Mick fissò Po dall'altra parte della scrivania. «Quindi ieri non sei riuscito a intervistare Thame?»
Po abbassò lo sguardo, già pronto a incassare la ramanzina. «No.»
«Lo sai che mi stai mettendo in una posizione difficile?» sbottò Mick, visibilmente esasperato. «Ti ho assunto proprio perché contavo su di te, e invece? Thame è a un passo dal partire per la Corea! Se non registriamo quell’intervista adesso, con cosa lo riempiamo il documentario? Hai idea di quanto si infurierà Khun Pemika?» La sua frustrazione cresceva a ogni parola. «Dimmi almeno che hai una buona ragione. Di tempo ne avevi in abbondanza, o sbaglio?»
«Io... non lo conosco nemmeno. Come posso pensare di riuscire a intervistarlo?» mormorò Po, incerto.
«Oh, Po… Per intervistare uno come Thame non serve conoscerlo. È nato per stare davanti a una telecamera. Sa perfettamente cosa dire, come dirlo e persino come muoversi. Ogni parola, ogni espressione, ogni gesto è studiato a tavolino. Prendi ieri, per esempio, quando gli hai passato quella bottiglia d’acqua, non ci ha pensato due volte a rifiutarla.»
Po sollevò di scatto lo sguardo. Era convinto che Mick non si fosse accorto di nulla, visto che si era addormentato quasi subito.
«Come?»
«Non poteva accettarla. Se qualcuno l’avesse fotografato con quella bottiglia in mano, sarebbe stato un problema. Thame è ambassador di un marchio di acqua minerale, perciò in pubblico può farsi vedere solo con quel brand.»
«E io che pensavo fosse soltanto un viziato...»
«Thame?» Mick scoppiò a ridere. «Macché, è un professionista fino al midollo. È per questo che ti dicevo che ti avrebbe concesso un'intervista perfetta, virgola per virgola, anche se per te è un perfetto sconosciuto.»
«Quindi... tutto quello che racconta durante le interviste...?»
Mick si limitò a scrollare le spalle. «Se non gliel'ho scritto io, ci avranno pensato Ming o Tae.»
Po sgranò gli occhi. Fu come se ogni pezzo del puzzle trovasse finalmente il proprio posto. Ecco cosa intendeva Thame la sera prima. Per fare il suo lavoro, a Po non serviva conoscere il vero Thame. Gli bastava intervistare il personaggio che mostrava davanti alle telecamere.
─── ♫ THAME ✦ PO ♫ ───
Clank!
Una lattina di soda cadde dal distributore automatico nell'area relax del diciannovesimo piano della Winner Entertainment, atterrando con un tonfo metallico nel vano di raccolta. Po rimase a fissarla, perso nei propri pensieri. Nella sua mente continuavano a scontrarsi due immagini inconciliabili di Thame. Da una parte c’era il leader freddo, distante e inavvicinabile, sempre al comando del gruppo, ma attento a mantenere una barriera tra sé e gli altri. Dall’altra, il ragazzo che aveva sorpreso sul tetto, con gli occhi pieni di lacrime mentre sorrideva guardando un semplice video dei suoi compagni.
E tu credi che chi se ne va non soffra?
Quelle parole continuavano a riecheggiargli nella mente. Tornò nel suo reparto con la testa colma di domande. Chiese a Ming e Tae se potessero mostrargli i vecchi filmati dei Mars, spiegando che gli sarebbero stati utili per il documentario. Senza fare troppe domande, i due gli consegnarono l’intero archivio. Po trascorse il resto della giornata davanti allo schermo. Osservò con attenzione ogni registrazione, cercando di capire chi fosse Thame prima che i contratti pubblicitari, il peso delle aspettative e le pressioni dell’agenzia lo trasformassero in un personaggio costruito a tavolino. Analizzò ogni sguardo, ogni dinamica del gruppo, ogni gesto spontaneo. Nei video scorrevano i ricordi della casa in cui avevano vissuto insieme. Da quelle immagini traspariva un legame autentico, una fratellanza che oggi sembrava essersi dissolta. Spinto dal desiderio di andare oltre ciò che vedeva nei filmati, chiese a Ming e Tae informazioni sulla loro vecchia casa. I due gli affidarono le chiavi, spiegandogli che ormai era disabitata, ma che avrebbe potuto girare qualche ripresa utile per il documentario. Po non se lo fece ripetere due volte.
Il vecchio dormitorio dei Mars si trovava a una ventina di minuti dall'agenzia. Era una villetta a due piani con un piccolo giardino sul retro. Il piano terra ospitava il soggiorno e la cucina, un tempo teatro di feste improvvisate o set per i video. Al piano superiore si trovavano le due camere: una condivisa da Thame e Dylan, l'altra da Jun, Pepper e Nano. Esplorando il soggiorno, Po s'imbatté nei vecchi album del gruppo, i lightstick ufficiali, le fan art impolverate e persino un piccolo albero di arance ai cui rami pendevano ancora i biglietti dei desideri scritti a mano dai ragazzi. Per capire cosa cercare davvero, decise di chiamare Baifern. Lei gli suggerì di trovare il diario condiviso che i ragazzi si passavano quando erano ancora trainee. Quando la compagnia sequestrava i telefoni e le sessioni d’allenamento sembravano non finire mai, quello era il loro unico modo per parlarsi. Seguendo quell'indizio, Po si mise a perquisire la stanza e alla fine lo trovò, posato su uno scaffale della libreria. Sfogliandolo, si ritrovò pagine riempite dalle grafie di tutti e cinque. C'erano sfoghi contro gli insegnanti di ballo, battute sulla fame costante, parole di incoraggiamento reciproco, scarabocchi e la promessa solenne di non dividersi mai. Pagina dopo pagina, però, qualcosa cambiò. Le frasi diventarono sempre più malinconiche. Tra una riga e l’altra emergeva l’assenza di Thame, che passava sempre meno tempo in dormitorio, assorbito dagli impegni individuali. Arrivato all'ultima pagina, Po si bloccò. In fondo al foglio, qualcuno aveva disegnato il logo dei Mars, ma lo aveva poi scarabocchiato con forza per cancellarlo. Accanto, con la stessa grafia, erano state scritte tre sole parole.
