Po non avrebbe mai immaginato di ritrovarsi ad accogliere l'idol più famoso del paese nel modesto negozio di sartoria dello zio Choi. Eppure, dopo che Po gli ebbe spiegato che per il documentario serviva un luogo autentico, capace di mostrare ciò che Thame desiderava davvero trasmettere ai suoi compagni, lo zio lo aveva chiamato chiedendogli di tenere d'occhio la bottega per una commissione. Così l'intervista prese vita proprio lì, immersa tra scampoli di stoffa, metri da sarta e manichini. Quando Po gli presentò Thame, lo zio Choi squadrò il ragazzo con attenzione per un istante, mormorando di averlo già visto da qualche parte, per poi allontanarsi.
«Non puoi semplicemente parlare con loro?» gli chiese Po, porgendogli una bottiglietta d'acqua presa dal minibar.
Thame la accettò, stringendola tra le mani. «Non saprei nemmeno da dove cominciare. Jun sembrava quasi sollevato all'idea che me ne andassi. Dylan era così furioso che mi ha lanciato addosso un hard disk. Nano ha smesso del tutto di rivolgermi la parola. E Pepper... beh, in tutta onestà sembrava soltanto felice di non doversi più addossare tutto quel peso,» fece una breve pausa, amara. «Di fronte a reazioni del genere, le parole mi muoiono in gola. Ho pensato che… se tutti avessero dato la colpa a me per lo scioglimento dei Mars, pensando che fossi solo uno stronzo egoista, almeno avrebbero lasciato in pace gli altri.»
Po annuì lentamente, il volto disteso in una sincera, profonda comprensione.
«Capisci cosa intendo?»
«Sì. Ti capisco eccome.»
«E com'è stato? Cioè... come te lo immaginavi?»
«Come?»
«Ieri sera, sul tetto. Mi hai detto che volevi capire.»
«Ah, già...» Po si ricordò d'un tratto della loro conversazione sul tetto.
Thame si appoggiò con disinvoltura a una parete. «Perché ci tenevi così tanto a saperlo? Qualcuno ha piantato in asso anche te?»
Po trasalì, preso del tutto alla sprovvista. «Cosa?»
«Durante l'intervista mi hai attaccato duro. Parlavi a nome dei miei compagni, certo, ma si vedeva che sapevi benissimo cosa si prova.»
Po esitò un secondo, poi chinò il capo in un cenno d'assenso. «Sì. Però la mia storia è diversa dalla tua. Molto diversa.»
«Ti va di raccontarmela?»
«Sei sicuro di volerla sentire?»
Thame accennò un sorriso sottile. «In fondo tu hai già ascoltato fin troppo della mia.»
E così Po iniziò a raccontargli di Earn. Dei tre anni passati senza un lavoro fisso pur di stargli accanto e supportarlo; del tempo, delle energie e dei sacrifici fatti senza mai ricevere uno straccio di riconoscimento. E infine, del modo brutale con cui Earn lo aveva messo da parte, relegandolo a quel semplice impiego part-time nella sartoria. Arrivato a quel punto, Thame inarcò un sopracciglio.
«A dir la verità, il lavoro che fai qui non mi sembra affatto banale.»
«Dici sul serio?»
«Certo,» Thame annuì con una dolcezza insolita. «Adesso capisco perché ci metti così tanto cuore in questo documentario. Il modo in cui tratti gli abiti dice molto di chi sei.»
Po inclinò leggermente la testa, confuso. «Che cosa intendi?»
«I dettagli. La cura che ci metti.»
Thame si riferiva alla precisione maniacale con cui Po controllava ogni singola cucitura, una preziosa abitudine ereditata dallo zio Choi per cui ogni punto doveva essere perfetto.
«Grazie,» mormorò Po.
«No, sono io che devo ringraziare te,» rispose Thame con profonda sincerità. «Questo documentario non è solo un compito per l'agenzia, ma ha un significato enorme per me. Sarei dovuto essere io a guidare il gruppo, ma non sarei mai stato in grado di fare quello che stai facendo tu. Ho fallito.»
«Non dirlo neanche per scherzo,» lo bloccò Po con fermezza. «Non hai fallito affatto. Sei un grandissimo leader e hai fatto tutto ciò che era in tuo potere per i tuoi amici.»
Thame abbassò lo sguardo, visibilmente toccato da quelle parole.
«Ma c'è un'altra cosa che devo dirti,» aggiunse Po.
«Cosa?»
«Quando dici di non avere più nessuno... io non ne sarei così sicuro. Quando sono stato nel vostro vecchio dormitorio, la casa era perfettamente in ordine. E l'albero di arance al centro della stanza... non è morto per niente. Anzi, è pieno di frutti.»
Thame rialzò la testa, sbalordito. «Davvero?»
Quell'alberello di arance era arrivato in casa per intenzione di Nano, il giorno in cui si erano trasferiti tutti insieme. Thame ricordava ancora come Jun si fosse lamentato per la fatica di doverlo curare, solo per sentirsi rinfacciare da Dylan che tanto lui non si occupava mai di nulla. Pepper era rimasto sorpreso quando proprio Dylan si era offerto di innaffiarlo, convinto che il compito toccasse a Nano. Ma Nano si era limitato a sorridere, spiegando a tutti come mantenerlo in salute. Quando gli avevano chiesto perché volesse proprio un albero in casa, Nano aveva risposto: «Voglio che sia il cuore della nostra famiglia. Ognuno di noi ci appenderà i propri desideri — le nostre promesse per i Mars — e spereremo che si avverino.»
E così avevano fatto.
Dylan aveva scritto: "Voglio comporre canzoni per i Mars che scalino tutte le classifiche."
Jun aveva aggiunto: "Se arriviamo in cima, offro una cena a base di hot pot a tutti."
Pepper aveva lasciato un desiderio più profondo: "Spero che la nostra amicizia cresca sempre di più e che restiamo insieme per sempre."
Nano, da vero ballerino, aveva scritto: "Creerò le coreografie più incredibili per i nostri pezzi."
E infine Thame: "Farò in modo che i sogni di tutti si avverino."
Mosso da un impulso irrefrenabile dopo le parole di Po, quella sera stessa Thame volle tornare al dormitorio. La casa era pulita e in ordine, proprio come gli era stato detto. L'albero di arance svettava al centro della stanza, rigoglioso e carico di frutti dorati. E i biglietti dei desideri... erano ancora lì, appesi ai rami, intatti come se il tempo non fosse mai passato. Se i suoi amici avevano davvero voltato le spalle ai Mars... perché quell'albero continuava a vivere, esattamente come il primo giorno?