San Bartolomeo.
Parte 4.
La lite si placò all'istante. Barth e Kit andarono a sedersi ai lati opposti del letto, tenendosi a debita distanza, mentre l'istruttore Masser si posizionò in mezzo a loro, pronto a intervenire se gli animi si fossero scaldati di nuovo. Tanrak e Kongdech avrebbero preferito andarsene, ma Masser impose loro di restare. Se i due ragazzi avessero perso di nuovo la testa, la loro furia avrebbe richiesto l'intervento di tutti per essere frenata.
«Dal Vangelo secondo Matteo, capitolo ventidue, versetti dal trentasette al trentotto, sapete qual è il primo e più grande comandamento secondo Gesù?» La domanda dell'istruttore risuonò severa, ma i due ragazzi preferirono voltarsi dall'altra parte, restando in un mutismo ostinato.
«Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il primo e più grande comandamento.» Davanti al silenzio ostinato dei due, Tanrak decise di farsi avanti. Come rappresentante di classe parlò a nome di tutti. «E il secondo invece è amerai il tuo prossimo come te stesso.»
Nella stanza calò di nuovo un silenzio pesante. Tanrak si sentì scoraggiato, non aveva la minima idea di come sbloccare quella situazione. Quando l'insegnante tornò a fissare i due contendenti, entrambi continuarono a evitare il suo sguardo. Alla fine, non vedendo altre vie d'uscita, il capoclasse si vide costretto a intervenire di nuovo e a chiedere scusa al posto loro.
«Kongkit, va' con l'istruttore Nen, sarai il primo a parlare con Padre Anan», ordinò l'insegnante. «Bodin, tu resta qui. Tra mezz'ora fatti accompagnare da Tanrak nel suo ufficio. Il Rettore preferisce chiarire l'accaduto sentendo ognuno di voi separatamente.»
L'uomo fece strada mentre Kongkit lo seguì a malincuore, ma un istante prima di voltarsi, Tanrak colse un'occhiata che il ragazzo lanciò a Barth: uno sguardo breve, eppure carico di un rancore profondo e viscerale. Tanrak avvertì un inspiegabile brivido lungo la schiena per il nuovo arrivato, che invece sembrava del tutto indifferente. Anche Kongdech si incamminò con l'istruttore, dato che la cappella si trovava sulla stessa strada per l'ufficio di Padre Anan. Tanrak sperò in cuor suo che il novizio più anziano gli avesse lasciato qualcosa per cena. I suoi pensieri furono però interrotti da Barth, che si alzò per andarsene.
«Dove vai?» chiese subito Tanrak, scattando in piedi per non venir meno al proprio dovere di sorvegliarlo.
«Ho dimenticato la borsa in infermeria», tagliò corto Barth, uscendo dal dormitorio in totale noncuranza delle regole.
A Tanrak non rimase che seguirlo. Se non altro, qualora Padre Anan avesse chiesto spiegazioni, avrebbe potuto raccontargli di persona come si erano svolti i fatti. Mentre percorrevano il corridoio, Tanrak aprì la bocca più volte, tentato di chiedergli della rissa o, almeno, delle cuffie scomparse. Ma, vista l'espressione cupa del compagno, preferì desistere: capì che non erano affari suoi e lo seguì in silenzio lungo la scorciatoia che costeggiava la vecchia piscina della scuola.
«Maledetti bastardi!»
L'imprecazione improvvisa fece sussultare Tanrak. Per un istante temette un'imboscata, ma si sbagliava. Barth, che era fuori di sé dalla rabbia, stava scavalcando il bordo della piscina. Tanrak si affacciò e vide una scia di effetti personali sparsi ovunque. In fondo alla vasca, un borsone con il nome Bodin ricamato sopra era stato ridotto a brandelli, circondato da altri oggetti gettati alla rinfusa. Barth continuava a imprecare tra i denti, con una furia cieca che sembrava fargli tremare i muscoli. Quella piscina era stata abbandonata dopo che un bambino, anni prima, aveva rischiato di annegare. Da allora la scuola ne aveva costruita una nuova, più moderna, all'esterno del campus.
«Calmati, Barth», provò a dire Tanrak, cercando di smorzare quella furia.
