Sant'Andrea.
Parte 2.
L’inverno era ormai alle porte. Per molti, la fine dell’anno era solo un’occasione per celebrare la conclusione di un lungo periodo di duro lavoro, riabbracciare la famiglia e prepararsi a un nuovo inizio. Per i cristiani, invece, quel momento portava con sé un significato ben più profondo: la nascita di Gesù, l'evento cruciale che aveva ricongiunto Dio e l'umanità attraverso il grembo della Vergine Maria, rimasta casta fino al suo ultimo respiro.
«La scuola rimarrà chiusa per le festività natalizie da mercoledì 25 dicembre a mercoledì 1° gennaio. Le lezioni riprenderanno regolarmente giovedì 2 gennaio.»
L’insegnante passò alla lettura degli avvisi durante l’ora di studio pomeridiana, il consueto momento di ritrovo prima che ognuno si dedicasse ai propri compiti.
«Per i novizi che devono affrontare lunghi viaggi per tornare a casa, preghiamo i ragazzi e i rispettivi tutori di contattare direttamente l'istruttore per concordare eventuali permessi straordinari. Per tutti gli altri, questi giorni di vacanza sono da considerarsi lo standard. Un’altra cosa fondamentale. I tutori dovranno presentarsi di persona a ritirare i novizi, o il permesso non verrà concesso.»
Quello avviso burocratico non era certo una novità per Tanrak. Si voltò verso Barth, che aveva appena trascinato il proprio banco accanto al suo. Barth, tuttavia, fissava il vuoto oltre il vetro della finestra, mostrando una totale indifferenza per quel periodo di vacanza che, per chiunque altro, rappresentava la festa più attesa dell'anno. Dopotutto, la vita da novizio era un ciclo monotono e privo di scossoni. Le regole rigide annullavano ogni spazio per l'iniziativa personale: era vietato possedere oggetti propri, spendere denaro o persino uscire da scuola senza autorizzazione. Limitazioni severe, certo, ma necessarie per abituarli alla rigida normalità del cammino che avevano scelto.
«Chi rimarrà qui seguirà la solita routine. La scuola garantirà comunque i tre pasti giornalieri e sarete tenuti a partecipare alle preghiere del mattino e della sera. Il resto della giornata potrà essere dedicato al riposo e allo svago.»
L'insegnante fornì le ultime indicazioni prima di congedarsi, lasciando i seminaristi alle loro attività. Un altro punto cruciale riguardava i preparativi per il Natale: con l'imminente arrivo dei fedeli che avrebbero affollato la cattedrale, il contributo di ogni studente sarebbe stato fondamentale.
«Noi che facciamo?» chiese Barth con tono indifferente, gli occhi fissi sulla lavagna ormai affollata di turni e mansioni: assistenza, accoglienza, cerimonie, allestimento, segreteria, pubbliche relazioni. Intorno a loro, molti studenti si stavano già accalcando per accaparrarsi i posti migliori prima che si esaurissero.
«Io non ho bisogno di iscrivermi, farò da portavoce per la chiesa», s'intromise Kongdech, per poi indicare l'amico con un cenno del capo: «E per lui è lo stesso, fa già parte del coro.»
Tanrak annuì. Cantava nel coro fin dalle scuole medie ed era, a tutti gli effetti, uno dei membri più anziani del gruppo. Dopotutto, la scuola offriva ben poche distrazioni: i libri, lo sport e la musica erano le uniche evasioni concesse.
«Ah, sì?» sbuffò il nuovo arrivato — che ormai, a dire il vero, tanto nuovo non era —, lasciando cadere stancamente la testa sulle braccia incrociate sul banco.
