Dopo aver chiarito la questione di Kaem, Pepper si era preso la briga di impartire a Thame qualche lezione del mestiere su come un idol potesse sopravvivere a una relazione segreta senza finire massacrato dai media. La regola fondamentale? Mantenere sempre una certa distanza di sicurezza.
«Ogni volta che mi trovo nello stesso posto di Kaem, mi assicuro di restare ad almeno cinque metri da lei,» gli aveva svelato Pepper. «Nessuno sospetta nulla. Nel frattempo possiamo scriverci in segreto, scambiarci un'occhiata d'intesa al momento giusto, persino lasciarci piccoli pensieri senza che nessuno ci faccia caso.»
Solo le persone della loro ristrettissima cerchia conoscevano la verità. Per tutto il resto del mondo, dovevano sembrare come due perfetti sconosciuti. Thame ci aveva rimuginato sopra per ore. Non aveva mai preso un metro per calcolare le distanze tra lui e Po, ma cinquecento centimetri gli sembravano un'immensità soffocante. Eppure, se restare al fianco di Po significava dover imparare a mantenere quella distanza, era pronto a provarci. Da quel giorno in poi, ogni volta che Po metteva piede nella casa dei Mars, Thame attivava la modalità mimetica. Se Po si accomodava in soggiorno, lui svicolava in cucina. Se Po scendeva al piano di sotto, lui si inventava un'urgenza per salire in camera. Se Po varcava la porta d'ingresso, lui spariva da quella sul retro. Sempre e comunque cinque metri di distanza. Inutile dire che a Jun bastarono meno di ventiquatt'ore per fiutare che c’era qualcosa che non andava — e, ovviamente, non si sarebbe lasciato sfuggire l’occasione di prendere in giro Po.
«Accidenti, il fatto che non gli piaci è così palese che quasi mette tristezza. Guarda come fugge ogni volta che provi ad avvicinarti!»
«Per caso qualcuno ti ha chiesto un parere?!» sbottò Po, ormai al limite della sopportazione.
Non riusciva a capire come Thame potesse essere passato dal chiedergli di restare al suo fianco, a comportarsi come se fosse una persona da cui tenersi a distanza.
«Senti, ho una proposta per te,» disse Jun, appoggiandosi allo schienale della sedia. «Che ne dici di fare da regista al nuovo videoclip dei Mars? Nessuno si è proposto, così alla fine…be’, l’incarico l’hanno rifilato a me.»
Po lo fissò, confuso. «E per quale strano motivo hai accettato se non hai la minima intenzione di farlo?!»
«Ovviamente per te, genio. È la tua occasione per accorciare le distanze con Thame.»
«Non mi fido di te nemmeno un po’,» mormorò Po, anche se la curiosità finì per avere la meglio. «...Quale sarebbe il primo passo?»
Jun sfoderò un sorriso trionfante. «Chiamarlo, no? Dobbiamo farci fare il briefing sulla canzone se vogliamo strutturare un storyboard coi fiocchi.»
Po digitò il numero di Thame. Dopo appena due squilli, dall'altra parte arrivò la risposta. Ma prima che Po potesse anche solo aprire bocca, Jun si allungò con un gesto felino e gli strappò il telefono dalle mani.
«Annyeong!» cinguettò Jun con voce mielosa nel microfono.
«Jun! Ridammelo subito!» protestò Po, allungando le braccia nel vuoto per riprenderselo, mentre Jun si alzava in piedi per tenerlo a distanza.
«Ho preso in prestito il telefono di Po per discutere del concept del videoclip,» spiegò Jun al telefono, ignorando del tutto i tentativi di Po di saltargli addosso per riprendersi il dispositivo. «Fai un bel riassunto della traccia a me e al mio assistente. Vogliamo assicurarci di fare un lavoro da professionisti.»
Po non poteva sentire cosa stesse ringhiando Thame dall'altro capo del filo, ma la risposta di Jun fu una perla di pura provocazione: «Oh, ma dai, Thame. Pensi davvero che mi importi qualcosa di quello che stai combinando in studio con Dylan? Tu limitati a mandarmi la demo, così io e Po possiamo iniziare a lavorarci sopra da soli.»
Jun calcò la mano su quel "da soli", assaporando la palese furia silenziosa di Thame prima di chiudere la chiamata senza nemmeno salutare.
«Mi avevi promesso che mi avresti aiutato ad avvicinarmi a lui, e adesso non mi lasci nemmeno parlare?! Sei un imbroglione senza vergogna!» protestò Po.
Jun alzò le spalle con aria innocente. «Okay, ammetto di essere un po' un imbroglione, ma questo progetto te lo sto affidando per davvero. Adesso vedi di concentrarti, dobbiamo prendere appunti sulla traccia.»
Po gli lanciò un'occhiata che avrebbe potuto incenerirlo all'istante, ma finì per cedere. Per quanto Jun avesse la capacità innata di farlo andare fuori di testa, una parte di lui desiderava ardentemente dare una mano a Thame. Così, con un profondo sospiro di resa, sbloccò l'iPad e si preparò a prendere nota.
─── ♫ THAME ✦ PO ♫ ───
Dall'altra parte, non appena la chiamata si interruppe bruscamente, Thame rimase a fissare lo schermo del telefono con un'espressione da serial killer.
«Qualcuno ha per caso allungato delle sostanze strane a Jun a mia insaputa?» domandò Pepper, guardando i ragazzi con smarrimento. «Da quando in qua gli è salita questa foga improvvisa di dirigere il videoclip?»
Nano non ci pensò due volte e puntò un dito d'accusa contro Dylan. «Sei stato tu, vero? Non lo sopporti più. Eri così disperato da avergli drograto il caffè?»
«Ma se non l'ho nemmeno incrociato stamattina!» sbottò Dylan, alzando le mani al cielo con un sospiro di pura insofferenza.
«E allora quale altra spiegazione ci sarebbe?» insistette Nano.
«Probabilmente sta cercando di prendersi il merito con la compagnia mentre fa sfacchinare Po al posto suo.»
«Sei sempre troppo malevolo nei suoi confronti, Dylan,» provò a mediare Pepper, anche se la sua voce difettava nettamente di convinzione.
«Ah sì? E allora illuminami, quale sarebbe il suo nobile motivo?» Dylan incrociò le braccia sul petto, squadrando Pepper con scetticismo.
Pepper aprì la bocca per ribattere... ma si bloccò a metà, ponderando la cosa per un secondo di troppo.
Nano si portò una mano alla bocca con fare drammatico. «Oddio... allora ha ragione Dylan!»
Thame, tuttavia, aveva una teoria ben diversa sulle reali intenzioni di Jun. Senza dire una parola, sbloccò il telefono e digitò un messaggio al diretto interessato.
«Ci vediamo alla sala giochi?»
La risposta di Jun non si fece attendere che pochi secondi.
«Alle otto. Non ritardare.»