccato potesse risvegliare l’uomo alla vita: insegnargli ad amare, a scegliere, a esistere pienamente. Perché ogni vita, dopotutto, nasce dalla benevola parola di Dio.