Non c’erano altri modi per definirlo. Nessun giro di parole, nessuna mezza misura né scusa razionale a cui aggrapparsi: era amore. Thame continuava a chiedersi in quale preciso istante la sua vita avesse preso quella piega. Forse quando Po gli aveva rivoluzionato il mondo, costringendolo a guardarsi dentro e riaccendendo la speranza di riunire i Mars? O quando gli era rimasto accanto senza mai esitare, offrendogli il suo sostegno? O magari quando quella morsa soffocante al petto — che s'era raccontato essere rabbia — gli aveva svelato il terrore che Jun potesse prendersi un posto nella vita di Po? Non riusciva a individuare un punto d'inizio. Ma si rese conto che, l'amore cresce nel silenzio. Si mimetizza tra le pieghe dell'amicizia, della lealtà, del senso di protezione. È come un seme che germoglia nell'ombra, finché un giorno ti svegli e scopri che ha messo radici troppo profonde per poter essere ignorato. Che cresca all'improvviso o che maturi con la lentezza dei giorni, la sua bellezza non cambia di una virgola. Thame prese un leggero sospiro e staccò la mano dal collo di Po, allontanandosi appena quel tanto che bastava per guardarlo dritto negli occhi.
Po, visibilmente confuso da quel contatto, lo fissò. «Cosa c'è? Perché mi guardi così?»
«Uhm...» Thame fece un piccolo scatto all'indietro, scuotendosi da quella trance emotiva. «Niente. Cercavo solo... di capire una cosa.»
«Capire cosa?»
Thame abbassò lo sguardo, travolto da un'improvvisa timidezza che gli scaldò le guance. «Be'... qualcosa.»
Po piegò la testa di lato, perplesso. Thame scrollò le spalle, sforzandosi di sembrare disinvolto. «Dai, ti accompagno a casa.»
Si incamminarono lungo il viale illuminato dai lampioni, con Thame che si teneva a mezzo passo di distanza, incapace di staccargli gli occhi di dosso. Ogni volta che il dorso delle mani si sfioravano, una scarica elettrica gli percorreva il braccio, alimentando la tentazione irrefrenabile di intrecciare le dita con le sue e non mollarlo più. Ma trattenne il fiato e represse l'impulso.
Non ancora.
─── ♫ THAME ✦ PO ♫ ───
«Ehi, Pepper.»
Thame scese i gradini a due a due e si avvicinò all'amico, seduto al bancone con una tazza di caffè fumante tra le mani.
«Stavo valutando l'idea di invitare Po al cinema.»
Pepper abbassò lo sguardo sui due biglietti che Thame stringeva tra le mani. «Ha a che fare con la chiacchierata di ieri?»
Thame annuì. «Sì. Mi ha aiutato parecchio a fare chiarezza.»
Prima che Pepper potesse ribattere, la voce squillante di Jun ruppe la quiete della stanza accanto.
«Ma chi è che ha indetto una riunione a quest’ora?! Mi state rovinando la mattinata!»
«Dov’eri finito?» gli chiese Dylan non appena lo vide.
Pepper rivolse a Thame un rapido cenno, invitandolo a seguirlo in soggiorno, dove il resto del gruppo li stava aspettando.
«Ero con Po, ovvio,» spiegò Jun, facendo spallucce con un'aria fin troppo enigmatica.
In un secondo, tutta la serenità di Thame svanì e la sua postura si irrigidì di colpo.
«Gli ho persino detto che sono pronto ad assumermi tutta la responsabilità,» proseguì Jun. «Se questa bomba ci esploderà tra le mani, Po dovrà dare la colpa a me e dire che sono stato io a manipolarvi per convincervi a far riunire i Mars. Khun Pemika non ce la farà passare liscia, questo è poco ma sicuro.»
Dylan scosse la testa, esasperato. «Sei sempre lì a tramare qualcosa di losco.»
«Tramare qualcosa di losco?» protestò Jun, portandosi una mano al petto. «Io sto parlando del nobile sacrificio di un eroe disposto a prendersi ogni colpa per salvare il gruppo!»
«Penso che nessuno su questo pianeta ti abbia mai associato alla parola 'eroe', P’Jun,» lo stroncò Nano.
«Be', dato che i complimenti scarseggiano, me li faccio da solo!»
Pepper diede due colpi di palmo per richiamare tutti all'ordine. «Torniamo a noi, ragazzi. Il piano è semplice, finiamo di sistemare la traccia di Dylan, la lanciamo sul mercato e puntiamo dritti in cima alle classifiche. Se tutto va come previsto, avremo il coltello dalla parte del manico per contrattare il futuro dei Mars con la compagnia.»
