Po avrebbe voluto assegnare un premio a Jun per la sua straordinaria capacità di recitare. Quel tipo era riuscito a entrare nell’ufficio di Khun Phemika con la scusa di dover partecipare a uno show musicale e, poiché non era in grado di scrivere una canzone da solo, aveva sostenuto di aver bisogno di alcune vecchie tracce d’archivio. Solo Jun poteva inventarsi una scusa del genere e farla sembrare assolutamente credibile. Grazie a quella recita da premio Oscar, erano riusciti a infilarsi nella stanza degli archivi. Jun continuava a borbottare a mezza voce, lamentandosi della polvere accumulata e del fatto che Po fosse praticamente un peso morto, visto che il suo unico compito era fare da palo all’ingresso.
«E tu non sei altro che il cagnolino di Thame,» ribatté Po, seccato.
Jun si voltò di scatto, puntandogli un dito accusatorio contro il naso. «Chi sarebbe il cane di chi, huh?»
Po sospirò profondamente, chiedendosi per l’ennesima volta come gli fosse saltato in mente di innamorarsi di qualcuno con un amico del genere. Si dice che amare una persona significhi accogliere anche le persone a cui tiene, ma Jun non aveva assolutamente nulla di amabile. Era un randagio pronto ad azzannargli la gola alla prima occasione.
«Perché ti stai dando così tanto da fare per aiutarlo? Per caso ti piace?»
Po si immobilizzò sul posto.
«Ah! Lo sapevo!»
«Ma non ho detto una parola!»
«Una reazione del genere è una confessione a lettere cubitali.»
Jun inclinò la testa, sfoggiando un sorriso compiaciuto. «Un consiglio da amico, evita di farti troppi film. Thame potrà anche sembrare dolce e premuroso con te, ma è solo la sua solita cortesia da manuale. Il suo genere sono le ragazze minute e carine, non i ragazzi robusti come te.»
Po sentì un nodo stringergli lo stomaco. Avrebbe voluto contraddirlo con tutte le sue forze, ma le parole gli morirono in gola. Provava davvero qualcosa per Thame. E se Jun avesse avuto ragione? Forse, agli occhi di Thame, lui non era stato altro che un semplice gesto di cortesia.
«Piuttosto che parlare a vanvera, perché non cerchi quel file?» sbottò Po, sforzandosi di mascherare il proprio turbamento.
«Oh? Ho toccato per caso un nervo scoperto?»
Che bastardo.
Po strinse i pugni a vuoto, lottando contro l'istinto violento di stampargli un pugno in faccia. Ma prima che la situazione degenerasse, il cellulare nella tasca di Jun cominciò a vibrare all'impazzata. Sul display lampeggiava il nome di Pepper.
«Che c'è, Ai Pepper?»
Po non riusciva a cogliere la voce dall'altro capo dell'apparecchio, ma vide il volto sfacciato di Jun scomporsi e sbiancare in un microsecondo.
«Dylan ha detto cosa?!»
Po gli si fece vicino, con le antenne alzate.
«E Thame? Cos'ha fatto Thame?!»
A sentire quel nome, Po non ce la fece più a trattenersi. «Che cosa sta succedendo?!»
«È impazzito?! Dove cazzo si trovano?! Dannazione, mandami subito la posizione via chat! Sto arrivando!»
Jun riattaccò di colpo e afferrò Po per la manica della giacca.
«Che è successo?» pretese di sapere Po, con la morsa dell'ansia che gli stritolava i polmoni.
«Dylan ha appena dichiarato di voler rientrare nei Mars, ma a una sola condizione. Che Thame accetti di sfidarlo in una battle di rap dal vivo in un club underground.»
Po aggrottò la fronte, confuso. «Ma... non è una buona notizia?»
Jun scosse la testa con pura disperazione. «È palesemente una trappola! Dylan che all'improvviso decide di voler tornare? E Thame che cala le braghe e accetta senza nemmeno contrattare? C'è sotto qualcosa di marcio.»
Controllò al volo le notifiche del telefono. Pepper gli aveva appena girato la posizione.
«Eccolo!»
Jun gli sventolò davanti l'immagine che ritraeva un locale fatiscente, una struttura decadente di cemento grezzo sommersa dai graffiti e illuminata solo da qualche tubo al neon fulminato. Ma la cosa peggiore era la folla ammassata all'esterno.
«Dylan lo ha attirato lì solo per farlo linciare. E Thame ci è cascato con tutte e due le scarpe?! Ma che diamine gli passa per la testa a quel deficiente?!»