“Thame e i suoi amici.”
─── ♫ THAME ✦ PO ♫ ───
Un applauso fragoroso riempì lo studio non appena Thame concluse l’ultimo ciak dello spot pubblicitario.
«Grazie a tutti!» disse, sfoggiando il solito sorriso impeccabile. Salutò il team con un lieve cenno del capo e si avviò verso il camerino per cambiarsi.
Lungo il corridoio, un membro dello staff gli ricordò che doveva ancora recuperare l’intervista per il documentario, rimasta in sospeso il giorno prima. Thame fece un rapido cenno con la testa per confermare di aver capito. La sua mente era già tornata alla conversazione avuta con Po sul tetto. Continuava a ripensare a ciò che era accaduto al fan meeting della Winner Hall. Non era tanto il fatto che Po fosse presente a colpirlo, quanto il gesto che aveva compiuto. Mentre tutti si spingevano per immortalare ogni istante con il telefono, lui aveva abbassato la fotocamera per sollevare una bambina, permettendole di vedere il gruppo. Come se, lo sguardo di quella bambina fosse stato più importante di qualsiasi ripresa. Forse era proprio per questo che aveva deciso di restituirgli il badge. Una persona capace di un gesto simile avrebbe saputo vedere anche ciò che gli altri ignoravano. Una volta infilati dei vestiti più comodi, chiese dove si trovasse Po. Si presentò puntualissimo nella sala prove e lo trovò già intento a sistemare la macchina fotografica.
«Ehi... per quanto riguarda ieri sera...» iniziò Thame, ma Po lo precedette.
«Mi dispiace se ti sono sembrato strano. Quando ho detto che volevo conoscerti al di fuori del lavoro…non intendevo nulla di ambiguo.»
Thame sollevò un sopracciglio. «E cosa intendi per “ambiguo”?»
«Be’… quando mi hai detto che soffre anche chi se ne va… mi sono chiesto quanto potesse essere doloroso prendere una decisione del genere.»
«Oh.»
«Sempre che tu abbia voglia di parlarne, ovvio...» aggiunse Po con cautela.
Thame cambiò subito discorso. «Che ne dici di cominciare con l'intervista?»
«Uh... sì, certo,» rispose Po, prendendo posto dietro l'obiettivo. «Partiamo dai tuoi compagni. Ti va di parlarmi un po' di loro?»
«Comincio da Nano, il più piccolo,» rivolse un sorriso composto all’obiettivo. «Continua a essere la persona solare che sei. E mangia un po’ di più, così diventi più forte. Pepper… spero davvero che tu riesca a diventare un conduttore. È sempre stato il tuo sogno e hai tutte le qualità per riuscirci. Dylan, continua a scrivere musica. Ogni tua canzone è speciale, sono certo che diventerai un grande produttore. Infine Jun, la strada della recitazione è difficile, ma con la dedizione che hai arriverai lontano…»
«Aspetta un secondo,» lo interrompette Po, fermando la registrazione.
Thame sollevò lo sguardo, confuso. «Ho detto qualcosa di sbagliato?»
«No, è solo che… ti stai attenendo un po’ troppo al copione.»
«Vuoi che improvvisi?»
«Non è quello, è che...» Po cercò le parole giuste per spiegarsi. «Non traspare nulla di quello che provi davvero.»
«Se non seguo il copione rischio solo di metterti in difficoltà.»
«Thame...» Po lo guardò dritto negli occhi. «Non sei stanco di portare tutto questo peso da solo?»
Thame rimase immobile. Quella domanda lo colpì più di qualsiasi accusa. Nessuno gliel’aveva mai fatta.
«Non possiamo limitarci a registrare l’intervista?» domandò infine.
La sua voce era tesa, ma non c’era rabbia; solo un groviglio di emozioni trattenute troppo a lungo.
«Sto girando un documentario,» rispose Po. «E un documentario ha bisogno della verità.»
«Lavori per la Winner. La verità non è esattamente quello che cercano qui.»
«E tu?» Po non distolse gli occhi dai suoi.«Non vorresti che i tuoi compagni sapessero come ti senti davvero? Non vorresti che sappiano quanto ti fa soffrire questa decisione? Nei copioni che ti fanno recitare non c’è spazio per il tuo dolore. Dicono solo che questa è la scelta giusta e che siete tutti felici. Ma la realtà è che stai male.»
«E cosa cambierebbe se dicessi tutto?» sfogò con la voce incrinata. «Dimmi… cosa cambierebbe? Se bastasse confessare quello che provo per non dover partire… lo farei subito. Ma non cambierebbe niente!»
«Quindi… tu non vuoi partire?»
La risposta uscì appena percettibile. «No... non voglio.»