In realtà, lo capiva: nessuno sarebbe riuscito a restare lucido vedendo i propri effetti personali ridotti in quel modo. Senza dire un'altra parola, si calò nella vasca per aiutarlo a recuperare tutto il prima possibile. Essendo vuota da tempo, gli oggetti non si erano bagnati, ma erano comunque ricoperti di polvere e sporco. Tanrak si guardò intorno prima di invitare il compagno a risalire, ma fu proprio allora che colse un'ombra dileguarsi in fretta oltre il bordo. Un istante dopo, lo shock.
«La scala... non c'è più.»
Le parole gli uscirono in un sussurro, quasi parlasse a sé stesso. Barth lasciò sfuggire un'altra serie di imprecazioni, poi sferrò un pugno violentissimo contro la parete di cemento. Il tonfo riecheggiò nella vasca e, un attimo dopo, nell'aria si diffuse l'odore del sangue. Tanrak deglutì a fatica. Sapeva di non avere nulla a che fare con quella trappola, ma se Barth avesse anche solo dubitato di lui, era certo che non sarebbe sopravvissuto ai suoi pugni.
«E così sei finito intrappolato qui sotto con me», bofonchiò Barth.
Nella sua voce non c'era rabbia, ma solo una profonda frustrazione. Tanrak tirò un sospiro di sollievo: almeno Barth aveva capito che lui non c'entrava nulla con quella trappola. Raccolse gli ultimi oggetti da terra e glieli porse, mentre l'altro cercava inutilmente di infilarli nel borsone ridotto a brandelli.
«Non importa. Grideremo per chiedere aiuto non appena passerà qualcuno», propose Tanrak, sforzandosi di non sembrare turbato.
Fuori appariva calmo, ma dentro di sé cominciava a ribollire di rabbia. Non riusciva a smettere di pensare a quanto Barth avesse tremato per tutta la notte precedente, nonostante fosse al caldo nel dormitorio. Se fossero rimasti intrappolati sul fondo di quella vecchia piscina fino al tramonto, il gelo sarebbe diventato insopportabile per lui. Ciononostante, cercò di mostrarsi forte, rifiutandosi di cedere alla debolezza.
«Prova a salire sulle mie spalle, forse riesci ad arrivare al bordo», propose Barth.
Lasciò cadere quel che restava delle sue cose e si appoggiò alla parete, intrecciando le dita per offrirgli uno scalino e aiutarlo a issarsi. Tanrak, però, scosse decisamente la testa.
«È una piscina profonda cinque metri. Anche se salissi sulle tue spalle, non ci arriverei comunque. E non voglio che ci provi tu, se scivolassi, rischieresti solo di farti ancora più male. L'unica cosa da fare è aspettare che passi qualcuno.»
«E chi dovrebbe passare da queste parti?» La domanda di Barth morì tra le sue stesse labbra, più come un'amara constatazione che come un vero dubbio.
Tanrak non poteva dargli torto. Quella scorciatoia sul retro collegava i dormitori agli uffici dei sacerdoti, ma era un passaggio vecchio, buio e ormai abbandonato. Tutti preferivano la strada principale, decisamente più comoda e illuminata. Loro ci erano finiti solo perché le scale dell'infermeria erano bloccate ed erano stati costretti a usare l'uscita d'emergenza. In quel posto non ci sarebbe passato nessuno per caso.
«Forse adesso no, ma prima o poi arriverà qualcuno», azzardò Tanrak. «Quando l'istruttore farà l'appello e si accorgerà che manchiamo, verranno a cercarci».
«Sì, peccato che l'istruttore non faccia mai l'appello di persona. Sei tu a occupartene... e adesso sei bloccato qui sotto con me», ribatté Barth.
«Fa lo stesso. Di certo non ho intenzione di restare qui a morire di fame.»
Tanrak si strinse nelle spalle e andò a sedersi nell'angolo che sembrava più asciutto e riparato dal vento. Se non altro, per il momento non c'erano zanzare. Lo stomaco continuava a brontolargli, reclamando la cena, ma all'orizzonte non si vedeva anima viva.
«Tieni...» Barth tirò fuori una tavoletta di cioccolato da una tasca interna della borsa e gliela porse. Tanrak sgranò gli occhi. In seminario non era permesso tenere denaro. I pasti venivano serviti tre volte al giorno in refettorio e nessuno poteva comprare cibo extra. I soldi inviati dalle famiglie venivano depositati su un conto amministrato dall'istruttore economo, mentre gli eventuali dolci venivano distribuiti solo nelle ricorrenze speciali e divisi equamente tra tutti. Vedere quella tavoletta di cioccolato in fondo a una piscina abbandonata gli sembrò un miracolo.