Fu solo in quel momento che Tanrak ebbe modo di osservare davvero il ragazzo seduto di fronte a lui, notando dettagli che prima gli erano sfuggiti. I lineamenti di Barth ricordavano quelli dei santi nei dipinti classici. Non era una bellezza sfacciata, la sua, ma emanava un fascino magnetico, quasi un incantesimo antico impresso sulla tela che costringeva chiunque a fermarsi a fissarlo. Un altro aspetto era che sapeva pochissimo di Barth. Fino ad allora lo aveva considerato un semplice compagno di classe. Non aveva idea di come trascorresse il tempo libero, di cosa lo appassionasse o di cosa si aspettasse dal futuro. Nella sua mente, l'immagine di Barth rimandava solo a concetti come ribellione, anticonformismo e rifiuto. Era il ragazzo emerso dal buio in una notte di pioggia, quello che si era cacciato in una rissa e aveva rischiato di scatenarne un'altra; il ragazzo che sfidava Dio. E ancora adesso, Tanrak non era affatto sicuro che Barth fosse tornato davvero tra le braccia del Signore.
«Cosa ti piace fare di solito?» gli chiese a bruciapelo.
«Cosa...?» rispose Barth, confuso. Sulle prime rimase in silenzio, ma incrociando lo sguardo di Tanrak capì che la domanda era rivolta proprio a lui.
«Sì, insomma... il tuo hobby. Magari ci aiuta a capire per quale incarico farti candidare.»
«Ottima idea! Aiutiamolo a scegliere,» intervenne Kongdech con entusiasmo, gli occhi che brillavano.
«Nulla...» rispose Barth, la voce piatta e priva di emozione.
«Ma dai, pensaci bene,» insistette Kongdech, senza arrendersi.
«Niente, davvero,» ripeté lui.
«E allora cosa fai di solito nel tempo libero? Tipo verso le sette o le otto di sera, dopo aver finito i compiti?» si unì anche Tanrak. All'improvviso, sentiva il forte desiderio di scavare a fondo e conoscere meglio quel ragazzo.
«Dormo... o vado a chiedere qualche merendina all'istruttore.»
Detto questo, Barth si accasciò di nuovo sul banco. Se Tanrak non aveva ancora perso la pazienza, lo stesso non si poteva dire di Kongdech: quest'ultimo scosse la testa esasperato e si congedò, diretto al laboratorio linguistico per finire i compiti d'inglese. Tanrak, invece, decise di continuare a stuzzicarlo, complice il fatto di aver già terminato tutti i propri doveri per l'indomani.
«E quindi che farai? Non puoi startene con le mani in mano a Natale, sei pur sempre un novizio,» lo provocò Tanrak.
«Semplice, farò la tua stessa cosa», rispose Barth con totale indifferenza.
«Cosa... cantare a più voci? Perché, scusa, sai cantare?»
«Tutti sanno cantare, no? Anche i novizi cantano in cappella ogni santo giorno.»
La logica svogliata di Barth fece scoppiare a ridere il ragazzo. In fondo, non aveva tutti i torti: il canto faceva parte della routine quotidiana di chiunque lì dentro. Ma il coro della cattedrale era tutta un'altra storia. Lì bisognava gestire l'estensione delle note, incastrare i ritmi e fondere le voci in un'armonia perfetta.
«A dire il vero, al coro mancano dei membri. Il capocoro sta cercando disperatamente un tenore, ma finora non abbiamo trovato nessuno,» spiegò Tanrak.
«Tenore?» Barth inarcò un sopracciglio, incuriosito.
«Sì, tenore. La seconda voce più alta in un coro. Ci sono i soprani, i contralti e i bassi,» spiegò Tanrak, contando le sezioni con le dita. «A noi serve proprio una voce maschile acuta. Perché non provi a fare un'audizione? Non è niente di formale, basta andare a parlare con il capocoro.»
Barth fece un cenno con la testa come a dire: “Portami là”. Tanrak, pur sorpreso da quell'improvviso cambio di rotta, accettò di buon grado di accompagnarlo. Il capocoro era un seminarista più grande, che aveva già concluso le superiori e si occupava della gestione della struttura per il biennio successivo. Tanrak guidò Barth fino alla stanza del coro, situata al piano inferiore dell'edificio, a pochi passi dalla sala prove principale. Una volta lì, spiegò al capocoro brevemente le intenzioni del compagno.
