Po si lasciò andare a un sospiro di immenso sollievo. Non solo era scampato miracolosamente al licenziamento, ma gli era giunta la notizia che Jun era stato il primo a cedere e a tornare a bordo del progetto, seguito a ruota da Pepper. Tuttavia, a stravolgere del tutto la sua tranquillità fu il brusco e inaspettato sbalzo d'umore di Thame, che da lì a poco irruppe come un uragano nella sartoria dello zio Choi.
«Perché non mi hai chiamato?!» sbottò Thame, visibilmente furioso.
Po sobbalzò, preso alla sprovvista da tanta foga. «Ero impegnato a impedire che Jun mi distruggesse la carriera! Non pensavo che avvisarti servisse a qualcosa, dato che non avevi nemmeno il permesso di mettere piede nell'edificio!»
«Avrei trovato un modo! Avrei chiesto aiuto a qualcuno!» ribatté Thame, stringendo i pugni per la frustrazione.
«E a chi, sentiamo?»
Thame ammutolì d'un tratto. Il suo sguardo smarrito tradì la totale mancanza di una risposta.
Po incrociò le braccia al petto, incalzandolo. «Se ci tenevi così tanto... perché non mi hai chiamato tu?»
«Pensi che non ci abbia provato? Quando ti ho dato il mio numero... tu ti sei per caso ricordato di darmi il tuo?»
Po si bloccò, colto in contropiede.
«No. Non l'hai fatto,» concluse Thame per lui.
«Oh...» mormorò Po, mentre un senso di colpa gli serrava lo stomaco in un nodo tirato.
Thame gli allungò il proprio cellulare. «Dammi il tuo numero.»
Po fece per prendere il telefono, ma Thame lo ritrasse un secondo prima che le loro dita si toccassero.
«Ci hai ripensato?»
Thame esitò un attimo. «No... Solo che... non voglio salvarlo in rubrica, preferisco memorizzarlo.»
«Perché?»
La voce di Thame si abbassò fino a diventare un sussurro. «Se un giorno l'agenzia dovesse sequestrarmi il telefono, voglio essere sicuro di avere comunque un modo per comunicare con te.»
Po non riuscì a cogliere del tutto la gravità di quella paranoia, ma il tono disperato e sincero con cui Thame l'aveva pronunciata gli fece saltare un battito.
«Dimmelo. Lo imparerò a memoria.»
Po scandì la sequenza di cifre lentamente, una dopo l'altra. Thame le ripeté più volte, muovendo le labbra con la concentrazione meticolosa di chi sta scolpendo un tesoro nella propria mente. Po si chiese se Thame usasse quella premura con chiunque o se, in quel momento stesse accadendo qualcosa di unico. Non sapeva quasi nulla della sua vita privata, ma quella sincerità disarmante riuscì a raggiungere il suo cuore come niente prima d’allora.
«Anch'io imparerò il tuo,» gli promise Po d'impulso.
Thame lasciò sfuggire una piccola risata sollevata. «Allora stringiamo un patto, custodiremo i nostri numeri a vicenda. D'accordo?»
Po non avrebbe mai creduto che una stupida sequenza di dieci cifre potesse portare con sé un peso emotivo così enorme. Eppure, in quell'istante, valeva più di mille parole.
─── ♫ THAME ✦ PO ♫ ───
Quella stessa sera, Thame mantenne la promessa e lo chiamò. Po, immerso sotto il getto calmo della doccia con la musica a palla, non sentì la prima vibrazione del telefono appoggiato sul lavandino. Solo quando uscì dal bagno, con i capelli che gocciolavano, notò il display illuminato dalla notifica di una chiamata persa. Il cuore gli schizzò in gola. Afferrò lo smartphone con le dita ancora umide e richiamò immediatamente, senza nemmeno prendersi il tempo di asciugarsi. Aveva ancora la schiuma del detergente sullo zigomo quando Thame rispose al primissimo squillo.
«Po!»
«Ehi... ciao,» balbettò lui, strofinandosi il viso con un asciugamano. «Va tutto bene?»
«Ho bisogno del tuo aiuto per una cosa urgente. Riguarda Dylan.»
Ovviamente. Di cos'altro avrebbero dovuto parlare, se non del lavoro per il gruppo?