«Come hai fatto a procurartela?» chiese Tanrak, deglutendo incoscientemente.
«Probabilmente è contro il regolamento, ma può salvarti la vita. Se lo vuoi, mangialo, altrimenti lascia perdere.»
«Ma non è corretto...» esitò il capoclasse.
«Abbi un po' di fede, no? Non essere così ossessionato dalle regole del seminario. Se proprio devi rinunciare al cioccolato, fallo solo quando sarà Dio in persona a dirti di non mangiarlo.»
La schiettezza di Barth, unita a una verità difficile da contestare, finì per abbattere gli ultimi scrupoli di Tanrak. Tormentato dai morsi della fame, prese la tavoletta e ne staccò un quadratino, assaporandolo lentamente per paura che finisse troppo in fretta. Solo allora si rese conto di avere la gola completamente secca. Abbassò lo sguardo e, quasi d'istinto, si mise a cercare una qualsiasi traccia d'acqua sul fondo della piscina. Barth sembrò accorgersene e gli offrì la sua mezza bottiglia d'acqua rimanente. Tanrak lo ringraziò, poi ne bevve un sorso, lasciando che l'acqua gli alleviasse almeno un po' la sete.
«Se ti dicessi che non sono stato io, mi crederesti?»
Barth ruppe il silenzio dopo un tempo che a entrambi parve interminabile. Tanrak si voltò a guardarlo. La luce dei riflettori illuminava appena metà del suo volto, lasciando il resto immerso nell'ombra. Era impossibile leggere con certezza l'emozione che si celava dietro quelle parole, ma ai suoi occhi sembrava un animale selvatico ferito e ormai senza via di fuga.
«Ti credo...» ammise. «Non perché mi fidi ciecamente di tutto quello che dici, ma per una questione di logica. Sei rimasto in infermeria per tutto il giorno, quando avresti avuto il tempo di rubare quelle cuffie? E poi, stamattina, ho visto Kit ascoltare di nascosto il Soundabout sotto le coperte insieme a Man.»
«Grazie.»
Quella semplice parola, pronunciata a bassa voce, sembrò alleggerire il peso che Barth si portava dentro da troppo tempo. Erano seduti così vicini che potevano percepire il respiro accelerato dell'altro. Tanrak ebbe l'impressione che quel animale feroce, rimasto a lungo intrappolato e costretto a mostrare i denti per difendersi, avesse finalmente trovato qualcuno disposto ad ascoltarlo. Per la prima volta, sembrava abbassare la guardia e cercare soltanto un luogo dove poter curare le proprie ferite, in attesa di trovare la forza per affrontare di nuovo il mondo.
«So che, in fondo, non sei una cattiva persona, anche se fai di tutto per convincere gli altri del contrario.»
Tanrak parlò sinceramente, guidato da una sensazione che non avrebbe saputo spiegare. Forse voleva solo tendere una mano a quell'anima solitaria, ferita e piena di rimpianti, ricordandole che, se esiste l'oscurità della notte, da qualche parte deve esistere anche la luce del giorno.
«Già...», rispose con un filo di voce. «Adesso dormi, hai già sbadigliato tre volte. Resto io a fare la guardia, se passa qualcuno, ti sveglio.»
Detto questo, sollevò lo sguardo verso il cielo. Le stelle erano ormai inghiottite dalle luci degli edifici che circondavano il seminario. A giudicare dalla stanchezza che leggeva sul volto di Tanrak, doveva essere notte fonda. Era stata una giornata interminabile, iniziata all'alba e trascinata fino a quel momento attraverso un susseguirsi di eventi che sembrava non concedere tregua. Tanrak si sdraiò sul cemento, usando lo zaino di Barth come cuscino improvvisato. Prima di chiudere gli occhi, pregò in silenzio che qualcuno passasse presto di lì. Kongdech, l'istruttore Nen... perfino Padre Anan. Alla fine qualcuno arrivò davvero, ma non quella notte. Quando li trovarono era ormai mattino inoltrato. In molti si radunarono attorno al bordo della vasca dismessa, per osservare i due ragazzi raggomitolati l'uno contro l'altro per proteggersi dal freddo. Il mondo fuori poteva essere duro e spietato, ma, in quel piccolo angolo dimenticato del seminario, era bastato il calore dell'altro per tenere lontani, almeno per una notte, il gelo e la solitudine.