Senza sprecare un solo secondo, Jun e Po si lanciarono a capofitto fuori dagli archivi. Provarono a tempestare Thame di chiamate, ma il suo telefono continuò a squillare a vuoto. Nessun segnale.
─── ♫ THAME ✦ PO ♫ ───
Thame avanzava lungo il corridoio sotterraneo al fianco di Dylan, che muoveva i passi con la sicurezza disinvolta di chi si sente a casa propria.
«Ero convinto che avresti esitato quando ti ho detto di venire,» commentò Dylan senza guardarlo. «Non è proprio il tuo ambiente questo.»
«Infatti non lo è,» ammise Thame. «Ma tu volevi che venissi, quindi eccomi qui.»
«Mi dispiace per quella volta che ti ho tirato l'hard disk addosso... ero fuori di me.»
«Lo so.» Thame gli rivolse uno sguardo di pura comprensione. «Quella volta non sono stato capace di fare la cosa giusta. Ma stasera sono pronto a dare tutto.»
Dylan accennò un sorriso, mantenendo la voce distaccata. «Bene. Allora aiutami a chiudere la bocca a questi rapper da quattro soldi che si divertono a spalare merda sugli idol. So che ne sei capace.»
Si bloccò davanti a una pesante porta di metallo scrostata, più simile all’ingresso di un bunker che a quello di una sala da concerto. La spinse facendo cenno a Thame di passare avanti. Thame lo scrutò a fondo. Dylan gli restituì un'espressione del tutto indecifrabile. Con un lungo respiro, Thame varcò la soglia. Sapeva perfettamente che Dylan non lo aveva scortato fin lì solo per una semplice sfida amichevole, non era così ingenuo. Ma se quello era il prezzo da pagare per riportarlo a casa, allora avrebbe recitato la sua parte fino alla fine. Non appena si sfilò il cappello e la mascherina nera, un boato infernale di fischi, insulti e risate di derisione esplose nella calca. Gli spettatori erano pronti a sbranarlo vivo: dopotutto era un idol patinato che invadeva il loro territorio sacrosanto. Per troppo tempo, Thame si era illuso che quella frattura fosse nata per colpa di quel brano mai pubblicato. Pensava che la rabbia di Dylan derivasse dall’ennesima promessa infranta. Ma, addentrandosi in quella fossa dei leoni e sostenendo lo sguardo con cui Dylan sembrava trafiggerlo, la verità gli si rivelò con dolorosa chiarezza: il loro problema non era mai stato quella canzone. Se si fosse trattato solo di quello, avrebbero trovato mille modi per risolvere la situazione. Thame aveva raccomandato Dylan ad altri produttori della Winner Entertainment, arrivando a contrattare duramente con Pemika pur di garantirgli un futuro. Ma Dylan aveva rifiutato ogni singola offerta con disprezzo, preferendo sprofondare nella scena underground.
Cresciuto negli Stati Uniti, Dylan aveva piantato tutto per volare in Thailandia ed esaudire il sogno di diventare un rapper. Nessuno gli aveva spiegato che l'agenzia lo avrebbe trasformato in un idol commerciale. Non aveva mai ballato in vita sua, detestava le coreografie e non si sarebbe mai aspettato di dover condividere il palcoscenico con quattro ragazzini che non ne sapevano nulla di hip-hop. Si era chiuso a riccio, isolandosi in un angolo a scrivere barre mentre gli altri si allenavano sulle coreografie. Era stato Thame a sgretolare quel muro. Un pomeriggio di due anni prima, si era seduto sul pavimento accanto a lui e, spinto da una semplice curiosità, gli aveva chiesto di cosa parlassero le strofe che stava appuntando sul quaderno. E Dylan — abituato a essere ignorato da tutti — si era ritrovato coinvolto in una conversazione sorprendentemente piacevole. Con immensa sorpresa, aveva scoperto che lui e Thame condividevano gli stessi gusti musicali. Dylan aveva sempre creduto che Thame volesse solo cantare, ma quel giorno lui gli rivelò di sognare anche di scrivere canzoni. Quella confessione segnò l’inizio del loro legame.
