Sant’Andrea.
Parte 4.
Il respiro del ragazzo che aveva consacrato la propria vita al Paradiso parve arrestarsi per un tempo interminabile, lungo abbastanza da farlo sentire come se fosse morto e rinato. Tanrak cercò di ritrovare la lucidità, di opporsi alla debolezza delle sue stesse mani che desideravano solo cedere alla stretta dell'altro, ma non ci riuscì. Solo quando l’ultima strofa di quella canzone sul mondo tinto di rosa giunse al termine, lui e il suo corpo ritrovarono finalmente la libertà. Inspirò a fondo, più volte, sforzandosi di non mostrare il minimo segno di agitazione. Il suo sguardo vagò febbrile nella stanza, ma sulle pareti spoglie non trovò traccia dello sguardo di Cristo.
«Che succede?» chiese Barth, notando che Tanrak aveva ritirato la mano dalla sua presa con uno scatto quasi inconscio.
Il ragazzo distolse lo sguardo e fissò la grotta del presepe ancora incompleta, cercando di soffocare quelle emozioni e seppellirle nel punto più profondo del suo cuore.
«La tua maglietta è fradicia di sudore… e puzzi,» lo prese in giro.
L’altro, invece di offendersi, scoppiò a ridere.
«Hai ragione, sono completamente fradicio.»
In effetti, Barth era davvero sudato. Prima di andare nella stanza del coro, Tanrak si era attardato a raccogliere i quaderni dei compiti da consegnare al maestro; Barth, nell'attesa, aveva rimediato un pallone ed era andato a tirare due calci in cortile. Quando si erano ritrovati, era già in quelle condizioni. In più, una volta arrivati lì sotto, si erano messi subito ad occuparsi dei preparativi per la mostra. Le loro uniformi estive, in tessuto leggero, si erano inzuppate in fretta, finendo per aderire come una seconda pelle al corpo del ragazzo. Il gesto sarcastico con cui Tanrak aveva cercato di smorzare la tensione ottenne solo l'effetto di far ridere Barth ancora di più.
«Ecco, problema risolto.»
Barth non si limitò a fare un passo indietro per evitare che la stoffa bagnata sfiorasse Tanrak, ma, con assoluta noncuranza, si sfilò la camicia dell'uniforme e la gettò su una sedia dall’altra parte della stanza, rimanendo a torso nudo. E già, a quel punto il problema della camicia sudata era effettivamente sparito.
«Barth!» lo riprese Tanrak, preso alla sprovvista.
«Che c’è ancora?»
«Perché ti sei tolto la camicia?»
«Ti lamenti così tanto che mi hai fatto venire il mal di testa.»
Barth continuò a scherzare, ignorando del tutto le proteste dell'amico che lo esortava a rivestirsi. Fece persino finta di tapparsi le orecchie con le mani, ridendo di gusto come se non sentisse una sola parola.
«Rimettiti la camicia!»
«Non ti sento, non ti sento, non ti sento!» Barth si coprì le orecchie con le dita, agitandosi in modo buffo mentre gli faceva le smorfie e gli mostrava la lingua. Per Tanrak, però, non c’era proprio nulla da ridere.
Al contrario, dentro di lui si stava scatenando un'ondata di emozioni travolgenti, incontrollabili e profondamente imbarazzanti. Il corpo di Barth sembrava scolpito dallo scalpello di un artista raffinato. Le spalle ampie, proporzionate alla perfezione, si raccordavano a un petto tonico e ben definito, frutto di un allenamento costante. La pelle liscia e luminosa guidava inevitabilmente lo sguardo verso la vita sottile. Ma se c’era una parte da cui era davvero impossibile distogliere gli occhi, erano gli addominali disegnati con linee e curve armoniose, senza eccessi. Quella leggera peluria che scendeva verso l’ombelico e si perdeva più in basso sembrava calamitare la sua attenzione, con discrezione eppure con forza. Il respiro di Tanrak si spezzò di nuovo; il suo corpo era in pieno cortocircuito, del tutto fuori controllo. Cominciò a pregare disperatamente che qualcuno entrasse in quella stanza, che interrompesse quell’atmosfera assurda e ponesse fine a quel supplizio. Chiunque, gli bastava chiunque.
