Sant’Andrea.
Parte 3.
Il nuovo studente, arrivato nel secondo semestre dell’ultimo anno di liceo, riuscì finalmente a entrare nel coro. Da quel momento in poi, Tanrak e Barth divennero inseparabili. Ogni sera si ritrovavano nella stanza del coro per le prove, che spesso si protraevano anche durante i fine settimana. Con l’arrivo di dicembre, il seminario entrò nel periodo più frenetico dell’anno. Anche Kongdech era sommerso dai suoi doveri di portavoce e, per diversi giorni, Tanrak ebbe a malapena l’occasione di scambiare con lui due parole al di fuori delle lezioni.
«Salve, P’Atth.»
Tanrak fu il primo a salutare entrando nella sala del coro. Subito dopo, anche Barth si inchinò rispettosamente. Atth, l'ex seminarista che si era occupato di valutare Barth all'audizione, ricopriva ora a tutti gli effetti il ruolo di capocoro. Di norma, un coro completo avrebbe avuto bisogno di voci appartenenti a ogni registro, ma la sezione dei seminaristi provava soltanto le parti maschili di tenore e basso, aiutandosi con delle tracce registrate. Solo quando l'esibizione era ormai alle porte le prove si spostavano nella chiesa principale, unendo i ragazzi per integrare finalmente le voci femminili di soprano e contralto.
«Grazie per essere venuti.» Lo studente più anziano indicò un mucchio di attrezzature accatastate in un angolo della stanza. «Per la festa di Natale, padre Anan aprirà il primo piano del seminario ai visitatori, trasformandolo in uno spazio espositivo, e mi ha chiesto di sgomberare questa sala e prepararla per l’evento. Ho coinvolto solo un paio di voi, perchè il lavoro non è tanto e, se fossimo stati in troppi, finiremmo solo per intralciarci a vicenda.»
Il compito spettava solo a Barth, in quanto membro più recente del coro, ma quest’ultimo aveva trascinato con sé anche Tanrak.
«Se dovessi assentarmi nei prossimi giorni, mi raccomando, occupati del coro,» disse Atth, mentre decorava il pannello dei canti per trasformarlo in una rappresentazione della Natività.
Tanrak sollevò un sopracciglio, rendendosi conto solo in quel momento che il capocoro si stava rivolgendo proprio a lui. «Stai parlando con me, P’Atth?»
«Certo. Se non lo fai tu, chi altro potrebbe farlo?» Il ragazzo più grande lasciò sfuggire una lieve risata. «Nel coro sono rimasti solo due studenti delle superiori: tu e Tang. E Tang, con ogni probabilità, non continuerà il cammino verso il sacerdozio. Quindi rimani solo tu.»
Atth lo disse con la stessa leggerezza con cui si sarebbe parlato del tempo, ma Tanrak non poté fare a meno di aggrottare la fronte, colpito da quella rivelazione.
«Tang lascerà il seminario? Come fai a saperlo, P’Atth?»
«Davvero non lo sai o stai solo fingendo di non saperlo?» P’Atth spalancò gli occhi, sorpreso. «Tang esce di nascosto con la sua ragazza fin dalle medie. Si scrivono praticamente ogni giorno, nel suo armadietto ormai ci sarà un intero cesto pieno di lettere d’amore. Uno così, prima o poi, lascerà il seminario per sposarsi e avere dei figli… Come potrebbe mai diventare sacerdote?»
Dopotutto, gli ex seminaristi come Atth conoscevano fin troppo bene la lunghissima strada necessaria per arrivare all’ordinazione. Era un cammino che cominciava di norma alle medie e proseguiva per tutte le superiori; dopo il diploma, si trascorrevano due anni sul campo ad affiancare i più giovani, per poi essere inviati in istituti specifici a studiare teologia, filosofia e lingue. Tra una tappa e l’altra, passavano quasi dieci anni prima di poter vestire l’abito talare.