«D'accordo.»
Il ragazzo accettò senza fare troppe domande e si voltò a scartabellare tra una pila di spartiti alla ricerca del brano adatto, un pezzo in grado di testare a dovere l'estensione vocale del candidato. Tanrak ne approfittò per lanciare un'occhiata all'amico. Sul volto di Barth, per la prima volta, sembrava farsi strada un pizzico di nervosismo.
«Coraggio,» gli sussurrò Tanrak.
«Ma non mi fa fare un po' di riscaldamento? Non pensavo di dover cantare su due piedi,» rispose Barth a mezza voce, tradendo un briciolo di esitazione.
«Immagino di no. Credo stia cercando lo spartito adatto.»
Prima che potessero aggiungere altro, il capocoro sfilò un foglio dalla pila e si diresse verso il pianoforte elettrico. Lo tese a Tanrak che, stando in mezzo, lo passò al compagno. Subito dopo, il ragazzo più grande si sedette sullo sgabello e lanciò loro un cenno d'intesa.
«Appena prendi confidenza con il testo, comincia pure. Canta con la tua voce naturale, senza forzare.»
«Ma come... così, a freddo? Posso almeno fare una prova?» insistette Barth.
«Non serve. Voglio sentire il tuo timbro naturale, non la tecnica, giusto per capire se sei un tenore. Se la voce è quella giusta, allora ne riparliamo. Se invece sei un basso, purtroppo non c'è posto, quella sezione è già al completo. A me serve solo un tenore.»
Il capocoro troncò la discussione senza lasciare spazio a repliche, mentre le sue dita iniziavano già a scivolare sui tasti del pianoforte. Tanrak vide l'amico deglutire per l'ansia; gli rivolse un sorriso rassicurante e strinse i pugni, cercando di trasmettergli tutto il coraggio possibile.
«Dai, forza», gli sussurrò.
Barth fece un respiro profondo e annuì, sembrando ritrovare la calma tutto d'un tratto. L'atmosfera nella stanza era quella di una vecchia aula scolastica riconvertita in uno spazio vuoto, dove erano stati installati dei pannelli insonorizzanti per non disturbare le altre lezioni. Da un lato svettava una lavagna per tracciare gli spartiti, mentre la parete opposta era spoglia, utilizzata solo per appendere i testi dei canti più importanti. Lì dentro, d'altronde, l'apprendimento avveniva soprattutto provando gli strumenti e imparando a memoria. L'unico strumento presente era il pianoforte elettrico, posizionato per dare il ritmo. Le prime note iniziarono a diffondersi nell'ambiente, proprio mentre la voce del candidato si levava sulle prime parole della melodia.
"In questo vasto mondo ho scoperto molti tipi d'amore, ma non di tutti comprendo il significato. Ognuno definisce l'amore a modo suo. Eppure, ho capito davvero solo quando ho incontrato l'amore più puro: un amore che non chiede nulla in cambio, come pioggia rigenerante sulla terra arida e spaccata dalla siccità, capace di nutrirla d'amore e di fedeltà per sempre."
«La voce di Barth è ancora più bella di quanto immaginassi...» sussurrò Tanrak tra sé.
Non aveva i toni acuti e cristallini di una voce femminile; era profonda, calda e avvolgente, eppure priva di qualsiasi aggressività. Quell'intonazione, accompagnata dal pianoforte, emanava una dolcezza sorprendente. Tanrak si sentì cullare da quell'atmosfera intima, quasi senza rendersene conto. L'inno parlava d'amore, un amore sbocciato in un luogo inaspettato, nel bel mezzo di una siccità infinita.
...Un amore che cambierà il resto della tua vita per sempre, senza fare mai più ritorno.