«Vorrei che mi insegnassi un’altra canzone…»
«Barth… no… non voglio più suonare…» Tanrak cercò di opporre resistenza, ma il rifiuto gli uscì dalle labbra come un soffio indistinto, spegnendosi subito in gola.
Il compagno non sembrò nemmeno accorgersi della sua esitazione. Lo tirò di nuovo verso il pianoforte, costringendolo a sedersi al suo fianco, ma stavolta per Tanrak fu come se i sensi si fossero spenti del tutto, sopraffatti dal panico.
Che canzone sta suonando? Non lo sapeva più.
Dove si trovavano esattamente? Non riusciva a metterlo a fuoco.
Che cos'era quel sentimento che metteva radici dentro di lui? Non riusciva nemmeno a dargli un nome.
Barth si protese verso di lui, sfiorandolo con la pelle nuda per afferrare la sua mano e guidarla di nuovo sui tasti del pianoforte. Tanrak si ritrovò intrappolato in un abbraccio quasi inebriante, la mente ridotta a un foglio bianco in cui ogni pensiero logico era svanito. In quella vicinanza così stretta e pericolosa, persino respirare era diventato un lusso. Tanrak spezzò quell’incantesimo raccogliendo la poca forza che gli era rimasta e concentrandola in un unico, improvviso slancio.
Con immane sforzo, riuscì a rimettersi in piedi. «Io devo andare… ci vediamo stasera.»
«Ehi, dove vai?»
«In bagno.»
«Aspettami, vengo anch’io.»
«Non serve! Se torna P’Atth, non troverà nessuno.»
Tanrak si affrettò a ribattere, poi uscì dalla stanza quasi di corsa, senza azzardarsi a voltarsi indietro. Non aveva davvero un malessere fisico, eppure quel tormento assomigliava così tanto a un dolore vero da risultare quasi insopportabile. Era un'agitazione profonda, un sentimento sconosciuto che si rifiutava categoricamente di accettare e riconoscere. Corse lungo il corridoio come se avesse qualcuno alle calcagna, ma alle sue spalle non c'era nessuno. Il corridoio era deserto. Forse era solo l’abisso che si era spalancato dentro di lui a scalciare con violenza. Troppo. Davvero troppo da sopportare per le sue sole forze. Tanrak continuò a correre a capo chino, evitando accuratamente di sollevare lo sguardo: aveva il terrore di incrociare ciò che più temeva in quel momento, che fosse l’immagine di Dio, il crocifisso o la statua della benevola Vergine Maria. Invece di dirigersi verso i bagni del dormitorio, aprì la porta della stanza dell’economato e vi scivolò dentro. Quel luogo era sempre stato una sorta di rifugio per gli studenti, un posto dove nessuno andava mai senza un motivo preciso e, proprio per questo, perfetto per nascondersi. Raggiunse il bagno di servizio interno, si chiuse rapidamente la porta alle spalle e girò la chiave nella toppa con un colpo secco, come se quel semplice pezzo di metallo potesse impedire a quel peccaminoso e travolgente sentimento di seguirlo fin lì dentro.
