Sant'Andrea.
Parte 1.
Kongkit fu espulso con effetto immediato sia dal noviziato che dal collegio. Messo alle strette, il ragazzo aveva confessato tutto; dall'aver nascosto la coperta ai furti, fino al vandalismo dello zaino. Aveva persino ammesso il diabolico piano usato per attirare Barth alla vecchia piscina e intrappolarlo tirando su la scala. Anche la rissa di quel pomeriggio, a quanto pare, era stata orchestrata da lui, usando come scusa un paio di cuffie che in realtà non erano mai sparite. Per il verdetto finale, il Rettore aveva convocato nel suo ufficio anche i due ragazzi coinvolti. Mentre Kongkit riceveva la punizione più severa, Barth e Tanrak, le parti lese, erano rimasti in silenzio ad ascoltare.
«Perché lo hai fatto?» gli domandò Padre Anan.
«Non sopportavo che fosse andato a fare la spia dal maestro.»
«Nessuno ha mai detto al maestro che ti intrufolavi a fumare nello sgabuzzino dietro la cappella», ribatté Padre Anan. «È stato lui a sorprenderti con i suoi stessi occhi. E, per tua informazione, non ha mai scambiato una sola parola in privato con Barth.»
Quelle parole lasciarono Kongkit di sasso, visibilmente spiazzato da una verità che non si aspettava. A quel punto, l'intera catena di equivoci venne finalmente a galla: Barth aveva semplicemente incrociato Kongkit mentre fumava di nascosto e quest'ultimo, per una sfortunata coincidenza, il giorno successivo era stato convocato e punito dal maestro. Convinto che il nuovo arrivato avesse fatto la spia, Kongkit aveva iniziato a covare vendetta. E quando Barth aveva unito i puntini, la tensione era inevitabilmente esplosa nella rissa in dormitorio. Dopo aver fatto cenno al maestro di scortare Kongkit fuori dall'ufficio per sbrigare le pratiche di espulsione, Padre Anan si voltò verso Barth.
«Questo, però, non significa che tu sia esente da colpe.»
«Ma Barth è una vittima, Padre!» intervenne Tanrak d'impulso.
«Sul fatto che sia lui la vittima di tutta questa storia siamo d'accordo, Tanrak», rispose il Rettore, senza scomporsi per l'interruzione. «Ma per quanto riguarda la rissa di oggi, ritengo che le colpe vadano divise a metà. Avrei dovuto chiarire l'equivoco già ieri, se un'emergenza fuori sede non mi avesse trattenuto. Ciononostante, aggredire un compagno resta una violazione intollerabile. Credo che Barth abbia bisogno di una sanzione che lo aiuti a riflettere sul suo modo di reagire.»
Il tono di Padre Anan era pacato, ma le sue parole lasciarono il segno. Tanrak osservò attentamente il compagno. Contrariamente a quanto si sarebbe aspettato, Barth non scattò, non urlò e non accennò la minima resistenza. Rimase invece a testa china, le labbra serrate in una linea sottile, sprofondato in un silenzio che lasciò Tanrak sorpreso.
«Barth, sapresti dirmi quali sono i sette peccati capitali?»
«Superbia, avarizia, lussuria, gola, invidia e accidia.»
Tanrak era convinto che Barth non sarebbe stato in grado di rispondere; dopotutto, aveva sempre mostrato un'ostilità verso la religione, le regole e Dio. Invece, aveva elencato ogni singolo peccato senza la minima esitazione. Un sospetto improvviso si fece strada nei suoi pensieri. Chi era davvero Barth? Perché sputava tanto veleno contro quel mondo se poi padroneggiava i principi fondamentali con una simile naturalezza? Forse la persona che aveva davanti non era affatto un estraneo, come aveva sempre creduto, ma qualcuno che conosceva l'ambiente e gli insegnamenti della Chiesa fin troppo bene. Qualcuno che, col tempo, se ne era allontanato o aveva finito per ribellarsi.
«Ne manca ancora uno, figliolo. Il peccato più grave.»