«La famiglia di Tang ha seri problemi economici,» continuò P’Atth, abbassando un po' la voce. «In realtà la sua storia non è mai stata un segreto. Padre Anan e i sacerdoti sanno tutto, ma hanno scelto di chiudere un occhio. Tang è un bravo ragazzo: non si è mai ribellato, non ha mai creato problemi. È solo nato nella povertà. Se la Chiesa non gli avesse dato una mano, non avrebbe potuto nemmeno continuare gli studi. Pensa che non ha neppure i documenti in regola. Anche se non diventerà sacerdote, l’importante è che cresca come un buon cristiano. Probabilmente, dopo il diploma, cercherà un lavoro o magari continuerà gli studi. È già un miracolo che non abbia ancora scavalcato il muro del seminario per fuggire con la sua ragazza.»
Tanrak rimase sinceramente colpito nello scoprire che tutti gli adulti del seminario fossero al corrente della situazione di Tang e che, dietro la rigida facciata delle regole, ci fosse una simile compassione. Per un seminarista, avere una relazione sentimentale era una violazione gravissima: se scoperti, si andava incontro a punizioni severe e, nei casi più seri, all’espulsione diretta. Tang, tuttavia, rappresentava un’eccezione a sé stante. Lui e la sua ragazza si scambiavano lettere e sguardi complici ogni volta che ne avevano l'occasione. Eppure, Tang non aveva mai oltrepassato il limite: non marinava le lezioni per vederla, non rubava il telefono di padre Anan per chiamarla, e si limitava a sfruttare i rari momenti liberi per scambiarsi qualche lettera.
«La vita da seminarista è davvero dura, P’Atth…» sospirò Tanrak, incapace di aggiungere altro.
Se da un lato preferiva non giudicare le scelte dell'amico, dall'altro Tanrak avvertiva un vago senso di sollievo. Lui non si era mai innamorato; non sapeva cosa significasse desiderare una donna o guardare una ragazza con occhi diversi da quelli con cui avrebbe guardato un comune compagno di studi. L’unico amore che conosceva era quello per i propri genitori, per Dio e quello verso il prossimo, esattamente come insegnava il Vangelo.
«Sai suonare il pianoforte?»
La domanda di Barth lo destò bruscamente dai suoi pensieri. Approfittando del fatto che il capocoro si fosse appena allontanato verso l’economato per preparare alcuni documenti e richiedere altro materiale, Barth si era avvicinato allo strumento. Il ragazzo continuò a fissarlo, in attesa di una risposta. Mancava ancora tanto tempo prima della preghiera della sera.
«Sì… ma non sono un granché,» ammise Tanrak, stringendosi nelle spalle.
«Davvero? Allora insegnami.»
«Perché vuoi imparare a suonare?»
«Ho visto P’Atth prima e… beh, sembrava davvero forte.»
Tanrak rimase in silenzio. Per un attimo, nella sua mente si affacciò un pensiero assurdo e pungente: E se Barth volesse imparare il pianoforte solo per fare colpo su qualche ragazza? Dopo aver ascoltato le rivelazioni di P’Atth su Tang, il suo modo di guardare Barth era inevitabilmente cambiato. Forse anche Barth era destinato a restare in seminario solo per un breve periodo. Forse stava semplicemente cercando rifugio e conforto nella grazia di Dio, pronto ad andarsene non appena le ferite del suo cuore si fossero rimarginate. Nulla in lui lasciava sperare che sarebbe rimasto abbastanza a lungo da diventare sacerdote. Tanrak, al contrario, aveva già fatto la sua scelta. Per lui quella vocazione era una promessa solenne che non avrebbe mai potuto tradire.
«Come posso spiegartelo…» accennò Tanrak dopo una breve pausa, scacciando quei pensieri. «In realtà non ho mai studiato musica sul serio. Ho imparato da solo, guardando gli altri. Se per te va bene, ti mostro gli accordi, tu ci appoggi sopra le dita e premi i tasti seguendo il ritmo. Niente tecniche complicate.»
«Va benissimo,» rispose Barth, e le labbra gli si schiusero in un sorriso. «Mi basta imparare quel tanto che serve per divertirmi.»
«Allora vieni qui», Tanrak gli fece cenno di sedersi davanti al pianoforte elettrico del coro, poi si sporse verso la tastiera e gli indicò due tasti bianchi, proprio al centro. «Questo si chiama Do, il Do centrale. Se ti sposti verso destra, trovi i Do delle ottave più acute; se vai a sinistra, quelli più gravi. Quando appoggi la mano sulla tastiera, posizionala qui… ecco, così.»