«Perdonami, Padre…»
Più che una supplica pronunciata a voce alta, fu un sospiro soffocato, rivolto a se stesso. Tanrak cercò di rifugiarsi in quel luogo candido e immacolato che riusciva a raggiungere ogni volta che pregava con sincera devozione e, a poco a poco, il suo respiro spezzato iniziò a ritrovare un ritmo regolare. Solo allora trovò il coraggio di sollevare la testa e guardare il proprio riflesso nello specchio. Il bagno dell'economato, riservato ai sacerdoti, era molto diverso da quello dei seminaristi. Quello degli studenti era un camerone comune, un viavai continuo con docce condivise e nessuna privacy; le cabine erano strette e nella zona dei sanitari non c’erano nemmeno specchi, se si escludeva quello sopra il lungo lavandino comune. Questo bagno, invece, era insolito: ricavato da una vecchia stanza di servizio, ospitava uno specchio immenso, alto abbastanza da riflettere una persona a figura intera. Tanrak lo aveva scoperto per caso tempo prima, quando un improvviso attacco di mal di stomaco lo aveva costretto a cercare il primo riparo disponibile.
«Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo…»
Tracciò il segno della croce sulla pelle, ma persino lui faticava a comprenderne il motivo. Forse cercava un esorcismo contro i propri pensieri. Con studiata lentezza si sbottonò la camicia dell’uniforme e la fece scivolare via, sottomettendo il proprio corpo a un esame spietato. Dentro di lui, una paura sorda continuava a inghiottire ogni cosa: temeva che, da un momento all’altro, un mostro invisibile potesse emergere dalle sue viscere per divorarlo, trasformandolo in una creatura corrotta, macchiata da un peccato così oscuro che nemmeno il fuoco del Purgatorio avrebbe saputo purificare. Allo specchio, le spalle di Tanrak apparivano sottili, estranee a qualsiasi disciplina sportiva. Il petto era piatto, segnato dal profilo esile di un ragazzo fin troppo magro, che si limitava ai pasti del refettorio e saltava regolarmente gli spuntini. La sua era una corporatura fragile, priva di muscoli definiti. Del resto, faceva attività fisica solo quando era costretto.
«Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo…»
Ripeté come un automa mentre, quasi senza rendersene conto, slacciava i pantaloni dell’uniforme, lasciandoli scivolare fino alle caviglie. La sua mente sembrava essersi svuotata, eppure alcune immagini continuavano a riaffiorare con spietata nitidezza. Non era una luce sacra a guidarlo, ma un’oscurità fitta che non riusciva a scacciare.
La sottile peluria che scendeva dall’ombelico…
Con mani tremanti, Tanrak afferrò l’ultimo indumento rimasto. Raccolse quel briciolo di coraggio che gli restava e lo abbassò lentamente fino ai piedi, rimanendo completamente nudo davanti al proprio riflesso. Un corpo segnato dal peccato. Un corpo esiliato dal Paradiso. Un corpo che, temeva, non avrebbe mai più ritrovato quella purezza. La vista della propria nudità — che ai suoi occhi appariva irrimediabilmente impura, contaminata dal desiderio — lo lasciò senza fiato. Cominciò a osservare parti di sé a cui non aveva mai prestato attenzione, sentendosi alla stregua di un eretico. Era come se sotto la sua pelle abitasse uno sconosciuto, una creatura nata unicamente per peccare, per desiderare e corrompere la sua anima.
«Nel nome del Padre…» si toccò la fronte «…del Figlio…» portò la mano al petto. «…e dello Spirito Santo.» Sfiorò la spalla sinistra, poi la destra.
Tanrak rimase immobile per qualche secondo, schiacciato da un peso che sembrava insostenibile. Poi, d'un tratto, si precipitò verso il lavandino. Il vomito gli risalì violento lungo la gola. Rigettò tutto ciò che aveva nello stomaco; i resti della cena si mescolarono ai succhi gastrici dal colore verdastro, diffondendo nell’aria un odore acre e nauseante che gli tolse le ultime forze. A quel punto, crollò. Non riuscì più a trattenersi e scoppiò a piangere, con un pianto disperato, soffocato dai singhiozzi. Le sue suppliche e le sue preghiere riecheggiarono contro le piastrelle del piccolo bagno, disperate, intime.
Ma…nessuno le sentì.