Thame sarebbe partito per la Corea quella notte stessa. Le sue valigie erano già pronte nel corridoio, sistemate dalla governante. L'agenzia gli aveva concesso un giorno libero da trascorrere in famiglia, ma la casa era spaventosamente vuota. I suoi genitori non avevano mostrato il minimo interesse a condividere un'ultima cena o anche solo qualche ora con lui prima della partenza. Erano troppo assorbiti dai loro affari immobiliari, si erano limitati a un distratto: «In fondo sono solo tre mesi. Tornerai per il concerto, non è il caso di farne un dramma.»
Ma Thame lo sapeva bene che non sarebbe cambiato nulla nemmeno se fosse sparito per un anno intero. La solitudine lo scortava fin da quando era bambino, un'ombra diventata ormai così familiare da non sembrargli più un'assenza, ma una semplice costante della vita. Senza fratelli né sorelle, a fargli compagnia negli anni c'era stata solo una catena di Golden Retriever, tutti battezzati con lo stesso nome: Happy. Mentre giocava con il cane, chiese ad Alexa di mettere un po’ di musica di sottofondo per spezzare quel silenzio opprimente. Eppure, una domanda continuava a tormentarlo come un chiodo fisso: chi si stava prendendo cura dell’albero di arance? Il giorno prima, passando dal dormitorio, si era accorto che quasi tutti gli effetti personali dei ragazzi erano spariti. Qualcuno era stato lì a sistemare e annaffiare, ma non riusciva a capire chi. Le parole che Po gli aveva detto in sartoria gli rimbombavano in testa senza tregua.
Non sei un cattivo leader, Thame. Hai fatto tutto ciò che potevi per portare i Mars al successo. Il tuo vero errore è stato arrenderti e allontanarti, invece di provare ad aggiustare quello che si stava rompendo.
Thame ricordava ancora la voce di Po — mentre rimodellava un abito su un manichino — appesantita da un’emozione impossibile da ignorare.
─── ♫ THAME ✦ PO ♫ ───
Po rispose al telefono mentre ordinava al volo il suo solito panino. «Che c'è?»
«Non hai proprio niente da spifferarmi sui ragazzi?» domandò Baifern dall'altro capo del filo.
«E che cosa dovrei dirti? Sono un semplice dipendente, mica un confidente. Non posso mica vendere i segreti della compagnia, tanto meno quelli degli artisti.»
«Oh, andiamo! Mica ti sto chiedendo i documenti riservati. Sono una fan devota, voglio solo sapere se dal vivo sono belli come in foto! C'è stato qualche momento carino? Hai incontrato il mio bias, Pepper?!»
«Non ho parlato con il tuo bias.»
«Ugh, che delusione totale. Ma allora a che cosa è servito aiutarti a trovare questo lavoro?»
«Serve a farmi mangiare,» rispose Po, palesemente infastidito.
«Va bene, congratulazioni per lo stipendio. Ma almeno hai incrociato qualcun altro?»
Po sbatté le palpebre mentre il venditore gli allungava due panini impacchettati, come da abitudine.
«Sono 120 baht,» disse l'uomo.
«Ne avevo chiesto uno solo...» mormorò Po.
«Come, scusa?» fece il venditore, perplesso.
«Niente, va bene così,» sospirò Po, pagando il conto.
Dall'altro capo della linea, Baifern scoppiò in una risata sarcastica. «Ma davvero? Non sei nemmeno capace di dirgli che ti serve un solo panino? Ho perso ufficialmente ogni speranza in te.»
«Finiscila.»
«Senti, ma quando lo trovi un altro a cui rifilare il secondo panino?»
«Non di certo a breve!»
Po rientrò nella sartoria con i due involucri in mano. Lo zio Choi, vedendolo spuntare, soffocò una risata senza dire una parola; il suo sguardo divertito valeva più di mille battute.
«Mangia e poi chiudi tutto. Io me ne vado a dormire.»
Po annuì, scartando il primo panino. Poi rimase a fissare il secondo, indeciso se tenerselo per la colazione del giorno dopo o buttarlo direttamente nella spazzatura. Prima che potesse prendere una decisione, il campanello sopra la porta trillò. Si voltò di scatto e si bloccò, pietrificato. Davanti a lui c'era la persona che, in quello preciso istante, avrebbe dovuto trovarsi a bordo di un aereo per Seul. Qualcuno che, per i successivi tre mesi, avrebbe dovuto essere lontanissimo dalla sua vita.
«Thame...? Che ci fai qui?»
«Non voglio andare in Corea.»
«Cosa?»
«Quello che mi hai detto l'altra volta... che è un peccato non aver nemmeno provato ad aggiustare le cose. Beh... penso di volerci provare.»
«Ma—»
«Po,» lo interruppe Thame, facendo un passo avanti. «Ho bisogno del tuo aiuto. Aiutami a riunire i Mars. Aiutami a riportare a casa i miei compagni. Sei l'unico che può arrivare fino a loro. Sei l'unico che può darmi una mano.»
Po restò immobile, completamente spiazzato, senza parole. Thame si fece ancora più vicino, restando in attesa di un segno. A Po iniziò a battere il cuore all'impazzata: forse per la disperata intensità nello sguardo di Thame, o per la sincera fragilità del suo viso acqua e sapone — così distante dall'immagine patinata che mostrava in TV —, o magari per la cieca determinazione di un leader che non aveva mai davvero desiderato voltare le spalle a nessuno.
«Se hai intenzione di aiutarmi,» mormorò Thame, abbassando lo sguardo sul cibo che Po stringeva tra le dita, «dammi quel panino. Ho visto che eri sul punto di buttarlo. Se scegli di stare dalla mia parte, dallo a me.»
Po fissò il panino nella sua mano. Un tempo, quel semplice panino in più era il simbolo di una premura quotidiana, un piccolo gesto d'affetto per qualcuno che aveva amato. Poco prima Baifern lo aveva preso in giro, dicendogli che avrebbe dovuto trovarne un altro a cui regalarlo. Thame fece un ultimo passo, in attesa della sua decisione. Alla fine, Po fece la sua scelta. Senza pronunciare una singola parola, allungò il braccio e porse il panino a Thame.