Ma non si trattava solo di musica. Quando gli altri ragazzi tornavano dalle rispettive famiglie durante i giorni di pausa, Dylan rimaneva da solo nel dormitorio ormai vuoto: non aveva nessun posto in cui tornare. E Thame, pur avendo una casa ad aspettarlo, non voleva mai metterci piede. Così, in quei pomeriggi silenziosi, si erano ritrovati l’uno accanto all’altro, diventando la famiglia che a entrambi era sempre mancata. Dylan non era furioso per la canzone dimenticata. Era devastato perché Thame — l’unica vera famiglia che gli fosse rimasta al mondo — lo aveva abbandonato. Nel circuito underground vigeva una sola regola spietata: chi metteva piede sul ring doveva sputare sangue per meritarselo. I rapper locali non vedevano l'ora di sbranare la musica commerciale, e quella sera Thame era la preda perfetta. Dylan lo aveva trascinato lì per metterlo a ferro e fuoco, per pretendere una prova d'amore e testare fino a che punto Thame fosse disposto a soffrire per riscattare il suo posto nel gruppo.
«Il tuo avversario stasera si chiama Jim,» annunciò Dylan indicando il palcoscenico.
«Ho capito.»
«Vuoi dire qualcosa prima di salire sul palco?»
Thame lo guardò negli occhi. «Hai già preso la tua decisione?»
Dylan non esitò. La sua voce suonò ferrea, glaciale. «Sì.»
─── ♫ THAME ✦ PO ♫ ───
Quando Po, Jun e Pepper riuscirono a farsi strada dentro il club soffocante, Thame era già incastrato sul palco, visibilmente massacrato dalle barre feroci del suo avversario.
«Merda,» sibilò Pepper, vedendo il rapper distruggere l'immagine di Thame senza la minima pietà.
Thame tentava di incastrare le rime per rispondere, ma il rap stile freestyle non era decisamente il suo campo, e la folla lo ricopriva di fischi e urla di scherno. Jun e Pepper si scagliarono contro Dylan, afferrandolo per le spalle e costringendolo a girarsi.
«Oh, siete arrivati a raccogliere le briciole del vostro amato leader?» fece Dylan con una risata cinica. «Peccato. È cascato diritto nella mia trappola.»
Jun strinse i denti fino a farsi male. «Credi davvero che Thame sia così stupido da non aver capito che lo stavi incastrando?»
«Se lo sapeva, perché cazzo è salito su quel palco?»
«Per darti esattamente quello che volevi!» gridò Jun sopra il frastuono della musica. «All'inizio pensavamo che ti fossi impuntato per quella maledetta canzone mai pubblicata. Ma vedendo con che facilità Thame ti ha seguito fin qui dentro, abbiamo capito tutto. Tra voi due non si è mai trattato di musica! Tu non stai cercando un nuovo gruppo... tu stai solo cercando di riempire il vuoto che Thame ti ha lasciato dentro quando se n'è andato! Dimmi che sto sbagliando, coraggio!»
Dylan ammutolì all'istante.
«Sei arrabbiato perché pensavi che fosse andato avanti senza di te! Perché ti sei sentito abbandonato dall'unica vera famiglia che avevi! Ma sai una cosa? Quel ragazzo che accusi di averti voltato le spalle è lassù in questo preciso momento a farsi umiliare pubblicamente solo per te! Lui non ti ha mai tradito!»
Le parole di Jun gli piombarono addosso come una mazzata in pieno petto. Dal sistema audio del locale, la voce amplificata del rapper rivale risuonò aggressiva.
«Dylan! Vieni qua sopra a finire quello che ho iniziato!»
La calca esplose in un coro sordo, scandendo il suo nome a gran voce. Dylan mosse i primi passi come un automa, salendo i gradini del palco fino a fermarsi di fronte a Thame. Il ragazzo era all'angolo, con il respiro spezzato, le gocce di sudore che gli scendevano dal collo e il microfono ancora stretto nella mano tremante. I loro sguardi si incrociarono per un secondo lungo un'eternità, carichi di un dolore inespresso. Dylan gli strappò il microfono dalle dita. Thame trattenne il fiato, chiudendo quasi gli occhi nell'attesa che Dylan gli sferrasse il colpo di grazia finale davanti a tutti. Ma l'amico lo fissò un'ultima volta, scuotendo lentamente la testa.
«Che imbecille.»
Thame serrò le palpebre, preparandosi al massacro.
«Che imbecille sono stato a credere che mi avessi abbandonato. A pensare che tutto quello che abbiamo costruito fosse una bugia.»
Thame riaprì gli occhi di scatto, incredulo. Dylan gli regalò il più impercettibile e vero dei sorrisi, poi si girò di scatto verso la folla incattivita e portò il microfono alle labbra. Con un flow spietato, barre affilate e una tecnica pura, Dylan demolì uno a uno i rapper del club underground, dimostrando a tutti che non avrebbe mai fatto parte del loro mondo. Non era lì per unirsi a loro. Era salito su quel palco per proteggere Thame. E in quello preciso istante, il vero rapper dei Mars era finalmente tornato a casa.