Fece un cenno verso Thame e Dylan. «Voi due vi chiudete in studio e completate il brano. Appena la demo è pronta, passatela a Nano per iniziare a strutturare la coreografia. Per quanto riguarda il video...»
«Oh, non contate assolutamente su di me,» lo interruppe Jun, alzando le mani. «Preferisco dedicare le mie preziose energie a cose ben più stimolanti... come far uscire di testa l'agenzia.»
«E va bene,» concesse Pepper. «Se durante la lavorazione ci vengono nuove idee, ci aggiorniamo.»
«E tu che farai, Pepper?» domandò Dylan.
Jun rispose al suo posto. «Si occuperà di evitare che la barca affondi. Come fa da sempre.»
«Esatto,» sorrise Pepper.
In fin dei conti era sempre stato lui la colla del gruppo, l'elemento fondamentale capace di riportare l'ordine nel caos.
«Ottimo. Ora che il piano è pronto, io tolgo il disturbo,» annunciò Jun avviandosi verso le scale.
«Vai a sferrare il tuo attacco all'agenzia?» lo stuzzicò Nano.
«No, vado a dormire.»
«Io vado dritto in studio,» disse Dylan. «Nano, ti va di ascoltare la demo? È praticamente pronta per la coreografia.»
«Arrivo!» rispose il più giovane, seguendolo a ruota.
Thame diede una rapida occhiata alla tabella di marcia che Pepper aveva appuntato sulla lavagna e lasciò andare un lungo sospiro. Tra sessioni di registrazione, rifiniture dei testi e riunioni, la finestra per il cinema era completamente svanita.
«Niente film, eh?» chiese Pepper con tono comprensivo.
Thame scosse il capo, un po' sconfortato. «E adesso che si fa?»
Pepper lo guardò per un attimo, poi gli fece un cenno con la testa verso la porta posteriore. «Ti va di andare a fare due tiri al canestro?»
Era trascorso una vita dall'ultima volta che si erano trovati da soli su un campo da basket — probabilmente prima ancora che Thame intraprendesse la sua carriera da solista. Pepper afferrò un pallone dal cesto e s'incamminò verso il campetto in cemento dietro la struttura. Thame si sfilò la felpa pesante, restando con la sola maglietta. Non capiva davvero perché, con tutto quel lavoro, Pepper avesse deciso di prendersi quella pausa. E soprattutto, non gli aveva ancora risposto riguardo a Po. Ma non appena il rimbalzo ritmico della palla sul terreno riempì l'aria, ogni altro pensiero svanì. Giocarono per una quindicina di minuti senza sosta. Ai vecchi tempi, il basket era il loro modo per scaricare la pressione. Tra un blocco e un tiro da tre punti, Pepper era solito aggiornare Thame sui problemi, le preoccupazioni e i malumori degli altri, permettendogli di gestire al meglio i rapporti con la compagnia. In un certo senso era sempre stato il suo vice-capitano. Dopo l'ennesimo tiro, si fermarono per riprendere fiato e mandare giù qualche sorso d'acqua.
«C'è qualcuno nel gruppo di cui dovrei preoccuparmi in questo momento?» domandò Thame, andando dritto al punto.
Pepper esitò per un istante. Poi, con un movimento lento del capo, annuì.
«Chi?»
Thame si aspettava che facesse il nome di Nano, o magari di Dylan con le sue ansie da produttore. Ma la risposta di Pepper lo colse del tutto impreparato.
«Si tratta di me.»
Thame si bloccò con la bottiglia a metà strada, convinto di aver capito male. Pepper non era mai stato un problema, né per il gruppo né per la compagnia. L'amico gli rivolse un sorriso, ma negli occhi gli si leggeva una velata tristezza, come se stesse combattendo una battaglia interiore.
«Sono tornato per darti una mano a riunire il gruppo... ma la verità è che io non posso più farne parte.»
Thame lo fissò, spiazzato. «Ma che cavolo stai dicendo?»
Pepper prese un respiro profondo.
«Quando ieri ti ho spinto a far luce sui tuoi sentimenti per Po, non mi sarei mai aspettato che saresti tornato dicendomi di esserti innamorato di lui. E se le cose stanno così, Thame... tutto quello che stiamo faticosamente cercando di rimettere in piedi rischia di frantumarsi. Perché lo sai meglio di me che gli idol non possono permettersi di avere una relazione.»
Le sue parole colpirono Thame come un pugno allo stomaco. Poi, con un sorriso amaro, Pepper rivelò il suo segreto.
«E io non posso più fare parte del gruppo perchè... ho una ragazza.»