Padre Anan lo incalzò, notando che il ragazzo si era improvvisamente bloccato. Tanrak lo osservò di sottecchi: sapeva che non si trattava di un vuoto di memoria, l'ombra tormentata che oscurava il viso di Barth ne era la prova lampante. A bloccarlo era un conflitto interiore, come se pronunciare il nome di quel vizio significasse riaprire una vecchia ferita.
«L'ira, Padre.»
La risposta di Barth lasciò Tanrak senza parole. Non fu tanto la precisione del concetto a colpirlo, quanto il tono. Se la memoria non lo ingannava, era la prima volta che sentiva il nuovo arrivato parlare senza un briciolo di sarcasmo. E soprattutto, era la prima volta che si rivolgeva al sacerdote chiamandolo, rispettosamente, Padre.
«E qual è la virtù che doma l'ira?»
«La pazienza», rispose Barth.
La voce era ferma, ormai priva di quella spavalderia che lo aveva caratterizzato fino a quel giorno. Padre Anan annuì, con una sottile luce di soddisfazione nello sguardo. Comunicò quindi a Barth che avrebbe dovuto trascorrere le sue ore libere all'interno della cappella, immerso nel silenzio più assoluto. Un tempo dedicato esclusivamente all'esame di coscienza, alla preghiera e alla riflessione.
«E Tanrak sarà la tua guida, Barth», aggiunse poi, cogliendo il diretto interessato totalmente alla sprovvista. «Sarai tu a vigilare su di lui per l'intera durata della punizione.»
Padre Anan lo stava legando a doppio filo al destino di quel ragazzo tormentato. Quella che doveva essere una semplice sorveglianza si trasformava per Tanrak in una prova di disciplina che, a conti fatti, era una punizione quanto quella di Barth.
«Ma io non ho fatto niente di male...» mormorò Tanrak, lasciandosi sfuggire quelle parole prima ancora di poterle fermare.
«Nel tuo caso, Tanrak, consideralo un esercizio per coltivare la compassione. Una virtù imprescindibile per chi, un giorno, aspira a guidare le anime. Tu desideri diventare un pastore, proprio come me. Unirti alla preghiera di un compagno che ha smarrito la via, sostenerlo nel momento della prova... non dovrebbe sembrarti un fardello così insopportabile. O forse preferisci che sia io a inginocchiarmi in cappella insieme a voi? Se me lo chiedi, lo farò volentieri.»
Davanti a un'argomentazione simile, Tanrak sentì il viso bruciare per la vergogna di aver osato replicare. Congiunse le mani in segno di profondo rispetto e chinò il capo per scusarsi. I due ragazzi si congedarono dallo studio del sacerdote. La punizione sarebbe iniziata l'indomani, ma consapevole di quanto fossero esausti per la notte insonne e la rissa, Padre Anan concesse loro una tregua per il resto della giornata. Li esentò dalle ultime lezioni, raccomandando solo di ritirarsi in preghiera per iniziare a riflettere. Tanrak fece strada lungo il corridoio, incamminandosi insieme a Barth verso la cappella.
«Pensavo che avresti fatto più storie», disse a mezza voce, quasi fosse un pensiero sfuggito al suo controllo più che una vera domanda rivolta all'amico. Del resto, ormai, dentro di sé non riusciva più a considerarlo un estraneo. Barth sembrava cambiato, o perlomeno mostrava un rispetto insolito nei confronti del sacerdote.
«Non pensavo che Padre Anan avrebbe cacciato Kit.»
Tanrak lo guardò perplesso. Non riusciva a capire perché non avrebbe dovuto espellere un bullo del genere.
«Kit è suo nipote», continuò Barth, intercettando l'espressione smarrita del compagno. «Sapevo fin dall'inizio che dietro a tutta questa storia c'era lui, ma mi aveva minacciato. Mi ha detto che, anche se avevano cognomi diversi, era suo nipote. Giurava che Padre Anan non avrebbe mai preso le difese di un estraneo sacrificando un membro della propria famiglia.»
«La compassione...» Tanrak accolse quella rivelazione in silenzio, rinunciando a fare altre domande.