Tanrak spiegava con tutta la pazienza possibile, ma Barth esitava con una goffaggine insolita. Alla fine, esasperato, gli prese la mano e la guidò fino al tasto corretto. Fu in quel momento che qualcosa cambiò. Solo allora si rese conto che era la prima volta che toccava deliberatamente la mano di Barth. Era una sensazione difficile da spiegare, forse perché, in fin dei conti, erano ancora due mezzi estranei. Eppure, quel contatto gli trasmise una scossa completamente diversa da qualsiasi cosa avesse mai sperimentato prima. Le mani di Barth erano ruvide, non per la pelle secca, ma per via di calli evidenti, molto più marcati dei suoi. Quel tocco, durato appena un secondo, gli sembrò il momento più lungo della sua vita. Lo spazio millimetrico tra il corpo di Barth e quel Do centrale sul vecchio pianoforte parve improvvisamente dilatarsi per anni luce. Il cuore di Tanrak smise di comportarsi normalmente. No, non riusciva proprio a restare calmo. Un attimo accelerava all’impazzata, quello dopo sembrava fermarsi di colpo, come se fosse svanito dal suo petto, lasciandolo senza fiato.
«Qui?»
«Sì… proprio lì.»
«E adesso?»
«Be’… niente di speciale. Premi il tasto.»
Tanrak rispose con un filo di esitazione. Non che volesse confonderlo, era solo che la sua mente, all'improvviso, si era completamente svuotata. Barth, però, non lasciò andare la sua mano.
Al contrario.
Gli fece cenno di stringersi per sedersi accanto a lui sullo sgabello; poi gli prese di nuovo la mano e la riposizionò sulla tastiera, lasciandola lì con una naturalezza disarmante, del tutto ignaro dell’effetto che quel gesto stava scatenando nell'altro. Le loro mani rimasero così, vicine, una contro l'altra, abbandonate sui tasti bianchi.
«Quale premo adesso?»
«Be’… segui la melodia. Devi solo premere i tasti seguendo lo spartito.»
Tanrak riusciva a stento a mettere insieme le parole, ormai sul punto di perdere il controllo di sé. Era come se il suo cervello si fosse spento di colpo, smettendo di rispondergli. Poteva solo restare immobile, aggrappandosi con l'altra mano al bordo dello sgabello per non lasciarsi sopraffare da quel brivido.
«E come faccio a sapere quale nota premere? Come si suona una canzone?»
«Prova… intanto premi questo tasto. Così… sì, prova.»
Tanrak guidò delicatamente la mano dell’amico, invitandolo a fare pressione sulla tastiera per produrre un'unica nota. Ma, invece del suono nitido del pianoforte, ciò che riempì la stanza fu una risata roca. Profonda. Leggera. Una risata spontanea, che sembrava nascere direttamente dal cuore di Barth. Subito dopo, la mano di Barth tornò a muoversi lentamente. Non stava seguendo lo spartito, né le istruzioni del suo improvvisato insegnante. Si muoveva in un modo che Tanrak non avrebbe mai potuto prevedere. Per un istante, anche Tanrak dimenticò ogni cosa, lasciando che le sue dita seguissero quelle di Barth.
"Quando mi stringe tra le sue braccia,
mi parla con dolcezza.
Attraverso lui il mondo si tinge di rosa.
Mi sussurra parole d’amore,
semplici parole di ogni giorno,
e ogni volta qualcosa dentro di me cambia."
Barth aveva mentito. Sapeva suonare il pianoforte eccome. E, a giudicare dalle note che prendevano vita sotto le sue dita, lo sapeva fare fin troppo bene. Senza alcun preavviso, quel suo nuovo, enigmatico amico lo stava trascinando in una melodia così dolce da lasciarlo senza fiato. Il cuore di Tanrak sembrava sul punto di esplodere. Era una sensazione soffocante, quasi frustrante… eppure così intrisa di dolcezza da togliergli il respiro. Non riusciva a dare un nome a tutto quello che stava provando; non sapeva cosa fosse, né da dove venisse quel tumulto. Sapeva solo una cosa, con assoluta e disarmante certezza. Avrebbe voluto che quel momento durasse ancora un po’. Anche solo per il tempo di un'altra canzone.