«Ti ricordi quel brano che avevo proposto a Pemika prima che mi imponessero il contratto per la Corea?»
«Sì, certo che me lo ricordo.»
«Ecco... quello che non ti ho mai detto è che quella canzone non l'ho scritta io. Era di Dylan.»
Po si bloccò con l'asciugamano a metà aria. «Oh.»
«Gli avevo promesso che avrei fatto di tutto per farla approvare, che avrei lottato per noi fino all'ultimo. Ma prima che potessi mantenere la parola, l'azienda mi ha piazzato davanti il progetto solista. Quando Dylan ha capito che non avrei più lavorato al suo pezzo, è andato completamente fuori di testa.» La voce di Thame si incrinò. «La canzone è ancora negli archivi della Winner Entertainment, probabilmente sepolta nel deposito sotterraneo. Dylan non ha mai voluto salvarla sul cloud, si fidava solo del suo hard disk. E quando si è convinto che avessi barattato la sua musica con la carriera in Corea... ha distrutto la sua unica copia.»
Po riuscì quasi a immaginare la reazione di Dylan. Dietro quel silenzio apparente si celava una tempesta di emozioni. Era uno di quelli capaci di intimidire con un solo sguardo, senza pronunciare nemmeno una parola.
«Dylan non ha mai desiderato fare l'idol,» confessò Thame con amarezza. «È rimasto incatenato a questa vita solo perché credeva in me. Credeva che gli avrei dato una voce, e io l'ho tradito. Ma se riuscissimo a recuperare quella canzone negli archivi e a dimostrargli che sono ancora pronto a combattere per lui... forse potremmo convincerlo a tornare.»
«Troverò quel brano» rispose Po, senza esitare nemmeno per un millesimo di secondo.
«Jun ti darà una mano,» lo rassicurò Thame. «Lui sa come muoversi nei sotterranei senza dare nell’occhio. Ti farà entrare negli archivi senza problemi.»
Po ridacchiò tra sé. «Già, è decisamente una cosa da Jun. Ora capisco perché ci tenevi così tanto che fosse il primo a tornare.»
«Esattamente,» confermò Thame, con una nota di calore nella voce.
«Lascia fare a me, ci penso io.»
«Grazie, Po. Questo è tutto... Ah, aspetta.»
Po pensava che la telefonata fosse giunta al termine, ma il tono di Thame cambiò d'improvviso, facendosi più morbido, quasi intimo.
«Com'è andata la tua giornata?»
Quella domanda, così semplice eppure priva di qualsiasi filtro professionale, sembrò congelare il tempo nella stanza. Thame avrebbe potuto riagganciare un secondo dopo aver finito di parlare di Dylan — non c'era alcuna necessità di allungare la conversazione. E invece era rimasto lì, all'altro capo del filo.
«È andata bene,» rispose Po, e per la prima volta la sua voce suonò del tutto naturale. «Stavo riguardando un po' di vecchie clip per montare una scena.»
«Ti serve una mano?»
«No, tranquillo, posso cavarmela da solo.»
«Non liquidarmi subito,» ribatté Thame. «Voglio aiutarti.»
La trasparenza di quell'offerta lo colse del tutto impreparato. Chiunque altro si sarebbe accontentato di quella risposta per tornare ai propri affari. Ma non Thame.
«E va bene,» cedette Po con un piccolo sorriso. «Sto cercando di tirare fuori qualcosa di... nostalgico. Un montaggio emotivo per la chiusura.»
«Ho capito. Allora dovresti dare un’occhiata ai video del nostro viaggio a Hua Hin di due anni fa. Ci sono momenti meravigliosi che non abbiamo mai pubblicato.»
Po memorizzò il suggerimento, avvertendo un calore inatteso espandersi nel petto. Non era un semplice consiglio tecnico, ma un pezzo del suo passato che Thame gli stava offrendo. Fu in quel preciso momento che Po percepì qualcosa di diverso. Non si trattava della vertigine superficiale di una cotta, né dell'adrenalina di un rischio condiviso. Era qualcosa di tremendamente più saldo, quieto e profondo. Un filo invisibile che, senza fare rumore, stava rendendo il peso del mondo decisamente più leggero. E per la prima volta in vita sua, Po si chiese se non fosse esattamente quello il vero significato dell'amore.