Il cuore di Tanrak si riempì di una profonda ammirazione per il sacerdote. Ai suoi occhi, Padre Anan non era più solo una guida, ma una via sicura verso il paradiso, la prova vivente che le Scritture dicevano il vero: solo chi è colmo di virtù abiterà nel regno del Signore. E, cosa ancora più importante, se avesse seguito quel sentiero fino in fondo, un giorno avrebbe riabbracciato i suoi genitori.
«Già...» tagliò corto Barth.
I due ragazzi spinsero i pesanti battenti, varcando la soglia della cappella. La luce del pomeriggio filtrava dalle vetrate istoriate, proiettando fasci di polvere dorata e riflessi geometrici che sospendevano il luogo in un'atmosfera senza tempo. A quell'ora il santuario era deserto; la comunità lo frequentava solo per le lodi dell'alba, i vespri o la messa domenicale. In quel silenzio assoluto, la navata si trasformò in un rifugio isolato, tutto per loro.
«Cosa devo fare?» sussurrò Barth, spezzando la quiete.
Tanrak si voltò a guardarlo, aggrottando le sopracciglia.
«Non ho mai fatto un esame di coscienza in vita mia», continuò il ragazzo, con una nota di autentico smarrimento. «C'è una formula che devo recitare? Un rituale preciso? Devo cantare un inno, confessarmi a voce alta o cosa?»
«Non devi fare niente di tutto questo», spiegò Tanrak. «Trova un posto dove sederti. Resta in silenzio e, dentro di te, di' a Dio che sei lì per esaminare la tua coscienza e chiedergli la forza di coltivare la pazienza. Per il resto del tempo, limitati a pregare o, se ti riesce più naturale, parlarci e basta.»
I due ragazzi alzarono lo sguardo verso il crocifisso che dominava l'altare. Sopra di loro, la luce del pomeriggio continuava a piovere dalle vetrate, come un ponte teso verso quei cieli altissimi dove il Padre attendeva l'umanità ferita dal peccato, pronta a essere perdonata. Era una luce calda, viva ma non accecante, che sembrava avvolgere la chiesa in un abbraccio, invitando entrambi a depositare i propri pesi e a trovare, finalmente, la pace.
«Va bene...»
Barth si incamminò verso la navata laterale e si inginocchiò davanti al crocifisso. Tanrak continuò a fissarlo, colpito. Quella naturalezza nei gesti non faceva che confermare il suo sospetto; Barth non era affatto estraneo alla Chiesa.
«Fammi sapere quando hai finito», gli sussurrò Tanrak, senza ottenere risposta.
All'inizio, il capoclasse pensò che stesse cercando un modo per riconciliarsi con Dio, ma osservandolo meglio capì che la realtà era ben diversa. Barth scelse di sedersi nell'angolo più in penombra della cappella, proprio dove i fasci di luce delle vetrate non riuscivano ad arrivare. Come se il buio fosse il suo habitat naturale, o l'unico posto abbastanza profondo da poter nascondere quello che si portava dentro.
«Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo... Amen.»
Tanrak scacciò ogni distrazione, strinse il rosario tra le dita e si immerse nella preghiera. Fin dal primo segno della croce cercò di raccogliersi alla presenza di Dio, aprendogli il proprio cuore. Ogni volta che pregava, il mondo intorno a lui sembrava dissolversi, inghiottito da una luce candida e silenziosa. Ai suoi occhi non rimaneva che la presenza di Dio, mentre una sensazione di leggerezza lo avvolgeva, come se il suo spirito si sollevasse lentamente da terra.
«Ave, o Maria, piena di grazia, il Signore è con te. Tu sei benedetta fra le donne e benedetto è il frutto del tuo seno, Gesù. Santa Maria, Madre di Dio, prega per noi peccatori, adesso e nell'ora della nostra morte. Amen.»
Recitare il saluto alla Vergine gli restituiva sempre la sensazione di trovarsi sulla soglia di un santuario, a un passo da una grazia tanto desiderata, eppure ancora impossibile da afferrare. Fin da bambino, aveva sempre avvertito la chiamata di Dio... e ci credeva con tutto il cuore.